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Davvero? Non ti piacerebbe entrare come commentatore ai racconti di questo mese? Sempre che tu possa, s'intende.


Sì, ho l'intenzione di farlo. Spero fra lunedì e martedì.

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La ricerca sull’AI è stata potentemente stimolata di diversi fattori. L’economia digitale dei nostri giorni fornisce e richiede per il suo funzionamento la capacità di raccogliere e manipolare grandissime quantità di dati in tempo reale. La domanda crescente per servizi legati alla “speech recognition”, cioè al riconoscimento vocale e ai servizi legati alla mobilità (geolocalizzazione, navigazione, geomarketing, ecc); la disponibilità crescente di risorse di processamento in cloud, e l’invenzione delle reti neurali artificiali hanno permesso la maturazione di ciò che viene definito “machine learning”, o, più spesso, “deep learning”: vale a dire la capacità di migliorare gli algoritmi di processamento delle informazioni, cioè la capacità di “addestrare” le macchine.
A quanto sopra, si sono aggiunti significativi miglioramenti dell’hardware per operazioni basiche quali la “percezione” ed il riconoscimento degli oggetti.


 
Un articolo è troppo breve per illustrare i settori della ricerca base sull’AI e le sinergie che sorgono dall’interazione fra gli stessi. Ad esempio, uno dei settori più avanzati dell’AI è la “computer vision”: per la prima volta, i computers sono in grado di eseguire compiti legati alla vista meglio degli umani (si pensi alla capacità di “vedere” al buio o quella posteriore, che gli umani non hanno). Ciò è stato possibile solo con il “deep learning”.
 
La robotica non può fare a meno della “computer vision”, se vuole fornire ai suoi robots la capacità di interagire con l’ambiente. E non potrà fare a meno dei cosiddetti “collaborative systems”, cioè modelli e algoritmi che tendono allo sviluppo di sistemi autonomi capaci di collaborare con altri sistemi e con gli umani.
 
A sua volta la “croudsourcing and human computation”, cioè l’insieme dei metodi tesi a fornire ai sistemi autonomi la capacità di automaticamente generare chiamate agli umani per risolvere problemi che le macchine non possono risolvere sarà evidentemente indispensabile in ogni sistema autonomo, dove con “autonomo” si definisce la capacità di prendere decisioni e agire senza l’intervento umano.
 
Non sarà meno cruciale il segmento denominato “algorithmic game theory and computational social choice”, che si occupa di come certo tipo di macchine autonome possono combattere eventuali intenti criminali perpetrati da altre macchine autonome che agiscono in nome e per conto di privati o aziende o enti pubblici, ad esempio nel settore finanziario.
 
Il che punta nella direzione di affidare alle macchine compiti di polizia investigativa. Che, per essere efficace, dovrà in molti, se non in tutti i casi, essere preventiva.
 
Questa è solo una breve introduzione ad un numero limitato di settori di ricerca dell’AI. Tutti affascinanti, tutti profondamente legati alla nostra cultura, tutti potenzialmente in grado di apportare grandissimi benefici, o, se mal usati, altrettanto grandissimi danni all’umanità.


 
Il trasporto è probabilmente il primo settore col quale la gran parte della popolazione mondiale viene già (e verrà ancor di più in futuro) a contatto con un sistema di Intelligenza Artificiale al quale è affidato un compito cruciale: la guida completamente autonoma, cioè senza l’intervento umano, del mezzo utilizzato per spostarsi.
 
Di esempi di sistemi autonomi, su scala relativamente ridotta, ce ne sono già. La metropolitana di Torino è driverless: non ha conducenti. Tutti gli aerei commerciali costruiti negli ultimi vent’anni sono perfettamente in grado di decollare, salire, navigare, scendere, ed atterrare, senza il minimo intervento umano, che non sia quello della pianificazione del volo (punto di partenza, destinazione, rotta, ecc) e l’esecuzione di attività complementari (rifornimento, servizio al passeggero, ecc). Di fatto, in condizioni normali, il pilota assume il comando per meno del 5% del tempo di volo. Il resto lo fa l’AI. Negli USA è in fase di prova un sistema che ha lo scopo di sostituire il Controllo del Traffico Aereo attuale con un sistema automatico che farà a meno del personale umano in tutte le fasi del volo.
 
Ogni mezzo attualmente utilizzato per il trasporto, di merci e di passeggeri, è assoggettabile a una completa automazione. L’aggettivo va inteso nel senso di escludere l’intervento umano in ogni circostanza.
 
Tuttavia, i livelli di automazione, cioè di funzioni, che sono rese disponibili dal sistema di IA, possono però essere molti e diversi, e, con ogni probabilità, saranno disponibili in tempi diversi.
 
Ad esempio: avrò sicuramente a disposizione un’automobile a guida autonoma che, però, nella sua prima versione, cioè la Release 1.0, non è ancora in grado di fare previsioni sul traffico e dunque di prendere decisioni in merito al percorso ottimale da fare fino alla destinazione che le ho ordinato.
 
Ciò perché le previsioni necessitano di dati che devono provenire da terra e dalle altre automobili.
 


Dati che possono essere ottenuti solo prevedendo l’interconnessione delle automobili fra di loro e con i sistemi di assistenza a terra, che potranno essere disponibili, e certamente lo saranno, ma solo posteriormente all’entrata sul mercato dell’automobile driverless.
 
L’automobile ha cambiato drasticamente lo stile di vita dell’umanità.
 
L’automobile a guida autonoma sarà a sua volta all’origine di una rivoluzione che inciderà sul paesaggio urbano, sul nostro luogo di lavoro, sul posto dove decideremo di vivere, sull’utilizzo del territorio, e su come spenderemo il tempo aggiuntivo di cui disporremo, non dovendoci più preoccupare di guidare il mezzo con il quale si spostiamo.
 
Il tempo medio speso alla guida è di circa 50 minuti/giorno negli Stati Uniti: cosa ne faremo? Nelle grandi città, circa il 31% dello spazio nei business districts è utilizzato per parcheggi. Una automobile a guida autonoma può scaricare il suo passeggero e poi allontanarsi verso un parcheggio distante. Come si utilizzerà questo spazio aggiuntivo?
 
Livelli di automazione. La National Highway Traffic Safety Administration (NHTSA) e la SAE, la Society of Automotive Engineers hanno pubblicato una classificazione dei livelli di automazione. Cinque nel caso dell’NHTSA (level 0 to level 4). Sei nel caso della SAE (level 0 to level 5). La classificazione si basa sulla misura dell’intervento sulla guida chiesti al conducente, piuttosto che sulle caratteristiche tecniche specifiche del veicolo. Per dirla in parole semplici: il livello più basso è quello in cui il conducente fa tutto: accelera, frena, cambia direzione, individua ostacoli e pericoli, ecc. Il più alto, è quello in cui il conducente fa niente ed il sistema AI tutto.
 
Nella classificazione SAE (edita nel 2014) il Livello 0 tiene conto del fatto che le automobili attuali dispongono già di “sistemi automatici” a bordo. Un esempio è l’ABS, il sistema di antibloccaggio che, intervenendo in fase di frenatura del veicolo, impedisce alle ruote di bloccarsi, evitando che il veicolo “scivoli” sulla strada. Ciò consente al veicolo di mantenere la sua traiettoria, di non sbandare, uscire di strada, o invadere altre corsie. Sono interventi “temporanei” di presa di controllo di una specifica funzione.
 
Il Livello 1 è il cosiddetto “hands on”, cioè mani sul volante: il conducente e uno dei sistemi automatici hanno insieme il controllo. Ad esempio, il conducente guida e l’ACC (Adaptive Cruise Control) mantiene la velocità. Al conducente si richiede di essere pronto a riprendere il controllo manuale in qualsiasi momento.
 
Il Livello 2 è definito “hands off”, cioè mani non sul volante. E’ un modo di dire. Il veicolo accelera, frena, e sterza da solo. Ma il conducente deve prestare attenzione: diventa, in pratica, il controllore del funzionamento del sistema di guida autonoma. Deve, come nel caso del livello 1, essere pronto a riprendere il controllo in qualsiasi momento. Qualche realizzazione di questo livello di AI richiede che il conducente mantenga, come prova del suo stato vigile, le mani sul volante. Altrimenti, si disconnette.
 
Il Livello 3 è denominato “eyes off”: il conducente non è più richiesto di vigilare sul sistema di guida autonoma. Se vuole, può guardarsi un film o la partita. Tuttavia, su allarme, deve essere in grado di riprendere il controllo. In pratica, non può dormire, e non può disinteressarsi completamente di ciò che avviene intorno e dentro il suo veicolo.
 
Il Livello 4 è quello detto “mind off”: in pratica, si può dormire o abbandonare il sedile del guidatore. Solo in determinate circostanze il sistema lo richiama a vigilare, ad esempio quando il veicolo si trova in coda oppure in condizioni meteo limite. Se il guidatore non riprende il controllo entro un determinato periodo di tempo, il veicolo a guida autonoma deve essere in grado di fermarsi e parcheggiarsi da solo in luogo sicuro.
 
Il Livello 5 è intuitivo: sarà quello in cui nessun intervento umano sarà richiesto in nessuna circostanza.
 

Quali saranno gli effetti più importanti della introduzione delle automobili a guida autonoma?

segue

pubblicato anche su www.mariogiardini.com

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Ho letto. E devo dire che il contesto mi sembrava più che adatto.  :clapclap:

Davvero? Non ti piacerebbe entrare come commentatore ai racconti di questo mese? Sempre che tu possa, s'intende.
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Benissimo.


(p.s.: ho usato un termine che hai utilizzato tu per il racconto che ti dicevo: mono-scopo. Era più adatto del mio. Grazie)


Ho letto. E devo dire che il contesto mi sembrava più che adatto.  :clapclap:
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Dovrò essere necessariamente sintetico, perché per ogni settore esistono intere biblioteche da consultare. Lo scopo è dire dove siamo e provare a descrivere la visione prevalente fra gli studiosi di dove saremo tra quindici anni. Elencando, per quanto possibile, i vantaggi attesi da e i pericoli connessi con l'avanzare della IA.

Benissimo.


(p.s.: ho usato un termine che hai utilizzato tu per il racconto che ti dicevo: mono-scopo. Era più adatto del mio. Grazie)
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Ci sono dei momenti in cui G. J. Ballard, non contento, ci porta perfino in atmosfere surrealistiche. In questa recensione analizzo 9 suoi racconti contenuti nella antologia personale "Disaster Area".



Articolo apparso su Andromeda, Rivista di fantascienza.



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Alcune mie considerazioni su arte, social network, comunicazione, informazione. E ancora arte.



Articolo apparso su Giornale Pop.



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Ciao, Mario.
Molto interessata all'argomento (per una coincidenza in questi giorni ho proprio scritto un racconto breve sulle I.A.).
Curiosa di sentire le tue trattazioni sugli 8 settori.  :ou86ch:


Dovrò essere necessariamente sintetico, perché per ogni settore esistono intere biblioteche da consultare. Lo scopo è dire dove siamo e provare a descrivere la visione prevalente fra gli studiosi di dove saremo tra quindici anni. Elencando, per quanto possibile, i vantaggi attesi da e i pericoli connessi con l'avanzare della IA.



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Ciao, Mario.
Molto interessata all'argomento (per una coincidenza in questi giorni ho proprio scritto un racconto breve sulle I.A.).
Curiosa di sentire le tue trattazioni sugli 8 settori.  :ou86ch:
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Nessuna rivoluzione tecnologica è immune da effetti distruttivi. Intanto, modifica la cultura del tempo in modo radicale. Il mondo non è più lo stesso da quando il motore a scoppio ha permesso la motorizzazione di massa. Né è più lo stesso dopo la comparsa dello smart phone.



L’effetto distruttivo si manifesta anche in economia: in pochi anni, scompaiono milioni e milioni di posti di lavoro. Questo fatto ha, a sua volta, un immediato impatto sulle relazioni sociali e, più in generale, sulla società stessa. Il perché è semplice: c’è chi perde un lavoro che non è più utilizzabile come mezzo per guadagnarsi da vivere. E c’è chi, invece, trova nuove opportunità di impiego, e, quasi sempre, migliori condizioni di lavoro, e maggiori salari.

Il problema sociale sta nel fatto che, normalmente, chi ha perso il lavoro trova difficile, molto spesso impossibile, sfruttare le opportunità che la nuova rivoluzione tecnologica offre. Purtroppo, quest’uomo è l’uomo del passato che scompare insieme al vecchio mondo. Ed è un uomo che, per cultura, età, inclinazioni, forza d’animo, non è, in troppi casi, all’altezza del nuovo che avanza. E’ ciò che accadde ai 5 milioni e passa di americani che a cavallo fra ottocento e primi 20-30 anni del novecento si occupavano… di cavalli e altre bestie da tiro, cioè di trasporti dove la forza traente era di tipo animale.

E’ assai probabile che le rivoluzioni tecnologiche del passato siano state, complessivamente, un bene, almeno dal punto di vista economico. Ma questo fatto non ci autorizza ad affermare che lo saranno anche in futuro.

Ecco dunque le domande: la rivoluzione che porta con sé l’Intelligenza Artificiale sarà stata (quando compiuta) un bene? E cosa si può fare per assicurarsi che in effetti i benefici, comparati con i costi (anche sociali, ammesso si possano misurare), siano prevalenti?

Intanto: cos’è l’Intelligenza Artificiale? Non c’è una definizione accettata da tutti. E certo non è quella implicita nei films di Hollywood, dove macchine iper-intelligenti sono in grado di rendere schiava l’umanità.

Il Prof. Nilsson ne ha fornita una che, per gli scopi di questo articolo, è sufficiente. L’AI è “quell’attività tesa a produrre macchine intelligenti, e l’intelligenza è quella qualità che permette ad una entità di funzionare “appropriatamente” e di possedere capacità di “previsione” nel suo ambiente”.

Questa è una definizione conservativa. Restringe l’intelligenza ad attività legate ad un qualche ambiente e solo a quelle. E la considera raggiunta se le attività delle macchine sono appropriate, cioè rispondono alla finalità per le quali le si costruisce. Affinché questo criterio di “appropriatezza” sia adempiuto, bisogna che le macchine agiscano nel modo atteso. Ciò non può prescindere dal fatto che la macchina abbia cognizione dell’ambiente, mutevole, nel quale opera. E ciò implica una capacità di “prevedere” come l’ambiente muta.




Facciamo un esempio di cui si parla molto: le automobili a guida automatica. E’ ovvio che devono prevedere come “l’ambiente” varia, cioè come varia, ad esempio, il comportamento delle altre automobili. Se un’altra automobile fa una manovra che porterebbe a una collisione, è ovvio che giudichiamo “appropriato” il comportamento se la collisione viene, in qualche modo, evitata.

Ciò detto e senza scomodare Turing, possiamo senz’altro affermare che l’AI dei nostri giorni NON è l’AI degli anni 60/70, dove si perseguiva l’obbiettivo di costruire macchine intelligenti quanto l’uomo in ognisua attività. Sia quelle ripetitive, sia quelle “creative”.

L’AI dei nostri giorni è di tipo “verticale”, o, se preferite, “mono-scopo”. Che vuol dire? Vuol dire che di tutte le attività umane, io ne isolo una, ed una sola. Ad esempio, guidare una macchina nel traffico. E cerco di costruire una “intelligenza” nella macchina superiore a quella dell’uomo … in quello specifico segmento di attività.

Una volta “addestrate”, però, a queste macchine non possono essere aggiunte facoltà tipicamente umane, quali il buon senso. L’auto-coscienza. I desideri. Non si può insegnare loro ad amare. O a dominare un essere umano. Non le si può, cioè, fornire di emozioni.

Vero: una macchina batte ormai qualsiasi essere umano a scacchi. Ma è davvero intelligenza, quella che si manifesta nel gioco degli scacchi? Si è davvero sicuri che fare estremamente bene una cosa, per quanto complessa sia, sia segno di intelligenza? Oppure l’intelligenza è altra cosa?

E’ certamente altra cosa.

Come afferma Kai-Fu Lee, fondatore della Sinovation Ventures, l’azienda cinese numero uno in tecnologia:

“Oggi, l’AI è capace di fare un compito alla volta, è, cioè, un fantastico utensile. E’ fantastico nel creare valore (economico ndr). Sicuramente sostituirà l’uomo in molti compiti di lavoro. E in qualche lavoro. Questo è ciò che dovremmo dire sull’AI. Ma non esiste quella grande, forte AI, dove la macchina agisce come un uomo e può ragionare in domini diversi (ad es politica, economia, letteratura, calcio ndr) e avere buon senso. Ciò non è prevedibile affatto partendo dallo stato attuale dell’AI”.



Notare la differenza fra compiti di lavoro (job task in inglese) e lavoro (job). Il lavoro è fatto di molte altre cose, anche, se alla fine, si riducesse a pochi o perfino un solo job task.

Torniamo al punto fondamentale: la macchina che agisce come un uomo. Potrà accadere prima o poi? Chi lo sa? Forse. Certo quel che bisogna fare è concentrarsi su ciò che avverrà nel prossimo futuro.

Da un lato vediamo avanzare continuamente l’AI nella capacità di eseguire sempre nuovi compiti ripetitivi, gravosi per l’uomo, ed eseguirli meglio di quanto facciano gli uomini.

Ciò lascia intravedere un futuro nel quale l’umanità sarà libera da questo tipo di lavoro che però, in molti casi, è l’unico lavoro che permette di “campare” a decine o centinaia di milioni di individui. In ogni caso, in fondo a questo lungo cammino si intravede un obiettivo grandioso: liberare l’umanità dalla fatica del lavoro e/o dai lavori alienanti.

Da un altro lato, bisogna rendersi conto che i progressi nelle tecniche AI elimineranno anche una quantità di lavori più complessi. Per citarne alcuni che paiono molto specializzati (e lo sono, tanto da richiedere lauree e masters per poterli eseguire): scegliere le azioni da comprare in borsa, concedere prestiti se sei un credit manager bancario, occuparsi di brokeraggio, o di lavoro para-legale, ecc.

Entrambe queste situazioni dischiudono la prospettiva, per ciascuno di noi, di avere più tempo per fare ciò che realmente ci piace fare o ciò che facciamo meglio.

Non ci sono opportunità prive di rischi. E non ci sono rischi cui non possa corrispondere un’opportunità. In passato, nonostante infiniti errori, l’umanità è stata capace di dominare il rischio e approfittare delle opportunità. Altrimenti, non saremmo ancora qui a occuparci di questi problemi. Ma questa volta potrebbe essere diverso. Perché?

Perché il potenziale associato all’AI è gigantesco, e niente di paragonabile è esistito nel passato. Altrettanto giganteschi sono i rischi, legati ad eventuali abusi che possono perpetrarsi con un uso distorto dell’AI. Si pensi per esempio alle eventuali applicazioni militari. Oppure alle applicazioni in campo medico.

Giganteschi anche i problemi etici e legali legati all’AI. Ad oggi, salvo sparsi e incompleti tentativi, non è stata redatta ed approvata alcuna legge, in nessun paese, che definisca le rispettive responsabilità nel caso, ad esempio, che un’automobile a guida automatica uccida un essere umano.

Non sono chiari neppure i criteri etici con i quali si debbano progettare macchine che potranno trovarsi a dover scegliere chi o cosa danneggiare in determinate situazioni. Immaginiamo il caso di un aereo a guida automatica che, a causa di un guasto irreparabile, debba scegliere il punto di impatto col suolo in un’area densamente popolata. Quali sono i criteri di progetto? Salvare il massimo di vite umane? E, anche ammesso lo si possa sapere, a parità di vite, si sceglierà un punto al centro della città o in periferia?

Sono giganteschi i problemi politici e sociali associati all’AI. E’ facile prevedere che non tutti i paesi del mondo possiederanno le tecnologie ed le risorse economiche per mantenersi al passo con gli sviluppi futuri dell’AI.

Ciò significa che i paesi poveri diventeranno più poveri? Non è detto, anche se è altamente probabile. Certamente diventeranno più deboli.  Perché all’AI è associato anche il potere della conoscenza.

Ed anche se l’umanità diventasse così saggia da distribuire equamente la ricchezza economica generabile con l’AI, resterebbero comunque le disuguaglianze di potere politico, militare e culturale. A meno, si capisce, di portare a termine un gigantesco lavoro che tenga conto di queste differenze e le elimini.

Nei prossimi articoli ci occuperemo di otto settori dove l’AI ha compiuto e compirà, nei prossimi anni, progressi spettacolari: i trasporti, i robots destinati ad essere usati in casa o per servizi specifici, le applicazioni mediche, l’educazione, l’assistenza alle comunità povere, la sicurezza pubblica, il lavoro ed il posto dove si lavora, l’intrattenimento.

Ciascuna di queste applicazioni dell’AI cambierà non solo le nostre vite, ma anche l’ambiente nel quale vivremo. Vedremo le sfide tecnologiche che sono ancora di vincere. I rischi. E le opportunità.

continua

pubblicato anche su: mariogiardini.com
 
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