Autore Topic: Riflessioni, e vaneggiamenti, estivi intorno al mondo.  (Letto 133 volte)

0 Utenti e 1 Visitatore stanno visualizzando questo topic.

Offline barabba

  • Moderatore
  • Pennino
  • *****
  • Post: 535
  • Sesso: Maschio
  • Non egere felicitate felicitas vestra est
Riflessioni, e vaneggiamenti, estivi intorno al mondo.
« il: 18 Luglio 2017, 13:34:45 »
Viviamo nella civiltà della tecnica. E di questa civiltà ogni giorno cogliamo i frutti in termini di beni materiali e libertà di movimento.
Siamo ormai assuefatti a ogni strumento tecnico, ma anche alla velocità con cui essi cambiano; strumenti che ci permettono di essere ovunque in tempi sempre più brevi, di comunicare con chiunque in qualunque momento, come di diminuire, o annullare, il dolore, allontanare la morte, di aumentare a dismisura le nostre possibilità e la nostra efficienza.
Perciò il rimpianto per i bei tempi che furono spesso appare non soltanto patetico e anacronistico, ma anche disfunzionale; mentre da altre bocche (o anche le stesse)  non si sente altro se non l’opposto ritornello: “ non siamo mai stati tanto bene come adesso” .
Cosa pensare, cosa credere?
L’apparente neutralità, e innocuità, della tecnica scardina, e vanifica, dall’interno tutte le morali, e quindi tutte le religioni, dell’uomo pre-tecnologico; però lo costringe con un’obbligazione più forte di tutte le morali e di tutte le religioni.
Lo avevano intuito i Greci quanto grande potesse essere la trasformazione e totale lo scardinamento dell’universo mitico in cui fino a quel momento l’uomo aveva vissuto. Nel Prometeo incatenato Eschilo affida al Titano l’impresa di donare il fuoco (e quindi la tecnica) agli uomini: “da infanti quali erano, razionali e padroni della propria mente”.
Con la tecnica gli uomini smettono di chiedere agli dei e ottengono da sé quel che a loro serve.
D’altra parte in questo orizzonte l’uomo (o l’uomo attraverso Dio delle religioni rivelate) perde di ogni centralità e ogni senso. Come insensata diviene ogni domanda di “senso”, perché per la tecnica una domanda sul “senso” è di per se stessa priva di significato.
La civiltà della tecnica non ha scopo, non promuove un senso, essa non presenta scenari di “salvezza”, non redime e, soprattutto, non svela alcuna verità, al limite propone dei modelli, confutabili e superabili da altri modelli; muta e si corregge senza smentirsi, i suoi errori non la fanno crollare, anzi gli errori dimostrano il funzionamento del sistema. Ciononostante la tecnica funziona e perciò rende le nostre vite meno faticose, più di quanto abbiano mai potuto servire tutte le morali e le religioni del passato.
Tanto funziona bene ed è efficiente che la civiltà della tecnica ha assunto una dimensione planetaria, ed è diventata il nostro mondo e il nostro stesso modo di pensare. Così che appare ridicolo pensare altrimenti.
La civiltà della tecnica è oggi fisica quanto metafisica, essa è ovunque, è l’ambiente stesso in cui viviamo.
Di conseguenza, inutile, e pericoloso, starsi ancora a raccontare la favola che la tecnica sia neutrale e dipenda dall’uomo solo il suo impiego verso il bene o verso il male.
La tecnica NON può essere neutra, perché ha creato un mondo ben determinato che l’umanità abita e in cui non può fare a meno di muoversi e agire servendosi della tecnica.
L’uomo moderno NON può più prescindere dalla tecnica; noi tutti viviamo in un mondo tecnicamente organizzato e la tecnica non è più una nostra libera scelta, ma è l’ambiente stesso in cui viviamo, dove condotte, azioni, passioni, desideri sono articolati dalla tecnica e hanno bisogno della tecnica per esprimersi e realizzarsi.
La tecnica è oggi senza scelta e non esiste uomo che possa vivere e sentire al di là del condizionamento tecnico.
Dunque la domanda. Ma cos’è la tecnica? Semplice: essa è sia l’universo dei mezzi (tecnologie), sia la razionalità umana che presiede (ma ancora per quanto?) al loro impiego.
Essa nasce come rimedio all’insufficienza biologica e alla carenza istintuale dell’uomo. L’uomo è sopravvissuto alla sua infanzia grazie alla tecnica e all’agire attraverso la tecnica. Essa è il frutto della imperfezione umana, della sua genericità e adattabilità, essa è l’essenza della più imperfetta  delle creature.

Ma se la tecnica è l’essenza dell’uomo, allora è assolutamente necessaria una riflessione sulla natura della tecnica, lasciando da parte le favole sulla sua neutralità e innocuità..
Se si condivide questa asserzione bisogna modificare l’idea che l’uomo sia soggetto e la tecnica un oggetto, un mero strumento nelle mani dell’uomo. Ciò poteva essere vero ancora per l’uomo di Eschilo, quando la tecnica dominava le vite degli uomini solo dentro le mura della città. Allora l’uomo poteva ancora scegliere l’ambiente in cui vivere. Oggi le mura cittadine sono diventate l’intero pianeta.
Essa si è velocemente trasformata da strumento nelle mani dell’uomo per controllare e dominare la natura ad ambiente in cui l’uomo è ormai costretto ad operare. Oggi è l’uomo a piegarsi alle esigenze dell’apparato tecnico, e non viceversa.

Se la tecnica si sviluppa come strumento per le istanze di controllo e di dominio della natura (ricordate il Scientia est potentia baconiano?), se quindi nasce come mezzo oggi essa da mezzo è diventata fine. E l’uomo da fine è diventato mezzo. L’uomo moderno è oggi un mezzo attraverso cui l’apparato tecnico si rafforza.
La tecnica è diventata fine non perché abbia mai avuto uno scopo, ma perché tutti gli scopi e i fini degli uomini si materializzano attraverso la tecnica.
La trasformazione dei mezzi in fini era stata descritta da Marx, che aveva predetto la trasformazione del denaro da mezzo per produrre e scambiare beni e soddisfare bisogni in fine per raggiungere il quale si sacrifica la produzione dei beni e la soddisfazione dei bisogni.
Che poi è quanto oggi sta accadendo in termini di accumulazione insensata di ricchezza in capo a u numero sempre più esiguo di entità.
Quando il conseguimento del mezzo diventa il fine, per il filosofo Emanuele Severino si verifica “il crollo di tutti gli impianti categoriali che avevano definito il mondo e collocato l’uomo nel mondo (E. Severino, Fenomenologia della tecnica: il grande capovolgimento)”.
Lo sbigottimento e l’alienazione dell’uomo moderno sono i figli di questo crollo in cui, caduti tutti gli orizzonti, solo la tecnica e le sue esigenze rimangono.
Se la tecnica diventa l’orizzonte ultimo, se ogni esperienza è possibile solo attraverso la tecnica, sarà la tecnica a “porsi come condizione che decide il modo di fare esperienza; allora assistiamo a quel capovolgimento per cui soggetto della storia non è più l’uomo, ma la tecnica che, emancipatasi dalla condizione di mero strumento, dispone della natura come suo fondo e dell’uomo come suo funzionario.” (U. Galimberti, Psiche e techne).
Ogni istanza umanistica perde di significato e se l’individuo aspira a diventare almeno una pedina, un  ingranaggio dell’apparato tecnico bisogna che faccia e si comporti in maniera appropriata, a partire dall'indirizzo dei propri studi e dall'orientamento dei propri interessi: i quali devono essere funzionali alle esigenze dell’apparato stesso.
Inutile ricordare l’infinito dibattito sul tema, sull’inutilità, e insensatezza, degli studi umanistici ai quali bisogna preferire quelli che abbiano un senso per il buon funzionamento della società (della tecnica), pena l'esclusione dal mondo del lavoro che, in quest'ottica, non è altro se non il meccanismo che permette agli uomini di essere funzionali alla società della tecnica.
Tutti siamo necessari, nessuno è indispensabile è il motto dell'Homo Novus.