Autore Topic: Letteratura odeporica, di viaggio / Travel literature (thread principale)  (Letto 828 volte)

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Letteratura odeporica, di viaggio / Travel literature


Quali sono le traiettorie che delimitano un genere di letteratura così vasta come la letteratura di viaggio, meglio chiamata letteratura odeporica?

Una delle prime definizioni si ebbe nel Settecento, quando si cominciò a formulare una frattura tra letteratura di viaggio “reale” (true travel account) e letteratura di viaggio “di finzione” (fiction travel).
Questa semplice definizione nacque per dare un ordine a quel magma spaventoso di scritti di viaggio che intasarono il mercato editoriale europeo: per true travel si considerava quella categoria nella quale ricadono tutte le testimonianze esposte sotto forma di diari, resoconti, memorie, relazioni, cioè vi è alla base dello scritto un viaggio reale; per fiction travel si parla, invece, di tutti i viaggi “inventati”, di creazione e fantasia, più o meno “romanzati” in un calderone in cui Gulliver e Verne, Robinson Crusoe e la Letteratura picaresca, possono convivere l’uno accanto all’altro.

La moderna critica, diciamo dall’ultimo ventennio ad oggi - e ancora è in fase di discussione - ha ridefinito questa letteratura: in parole molto semplici, mentre per l’illuminista l’idea di viaggio fisico era un viaggio reale, cioè un evento concreto e oggettivo, per tempo e luogo, (quello è il libro, quello è il luogo), la moderna critica pensa che questo legame tra viaggio reale e resoconto di viaggio sia in realtà da riconsiderarsi in quanto troppo rigido e fallace nella sua discriminazione categorica.
In altrettante parole povere, oggi si pensa che la riduzione scritta dell’'esperienza viatoria realmente esperita dal viaggiatore/autore influisca e reindirizzi il testo/il libro a un qualcosa che non è il luogo/il viaggio rappresentato ma, piuttosto, a una rendicontazione personale dell’autore.

L’anima della letteratura di viaggio è l’insieme delle impressioni del viaggiatore, delle sue descrizioni e delle memorie: il problema che storicamente si è sempre presentato nel darne una definizione è a causa della differenza che sta tra il descrivere il vissuto e il narrare il percepito.
Questo scarto, però, è importante perché è il nodo che tiene insieme una tipologia letteraria che si è espressa e si esprime sotto molteplici forme (articolo giornalistico, romanzo, schizzi, etc.) e con scopi diversi (pubblicistico, filosofico, di entertainment, etc.).
Come ogni processo artistico, un racconto di viaggio non può riferire tutto, perché la memoria seleziona e l’immaginazione reinventa.
E allora dove sta la differenza tra il true travel e il fiction travel?
Non sta nella differenza stilistico tematica perché entrambi gli approcci si assomigliano.
Si dice che la differenziazione corra sul piano della scientificità.


E con questo concludo, altrimenti, invece di parlare di viaggi, ci facciamo un viaggio dentro la filosofia o la fisica quantistica
Personalmente, in questo thread, invito a parlare e raccontare di qualsiasi libro di viaggio ci sia capitato di incontrare.
Per me l’atto stesso del leggere è un viaggio.
E poi ci sono viaggi interiori che possono portarci più lontano di un viaggio fatto circumnavigando il globo. A voler ben guardare, ci sono anche quei turisti che tornano da un “viaggio” e che, di questo viaggio, hanno visto i villaggi turistici, cioè in realtà non hanno viaggiato, sono tornati a casa uguali.
Un viaggio credo debba cambiare l’essere umano, altrimenti non è un viaggio.
Però qui, sulla scia delle mie personali considerazioni, vi prego ugualmente di non postare i Diari di Kurt Kobain.
Perché anche i Diari sono un viaggio ma qui parleremo, da vecchi illuministi, di true travel e di fiction travel.



Piccola storia della letteratura odeporica

Prima delle grandi scoperte geografiche del XV e del XVI secolo, gli Antichi non facevano una differenziazione tra spazio fisico e spazio umano, tra geografia e antropologia, tra realtà e mito (vedi: logografi greci: Erodoto; geografi arabi: Al-Idrisi, Ibn Battuta; il Milione di Marco Polo.

Dal XVI secolo nasce la differenziazione tra le due sfere: quella letteraria, che prenderà coscienza del potenziale metaforico insito nell’idea viaggio, e quella scientifica. Si verifica cioè una presa di coscienza che porta il mondo occidentale da una visione lineare, continua e omogenea di spazio/tempo, a una percezione discontinua, spezzata, eteromorfa dovuta alla presenza minacciosa di altre culture.
La frattura tra scienza e mito non si realizza rapidamente: Os Lusíadas ispirato alle imprese di Vasco da Gama è un poema epico; i romanzi filosofici, sociali e utopici del XVI e del XVII secolo, costruiti come appunti di viaggio, hanno un approccio utilitaristico: Robinson Crusoe, I viaggi di Gulliver; Utopia di Tommaso Moro, La città del sole di Campanella, La nuova Atlantide di Bacone, La Storia comica degli StatiImperi della Luna di Cyrano de Bergerac.

E’ solo con il Settecento che, grazie allo spirito enciclopedico, si cominciano a leggere i resoconti delle spedizioni di Bougainville, di Cook, di Lapérouse, cioè nasce il romanzo-viaggio illuminista, una narrazione che raccoglie le caratteristiche del romanzo d’avventura, filosofico, psicologico, scegliendo l’appunto di viaggio come strumento stilistico.

Tra il XVIII e il XIX secolo nasce il genere dei bozzetti di viaggio letterario.
L’autore, cioè il viaggiatore, si colloca in coordinate reali pur conservando tratti epici e romanzeschi.
Si pubblicano: o rivisitazioni di spazi reali e familiari anche in chiave parodica (A Sentimental Journey Trough France and Italy di Sterne; Voyage autour de ma chambre di Xavier de Maistre) oppure in chiave pubblicistica (Putešestvie iz Peterburga v Moskvu di Radišcev; Reisebilder di Heine).

Agli inizi del XIX secolo, la letteratura romantica provoca un radicale mutamento nella visione letteraria del viaggio, esaltando il mondo interiore dello scrittore a discapito della chiave pubblicistica.
Il racconto di viaggio diventa viaggio letterario e intimo.
In realtà si arriva all’epilogo: la vera età dell’oro del racconto di viaggio comincia nel XVI secolo e si spinge fino al XIX.
Quattro secoli di scoperte geografiche e di sistematiche esplorazioni portano a modificare lo spirito del viaggio: il viaggio, cioè lo spostamento fisico, non è più un processo di trasformazione spirituale del viaggiatore ma comincia ad acquistare valenze di puro divertimento o studio. La relazione di viaggio, cioè, si propone o come un’arte di raccontare i viaggi (Salgari), o tende al rigore con scopi scientifici ed etnografici. E infatti si è in piena epoca coloniale: ai navigatori si sostituiscono gli esploratori.
Comincia a delinearsi la forma del reportage.

All’inizio del XX secolo si definiscono più dettagliatamente i compiti della letteratura odeporica, del saggio etno-antropologico, della relazione geografica e del reportage giornalistico.

Con la fine del XX secolo il processo è concluso: la rivoluzione tecnologica fornisce al pubblico strumenti di accesso prima di allora inimmaginabili, i media veicolano la meraviglia che nel passato era suscitata unicamente dall’abilità narrativa.

E allora? La letteratura odeporica è finita?? Non si può più scrivere di letteratura di viaggio?
Io credo che la mappa non sia il territorio. Possiamo avere tutte le sensazioni che vogliamo guardando un video o uno schermo che ci mostra realtà lontane dalle nostre ma l’essere lì, in quel momento in quella realtà mostrata dal video, non veicolati da una macchina, è un’altra cosa. Non è la mappa, cioè, ma il territorio.
Quindi suppongo ci sia ancora un territorio da raccontare.







Indice degli autori e opere citati nel thread (tranne le discussioni di carattere generale):

Pirsig, Robert M. : Lo Zen e l'Arte della Manutenzione della Motocicletta, di Robert M. Pirsig / Lila




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« Ultima modifica: 23 Marzo 2015, 21:52:04 da Bic »
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Re:Letteratura odeporica, di viaggio / Travel literature (thread principale)
« Risposta #1 il: 09 Dicembre 2014, 18:31:31 »
Un libro di viaggio particolarissimo è Lo Zen e l'Arte della Manutenzione della Motocicletta, di Robert M. Pirsig.
E lui, l'Autore, è stato un essere umano sconvolgente come lo è questo suo libro.


Ha scritto anche Lila. E non ha scritto molto altro, ma questi due libri valgono l'intera carriera di un grande scrittore.



Non sono libri facili, assolutamente, ma, se si riesce a leggerli, appartengono a quel genere di libri da cui non si fa più ritorno a come si era prima, dopo averli letti.

Nella fotografia ci sono lui alla guida della moto, con il figlio: nello stesso viaggio che racconta in Lo zen (dove non si parla di zen comunemente inteso). Ah, lui, Pirsig, era anche un filosofo.


Se volete capire che cosa è la Qualità, lui saprà spiegarvela in sella a una moto, portandovi in lungo e in largo per gli Stati Uniti d'America insieme a suo figlio.
Se volete sapere quanto può costare la vita di un uomo vero, lui saprà raccontarvelo.
Se volete capire quante possibilità abbiamo quando ci danno per morti ma tutto ci dice che siamo vivi, ancora più vivi di chi crede che siamo morti, lui saprà narrarlo compiutamente perché è entrato nell'ordine delle cose, ne è uscito e ci è rientrato.
Se volete conoscere l'America in moto, avete trovato il meccanico giusto.

Libro vietato ai disonesti, ai complicati in mala fede, ai burattini che credono di tirare le fila del gioco.

Nel 1974 fu pubblicato un libro che si rivelò un fulmine a ciel sereno.
Pirsig disse che furono centoventuno le risposte negative da parte degli editori che aveva interpellato per farselo pubblicare finché, un giorno, trovò un editore che gli offrì un anticipo; un misero anticipo di tremila dollari che sarebbe stato quasi sicuramente tutto quello che ne avrebbe ricavato. Il motivo che indusse l'editore a pubblicarlo fu che - disse - "era un libro che lo aveva costretto a chiedersi perché faceva l'editore". Questo libro portava questo titolo: Lo Zen e l'Arte della Manutenzione della Motocicletta.
Fece il giro del mondo in poco tempo. E continua a farlo, dopo più di trentacinque anni.


Nel 1991, Pirsig pubblicò Lila; perfetto corollario alla sua metafisica della Qualità.
Il sottotitolo è: indagine sulla morale.
Qualcuno, dopo averlo letto, ne è rimasto deluso. Ha detto che il miracolo non si è ripetuto.
E invece il miracolo c'è anche nel secondo, ma il cervello si abitua a essere miracolato, e bisogna trovare sempre nuovi sotterfugi per disorientarlo. Chi voleva essere miracolato nello stesso modo del primo, non ha trovato il miracolo che avrebbe voluto. Ma Paganini, cioè lo Zen, non si ripete. Niente è uguale a niente altro. E Pirsig lo ha dimostrato.

In questa sede sono validi entrambi, il primo è un viaggio per terra, il secondo per acqua.
« Ultima modifica: 09 Dicembre 2014, 18:40:48 da Bic »
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RIP a Pirsig  :sisi:
In due libri ha detto più di quanto molti, troppi, abbiano detto in fiumi di libri. Vedi post sopra.

Morto Robert M. Pirsig: scrisse "Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta" (di Paolo di Paolo)


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