Autore Topic: Buon appetito, Fidel  (Letto 766 volte)

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Offline Mario Giardini

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Buon appetito, Fidel
« il: 26 Febbraio 2018, 12:53:16 »
Questo è il racconto vincitore del concorso letterario "Le dieci ville", la cui premiazione ha avuto luogo il 10 Nov scorso.


Buon appetito, Fidel

Insiste. Le piacerebbe molto andare a Caibarien, dove è nata. Sono trecento chilometri dall’Avana. Potremmo andare e tornare in giornata. Se tutto va bene, sono almeno sette ore di guida. Dire che sono a disagio non rappresenta compiutamente la situazione. La verità è che non ho voglia di andare. Accompagnarla dall’intera famiglia scatenerà pettegolezzi per mesi. Con tutto ciò che questo comporta.
“Non ci sono autobus, lo sai. E tu sei qui, hai la macchina, chissà quando torni. Mio nonno ha quasi novant’anni ed è ammalato. Vorrei rivederlo prima di…”.
Va bene. Va bene. Va bene, sì, andiamo.
“Metto la sveglia alle sei. D’accordo? Alle sei e mezza sono da te”
D’accordo, sospira, non ama svegliarsi presto.
L’autostrada è praticamente deserta. L’asfalto, in realtà il cemento armato di cui è fatta, è, tutto sommato, in buone condizioni. E’ fatto di settori quadrati, delimitati da una linea sottile di catrame nero. Somiglia a una lunga scacchiera. C’è anche un ampio spartitraffico. Verde come tutto il resto dell’isola. Largo almeno quindici metri.
Ogni quattro – cinque chilometri, lo spartitraffico è asfaltato. Domando la ragione. E’ semplice: l’autostrada, almeno secondo la propaganda ufficiale, può trasformarsi, all’occorrenza, nella pista di un aeroporto.
Una pista lunga più di mille chilometri. A salvaguardia dell’Indipendenza Cubana. O del regime comunista? Non c’è traccia di voli militari, a Cuba. Non ne ho mai visto uno nonostante sia venuto qui almeno venti volte. Se l’aeronautica militare è nello stato in cui versa quella civile, c’è da credere che Fidel, Raul e compagnia siano alla frutta. Il José Martì non è un aeroporto: è un cimitero di aerei.
E’ presto, le otto appena passate. Naturalmente, non ce l’abbiamo fatta a partire alle sei e mezza. Ho ispezionato con cura la Nissan Primera. Sembra a posto. Ho anche due ruote di scorta.
Ci fermiamo per fare colazione dopo il bivio per Varadero. Non è un grill, questo, ma una semplice baracca di legno, i tavoli e le sedie al sole. Siamo gli unici clienti, ma c’è praticamente nulla da mangiare. Helena parlotta con l’oste. Due minuti dopo, costui riappare con dei churros fumanti, mezzo litro di latte e una teiera piena di caffè.
“Ocho pesos”. Ma vuole dollari. Al cambio ufficiale: uno a uno. In pratica, gli sto dando ottocento pesos, due mesi e più di stipendio. Ma i churros sono buoni.
Sono a metà del primo quando l’avido, mai estinto capitalista acquattato nell’animo del compañero oste, coraggiosa ma prudentemente, si fa vivo: ci porta, di sua spontanea volontà, del miele.
Premessa ad un’operazione di marketing molto ma molto poco marxista leninista: se mi promettete di tornare per la cena, propone, vi faccio trovare delle bistecche fenomenali. Anzi: “Extraordinarias!”
Prometto solo di fare del mio meglio. Medita, el compañero, dubita e esita. Si capisce: deve procurare le bistecche che non è detto io mangerò. Riluttante, sollecita un anticipo.
Lo guardo socchiudendo gli occhi. L’essenza del capitalismo, vecchio mio, è il rischio d’impresa. Glielo dico in italiano. E poi in castigliano. Si fa una risata. Ha provato, ma ha fallito. Anch’io rido, mi sta simpatico questo qui. Soprattutto quelle macchie di unto e grasso e olio sulla sua guayabera. Che, dopo attenta analisi, giudico essere stata, una volta, bianca. Due mesi fa o giù di lì.
Santa Clara. Vengo a sapere che la città è stata la prima capitale di provincia a cadere in mano ai barbudos del Che e di Camilo Cienfuegos. Oddio. Da quello che sento, invece di una battaglia, sembra essere stata poco più di una rissa di strada. Con i governativi che non si sognavano neppure di combattere. Ed i coraggiosi guerriglieri che non volevano rischiare la ghirba. Risultato: pochi morti, qualche ferito. I governativi in fuga, la Rivoluzione che fa i primi passi.
Abbandonata l’autostrada, siamo nella piazza principale di un pueblo di cui ignoro il nome. Mi fermo per scegliere la direzione da prendere: qui a Cuba il socialismo reale non spreca risorse per piantare in giro cartelli stradali. Molto saggio: dovessero mai servire ad un esercito di gringos invasores.
Riparto. E mi fermo subitissimo. Ho bucato la ruota posteriore sinistra. Venti chilometri più in là, buco anche la ruota appena montata. Le strade sono un tappeto ininterrotto di chiodi, viti, oggetti metallici, sassi e basura.
Mi domando se arriveremo a Caibarien, oppure se dovremo fermarci per mancanza di ruote di scorta. Grosso problema. Perché un gommista da queste parti non lo troverebbe neppure la NASA con il telescopio Hubble.
Infine, eccola qui, Caibarien. Sembra poco più di un paesino, con una lunga spiaggia, bordata da una linea sottile di palme. Ma ha quasi quarantamila abitanti. Non si direbbe.
Ci fermiamo di fronte ad una casa d’angolo, bassa, con un piccolo porticato. Accanto, un gigantesco tajibo. Il tajibo è in fiore, ed è uno spettacolo. E’ la casa degli zii di Helena, i fratelli di suo padre.  Entriamo. Vengo presentato a tutti.
Tredici persone, se ho contato giusto. Un ragazzino va fuori a dare un’occhiata alla macchina e a scaricare i pacchi che abbiamo portato. Torna dentro, e seraficamente annuncia: “Tienen una rueda pinchada”
Terza foratura del mattino. Non abbiamo più ruote di scorta. Bisogna chiamare Havanautos. Esito a lungo, infine cedo all’insistenza dei miei anfitrioni e uso il telefono di casa. Mi risponde un operatore provinciale, che ne chiama uno all’Avana, che a sua volta chiama l’aeroporto. Finalmente! L’impiegato al telefono mi domanda dove siamo. E promette immediati soccorsi. Arriverà “un carro con tres ruedas de auxilio”. Quando? “Inmediatamente.” Quanto immediatamente? “Bueno señor… mas o menos sì, mas o menos tres horas, tres horas y media”
Bene. Buon viso a cattiva sorte. Partiamo, a piedi, in direzione della casa dei nonni. La temperatura è abbondantemente sopra i trenta, e l’umidità… lasciamo perdere. Ci attardiamo quasi due ore. Helena non vuol andare via. E anch’io non voglio farle premura. Quest’uomo ha ottantotto anni, quasi ottantanove.  Aveva cinquantatré anni quando Fidel andò al potere. Fino ai settanta fu costretto a servire lo Stato. Dentro la farmacia di sua proprietà che quello stesso Stato gli aveva requisito, senza indennizzo, rendendola proprietà del popolo. Cioè del Partito. Cioè dei funzionari del Partito.
Ma non si viveva male, s’affretta a dirmi. Forse è un riflesso condizionato di pura e semplice prudenza. In fondo, sono pur sempre uno straniero. Forse è la verità. Vai a sapere. Gli chiedo come si sente, e che cosa pensa di questa visita. Stringe la mano a Helena. E’ chiaro: è la sua nipote prediletta. Sorride.
“Soy muy feliz que esté aquì. Señor, usted sabe, a mi ya no me queda mucho”
Torniamo indietro. Chiedo a Helena di inventare una scusa. Non me la sento di obbligare i suoi zii ad ospitarci per il pranzo. Non spiego le ragioni, ma non c’è n’è bisogno. E non me la sento di andare in cerca di un ristorante. Annuisce. Diremo che abbiamo mangiato dal nonno. Quando arriviamo, la famiglia è ancora tutta lì. Compresi gli adulti.
Mi domando: ma non dovrebbero essere al lavoro? Mistero. Sembra che qui il giovedì sia festivo. Attraverso le porte aperte, nei cortili e lungo i marciapiedi ombreggiati, ho visto una grandissima quantità di uomini e donne in età lavorativa, seduti a far niente.
Dalla cucina arrivano odori e rumori. Mettiamo le mani avanti e diciamo che abbiamo già pranzato. Ma non ci danno retta. Il ragazzino di prima annuncia che c’è una macchina, fuori, con delle persone, che uno degli occupanti è sceso e guarda la mia Nissan con interesse sospetto.
Esco. Trovo la spedizione di soccorso di Havanautos. Due uomini sulla quarantina, più due ragazze molto giovani e molto ben messe. Uno dei due si offre di cambiare la ruota bucata. Lo ringrazio. Scaricano le ruote, tutte e tre puntigliosamente, oserei dire religiosamente, lisce. Quelle nuove, se mai le mandano, finiscono al mercato nero in un microsecondo, questo lo so. E vengono sostituite subito dagli esemplari che ho sotto gli occhi.
Osservo il lavoro. E’ all’opera la placida, fiacca, indolente, universale svogliatezza comune a tutti i salariati marxisti leninisti cubani. Quello che ho sotto gli occhi lo si direbbe, dai movimenti lenti e misurati, un cardiochirurgo impegnato in una operazione a cuore aperto.
Nel frattempo le ragazze sono scese. La più vecchia avrà sedici-diciassette anni. Entrambe hanno un corpo da modella, a stento occultato da una camicetta che sfiora l’ombelico e da un gonnellino non più lungo di trenta centimetri.  Parlottano, mi guardano, provocanti, e ridono. Lo sguardo che mi indirizzano è inequivocabile.
Una delle due si avvicina all’uomo accovacciato, e finge di interessarsi al suo lavoro. Mi dà le spalle, mentre si inchina per parlargli. Mutandine bianche trasparenti, un culo da infarto, due gambe perfette. La merce in mostra è di grandissima qualità, lo ammetto.
Insomma, mi hanno portato tre ruote di scorta vecchissime, e per controbilanciare, due puttane giovanissime. Havanautos ha le giuste priorità, verrebbe da dire. O per lo meno, le hanno questi suoi dipendenti che, per arrotondare, esercitano la professione di gran lunga più diffusa e più redditizia fra la cittadinanza della República Socialista de Cuba: il magnaccia.
Inaspettato, appena in tempo per scongiurare l’inizio del negoziato sul dove e quanto, arriva l’Esercito della Salvezza. Helena, che ho intravisto dietro la finestra, deve aver seguito la scena dall’inizio, perché piomba sul marciapiede a passo di carica. Mi prende sottobraccio, stringendomi con forza. Non spara alle ragazze solo perché non ha un fucile a portata di mano. “No te estaras haciendo el estupido con estas dos putas, verdad?”
Deve esistere un Santo Patrono del Lavoro Socialista. Perché, miracolo! in meno di due minuti il lavoro è terminato. Firmo una ricevuta con qualche difficoltà. Sto cercando di trattenere le risate, e, nello stesso tempo di fingere di non accorgermi che le unghie di una iratissima Helena sono piantate a sangue sul mio avambraccio sinistro.
Quando torniamo dentro il pranzo è servito. Ai tredici di prima si sono aggiunti alcuni vicini. Siamo più di venti. Su tavolo c’è del pane, direi poco più di mezzo chilo. Acqua. Tanti bicchieri spaiati. Due insalatiere, piccole, di legumi bolliti. Un vassoio con delle patate. E… otto o nove aragoste.
Devo essere rimasto a bocca aperta, perché ridono tutti di gusto. L’anziano del gruppo mi spiega l’arcano, che non è poi tale. Caibarien è, era, un paese di pescatori. Senza barche e senza reti proprie dal ‘59, perché i pescherecci e le relative attrezzature furono requisite dallo Stato.
Inoltre, per molte specie, c’è l’assoluto divieto di pesca. Che, se infranto, può portare in galera per anni. “Està terminantemente prohibido pescar langostas”
Le aragoste costituiscono una delle pochi voci attive dell’esportazione. E quindi il divieto di pescarle è, se possibile, ancor più stretto.
Mi spiegano che se non hai le reti e non hai le barche, o le barche sono poco più che canotti, allora pescare del pesce nei Caraibi diventa difficile, perché le canne sono poco efficaci. Inoltre, sono difficili da occultare; si vedono da lontano. Le aragoste, invece, possono essere raccolte con le mani, immergendosi sui fondali bassi.
“Casi todas las noches salimos a buscarlas”
E quando le trovano le nascondono.
Domando: ma se la barca è piccola come si fa a nascondere le aragoste? Si legano insieme e si tengono dentro l’acqua. Se qualcuno si avvicina basta tagliare il filo.  Poi si aspetta che vada via e le si riprende a bordo.
Domando se è pericoloso, se veramente si può finire in galera per anni, solo per un po’ di pesce pescato in mare, allo scopo di sfamare la famiglia.
Risposta: “Fino al 1991 o ’92, sì. Poi, dopo che l’Unione Sovietica ha smesso di sovvenzionarci, la stretta si è allentata. Ogni tanto un capo caseggiato fa la spia, ma ormai non gli danno quasi mai retta.”
Mi guardo intorno. Il tetto di questa casa è in lamiera ondulata. Le pareti sono sbrecciate, le finestre hanno molti vetri rotti, sostituiti con del cartone o del compensato.
Quasi tutti gli uomini sono in canottiera calzoni corti e ciabatte; le donne hanno vestiti a fiori, larghi e sformati, certo fatti in casa. I bambini, alcuni, sono scalzi. I due più piccoli, in mutandine. Intorno a questo tavolo, siedono ventuno persone. Conto le patate sul vassoio: sono sette in tutto, molto piccole.  Di pane ce n’è, forse, trenta grammi a testa. Ma aragoste in quantità.
Una delle donne mi mette di fronte, intera, l’aragosta più grande. Dovere di ospitalità, sì, e ringraziamento per aver loro riportato per un giorno Helena, ingegnere specializzato in reti di trasmissione… e dunque… Provo a distribuirne mezza tra i miei vicini, ma non c’è verso. Guardo Helena. Un cenno della testa. D’accordo, sono coraggioso a sufficienza, voy a comerla toda.
Metto in bocca il primo pezzo. Troppo sale, e troppo peperoncino. Ma ora che so che sto mangiando una delle tante aragoste, sin duda contra revolucionarias, sottratte nottetempo da questa magnifica gente a Fidel, Raul e all’intera banda, quasi non me ne accorgo.
Anzi. Ad ogni boccone, questa langostica diventa sempre più buona. Scommetto che non ne mangerò mai più una così.
Buen provecho, Fidel.
 

Offline Bic

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Re:Buon appetito, Fidel
« Risposta #1 il: 27 Febbraio 2018, 12:45:30 »
Bel racconto, Mario.
Ancora congratulazioni!

Scrivo il link al tuo topic precedente > http://forum.nuovasolaria.net/index.php/topic,3197.msg50250.html#msg50250

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