Autore Topic: Riflessioni, e vaneggiamenti, estivi intorno alla democrazia.  (Letto 331 volte)

0 Utenti e 1 Visitatore stanno visualizzando questo topic.

Offline barabba

  • Moderatore
  • Pennino
  • *****
  • Post: 516
  • Sesso: Maschio
  • Non egere felicitate felicitas vestra est
Discorrevo l’altro giorno sull’utilità o meno dell’andare a votare.
Sosteneva un mio collega la necessità di recarsi alle urne e di esprimere sempre e comunque la propria scelta per una qualsiasi delle parti in campo. Attingeva a un vecchio argomento  “ogni voto vale uno, se non scelgo io sceglie qualcun altro per me” per molti sempre valido.
Non ero d’accordo naturalmente.
L’idea stessa di scelta è di per sé utilitarista e presuppone il raggiungimento di un obiettivo concreto o di un utile, se astratto o personale poco importa, e spesso si materializza come la scelta non del migliore ma del meno peggio. Ma, uno dei principali ingredienti della democrazia è il dubbio. Il quale ha sempre avuto la funzione di spezzare la realtà, di duplicarla e, di conseguenza, di generare domande. Dal dubbio, come scoperta della non univocità del reale, nasce la coscienza e il libero arbitrio. A sua volta, uno dei modi in cui il dubbio può manifestarsi è il dissenso; il quale si può, anzi si deve, esprimere in ogni maniera possibile, compresa la libertà di non votare.
La libertà di non recarsi alle urne ha un senso, soprattutto oggi, nelle nostre imperfette democrazie in cui il potere ha mutato il proprio volto.
Un potere che non reprime più il dissenso, ma opera affinché non possa costituirsi; un potere che non punisce i corpi, ma si impadronisce delle menti eliminando alla radice il dubbio e quindi il libero arbitrio.
Il mio collega ha obiettato che si può scegliere tra una pluralità di partiti e di candidati.
Vero. Ma se tale pluralità è solo fittizia? Come la mettiamo? Se la differenza è finta? Che succede? Se la vittoria di forzisti o pentastellati si risolve nella vittoria dell’identico paradigma, cosa è possibile fare?
Beh, allora un modo per esprimere il proprio dissenso è quello di non votare.
Ovviamente non è l’unico modo.
Per cominciare, si potrebbe iniziare a dubitare, evitare di conformarsi al pensiero corrente (anche, soprattutto, quello scientifico) e rimettere in discussione quanto già sappiamo e diamo per scontato.
Scriveva de Tocqueville quasi due secoli or sono nel suo La democrazia in America.
“Credo che la forma di oppressione da cui sono minacciati i popoli democratici non rassomiglierà a quelle che l’hanno preceduta nel mondo … Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari con i quali soddisfare i loro desideri. Ognuno di essi, tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri: i suoi figli, i suoi amici, formano per lui la specie umana; quanto ai propri concittadini, egli è vicino a essi, ma non li vede; li tocca ma non li sente; vive in se stesso e per se stesso; se gli resta ancora una famiglia si può però dire che non abbia più patria.
Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare loro i beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, particolareggiato, regolare, previdente, e mite. Rassomiglierebbe all’autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità, mentre cerca solo di fissarli in un’infanzia irrevocabile, ama che i cittadini si divertano e non pensino ad altro che a divertirsi. Lavora al loro benessere, ma vuole esserne l’unico agente, provvede alla loro sicurezza, facilita i piaceri … Non potrebbe esso togliere interamente la fatica di pensare e la pena di vivere? Così ogni giorno esso rende meno necessario e più raro l’uso del libero arbitrio e restringe l’azione della volontà in più piccolo spazio e toglie a poco a poco l’uso di se stesso ...”
Sembra quasi una profezia. L’uguaglianza di cui parla de Tocqueville è solo formale, è naturale, non è materiale, è un’uguaglianza dell’irrilevanza, scriveva Hegel.
Quindi, per opporsi a questo lento scivolamento verso l'oblio, bisognerà innanzitutto tornare a pensare e a riflettere al fine di riconquistare il libero arbitrio che ci è già stato sottratto. Discutere di libero arbitrio e di liquefazione della società, dell’atomizzazione individuale e dell’ascesa ineluttabile dell’uomo nuovo: l’uomo flessibile, l’uomo che ha abbracciato la precarizzazione della vita e non si pone più domande, non dissente più su nulla.
Bisogna opporsi al pensiero conformista della necessità della flessibilità elargito a larghe mani da ogni  mezzo di comunicazione di massa.
Perché la flessibilità comporta per ogni uomo l’assenza di un lavoro stabile, e il pensiero conforme enfatizza come opportunità di migliori condizioni economiche la precarizzazione del lavoro; l’assenza di un radicamento territoriale, e il pensiero conforme enfatizza come opportunità per nuove e migliori esperienze in giro per il mondo l’emigrazione; l’assenza di identità, e il pensiero conforme enfatizza come come apertura mentale e modernità erogatrice di nuove possibilità la confusione sentimentale, sessuale, culturale, sociale, nazionale ed etnica; l’assenza di coscienza e, sempre più spesso, di famiglia (quest’ultima inquadrata nel campo dell’egoismo individuale, una conquista anche quello).
Se non si vuole che l’uomo del futuro sia questo uomo flessibile, ridotto a puro consumatore, per lo più single e nomade, incapace di intendere l’alienazione di cui è vittima e di opporsi ad essa, dedito soltanto alla soddisfazione di pochi piaceri individuali e sempre pronto a migrare per piegarsi senza obiettare alle superiori esigenze della produzione, bisognerà ricominciare a pensare e a dissentire in tutti i modi.
« Ultima modifica: 26 Luglio 2017, 18:56:18 da barabba »

Offline Bic

  • Tea C. Blanc
  • Amministratore
  • Tastiera digitale
  • ******
  • Post: 10219
Re:Riflessioni, e vaneggiamenti, estivi intorno alla democrazia.
« Risposta #1 il: 31 Luglio 2017, 18:05:23 »
Barabba, per il semplice fatto che stiamo qui a parlarne, noi siamo già, adesso, l'umanità flessibile.
E sono concorde con quanto vai a dire.

Anch'io - pensa che coincidenza - stavo parlando pochi giorni fa con un amico sull’utilità o meno dell’andare a votare. E dietro mia espressa richiesta.
Perché questo amico, tra le varie cose che ha fatto e continua tuttora a fare, ha avuto un ruolo attivo fino a pochi anni fa in un organismo (non era un sindacato) che si preoccupava della tutela dei diritti del lavoro nonché pensionistici in un settore del lavoro bastonato da sempre.
Insomma, ha fatto anche in modo che un sacco di poveretti, altrimenti senza pensione, potessero invecchiare non dico da ricchi ma almeno comprarsi il pane.
Dico era, perché poi questo organismo è stato introiettato da alcuni grossi pesci che appartenevano alla sfera politica e volevano spartirsi il fondo comune. Cosa che hanno fatto, nonostante l'evidente reato, reso però legale da alcune manovre in campo giuridico che hanno coperto i protagonisti di questa sordida storia.
Non dichiaro il nome dell'organismo, perché non solo verrei a mancare alle confidenze dell'amico, ma renderei pubblico il suo nome e quello di altri.
Non mi interessa se quanto asserisco non può essere documentato, non sono nemmeno interessata a eventuali obiezioni di qualcuno che potrebbe accusarmi di fantasie. So che le cose sono andate così.
In seguito a questa ladrocinio ci fu gente che restò per strada. Non solo, ci furono anche dei suicidi, addirittura tra la gente che si era adoperata per fondare questo organismo, perché per poter arraffare tutto quanto le brave persone che se ne sono impadronite hanno fatto in modo di rovinarne la carriera o l'immagine.
Questo vuol dire che se prima (è solo un esempio) eri un bravo giornalista apprezzato, ti ritrovi il giorno dopo senza uno straccio di giornale che voglia un tuo pezzo. Come? In tanti modi, per esempio prima avevi accesso al direttore, di colpo il direttore non è mai al telefono. Ti rovinano la carriera con il silenzio omertoso, e con un sorriso ti chiudono ogni porta. Perché sei diventato quello che porta la lettera scarlatta.

Lui ha avuto delle conseguenze forti, ma dalla sua ha che è troppo bravo nel suo lavoro e sommamente intelligente. Nonostante le porte che man mano andavano chiudendosi è riuscito a continuare.
Nessuno gli può togliere i riconoscimenti che ha avuto all'estero.

Questo amico, a causa del suo lavoro, ha avuto modo di vivere da vicino parecchi personaggi dell'attuale scena politicante italiana. Non dico politica perché ho rispetto per le parole. E quindi ha visto molto bene le manovre, e tutto quanta la porcheria che viene quotidianamente riversata sulle spalle degli italiani.
Questa gente, oltre che ladra e corrotta, è anche pericolosa.
Non ha la coscienza del valore dell'essere umano, tantomeno di quello democratico. Ragiona solo in termini di profitto economico (personale) e di potere.

Per questo motivo, e in virtù di altre conoscenze sue acquisite, gli ho fatto questa domanda che mi vado ponendo da un po' di tempo.
E anche lui ha confermato che nelle prossime elezioni - anzi, nell'attuale panorama politicante italiano - l'unica cosa che si può fare resta quella di non andare a votare.

Perché ci sono alcune persone oneste e capaci che stanno emergendo, ma sono ancora troppo deboli e la stampa italiana (che mi ha confermato al soldo di chi tira le fila, se mai ci fosse ancora il bisogno di una conferma), le spianerebbe, detto semplice semplice. Quindi stanno molto tentennando circa una loro eventuale presentazione in lista per le prossime elezioni perché potrebbero bruciarsi ancora prima di avere cominciato.


  Contatti:
bic@nuovasolaria.net
facebook: Tea C. Blanc

Offline Bic

  • Tea C. Blanc
  • Amministratore
  • Tastiera digitale
  • ******
  • Post: 10219
Re:Riflessioni, e vaneggiamenti, estivi intorno alla democrazia.
« Risposta #2 il: 31 Luglio 2017, 18:50:40 »



Aggiungo anche questo a titolo di riflessione (e informazione).

Un'intervista a Ferdinando Imposimato > https://it.wikipedia.org/wiki/Ferdinando_Imposimato

! No longer available





  Contatti:
bic@nuovasolaria.net
facebook: Tea C. Blanc

Offline barabba

  • Moderatore
  • Pennino
  • *****
  • Post: 516
  • Sesso: Maschio
  • Non egere felicitate felicitas vestra est
Re:Riflessioni, e vaneggiamenti, estivi intorno alla democrazia.
« Risposta #3 il: 01 Agosto 2017, 17:48:43 »
Citazione
E sono concorde con quanto vai a dire.
Mi pare cosa buona e giusta.
Parli di politicanti, certo quando li ascolto alla TV (soprattutto quelli di sinistra) le ginocchia mi tremano. Anche Sergio Rizzo mi ha fatto tremare tempo fa (e lui ha rifondato il Partito Comunista Italiano).
Che dirti? Al contrario di quanto promesso da ogni governo, dopo la caduta del Muro di Berlino in questi anni abbiamo assistito inermi a un arretramento delle libertà individuali e civili, sociali ed economiche.
La libertà ha subito il tallone del capitalismo (trasformatosi a sua volta in finanzcapitalismo, ossia in capitalismo finanziario, quindi tecnocapitalismo perché in larga parte governato da oscuri algoritmi non controllati più da nessuno) ma non solo, mentre il sistema di informazione batteva la gran cassa del: Lo vuole la globalizzazione, Ce lo chiede il mercato. Ripetuti acriticamente, come se fossero dogmi di fede, come se fossero articoli del Credo.
 E mentre discutiamo di nulla ogni individuo si trasforma in un ingranaggio di una macchina impersonale in cui il pensiero omologante impedisce ogni forma di riflessione, ogni spunto di pensiero originale, e quindi di dissenso.
Detto questo, attenzione però a non cedere alle lusinghe del complottismo, una trappola conformista anch'essa, un luogo dove alberga l'assurdo e quindi capace di spegnere con facilità i vivaci falò degli entusiasti.
Le radici del malessere sono molto più antiche e profonde di quanto non sia dato vedere in superficie. L'umanità corre da secoli nella stessa identica direzione senza ascoltare le voci critiche che pure, se si guarda bene e si ascolta bene, ovunque si levano.

Dai una lettura anche al precedente "vaneggiamento", che del secondo è la premessa. E magari fai una riflessione sul concetto di alienazione. Quella descritta da Marcuse ne L'uomo a una dimensione, per esempio, perché la critica marxista si era soffermata sul solo aspetto economico dell'alienazione, purtroppo solo una parte dell'alienazione complessiva che affligge l'uomo moderno.

Il mio invito è sempre quello di cominciare a "pensare" mettendo da parte i dogmi, soprattutto quelli scientifici.
Per chi ha le capacità intellettuali (come tu hai, Bic) consiglio di dare un'occhiata a quanto ha prodotto l'epistemologia nell'ultimo secolo e mezzo e partire da là per una critica più consapevole al mondo che ci circonda.

Offline Bic

  • Tea C. Blanc
  • Amministratore
  • Tastiera digitale
  • ******
  • Post: 10219
  Contatti:
bic@nuovasolaria.net
facebook: Tea C. Blanc

Offline Bic

  • Tea C. Blanc
  • Amministratore
  • Tastiera digitale
  • ******
  • Post: 10219
Re:Riflessioni, e vaneggiamenti, estivi intorno alla democrazia.
« Risposta #5 il: 03 Agosto 2017, 21:58:25 »
Aggiungo: grazie, Barabba, per la miriade di bei topic che stai aprendo.
  Contatti:
bic@nuovasolaria.net
facebook: Tea C. Blanc

Offline Mario Giardini

  • Pennello
  • ***
  • Post: 93
  • Sesso: Maschio
Re:Riflessioni, e vaneggiamenti, estivi intorno alla democrazia.
« Risposta #6 il: 30 Agosto 2017, 16:23:17 »
"Il mio invito è sempre quello di cominciare a "pensare" mettendo da parte i dogmi, soprattutto quelli scientifici."

"Dogma scientifico" a me pare un ossimoro. Se, naturalmente, la scienza viene intesa, e praticata, correttamente.

Tuttavia, sarei molto interessato a una breve elencazione di tali dogmi.

Per rimanere in tema col topic, informo che, con l'eccezione delle politiche del 2013 (ma solo perché ero candidato) non voto più dal 2006.
« Ultima modifica: 30 Agosto 2017, 16:24:35 da Mario Giardini »

Offline barabba

  • Moderatore
  • Pennino
  • *****
  • Post: 516
  • Sesso: Maschio
  • Non egere felicitate felicitas vestra est
Re:Riflessioni, e vaneggiamenti, estivi intorno alla democrazia.
« Risposta #7 il: 01 Settembre 2017, 11:42:07 »
Mi spiace deluderti, la scienza non è la Chiesa cattolica.
Seppure i dogmi della Chiesa non siano immutabili nel tempo, e quindi bisognerebbe far uso delle armi genealogia per far un po’ di chiarezza in merito, non esiste alcun elenco di dogmi scientifici precostituiti a cui attingere e che io possa elencarti.
Ma credo che questo tu lo sapessi già.
Non so se hai confidenza con il termine paradigma scientifico, come è stato introdotto da Thomas Kuhn, un epistemologo scomparso da qualche anno.
Nel suo La struttura delle rivoluzioni scientifiche introduce il concetto di paradigma come: “Un risultato scientifico universalmente riconosciuto che, per un determinato periodo di tempo, fornisce un modello e soluzioni per una determinata comunità di scienziati.”
Per Kuhn l’accettazione del paradigma da parte di una comunità scientifica mette in moto una serie di osservazioni e sperimentazioni che confermano il paradigma. Kuhn la chiama Scienza normale, in contrapposizione alla Scienza Straordinaria.
Per Kuhn l’accettazione del paradigma compatta una comunità di scienziati i quali impiegheranno  poi la loro attività in modo non contrastante al paradigma.
Quanto più la Scienza Normale si mostra efficace nel descrivere ciò che studia, tanto più ampia diventerà la base e il consenso di cui godrà e tanto maggiore la specializzazione degli scienziati e l’approfondimento sui vari temi, così da diventare quasi esoterica, ossia in mano a una ristretta cerchia in grado di comprendere lei sola tutte le sfumature della singola materia.
Il successo del paradigma determina il consolidamento dello stesso. Il paradigma si trasforma in una  sorta di dogma.
Kuhn introduce anche i concetti di Scienza Straordinaria e di Rivoluzione scientifica, i quali portano alla rottura del vecchio paradigma e all’introduzione di quello nuovo.
Il dogma in questione ha quindi una valenza sociologica, ma la scienza, fino a prova contraria (non so ancora per quanto), la fanno gli uomini o le comunità di uomini.
Esiste poi un altro aspetto del tutto evidente, a mio avviso.
La scienza, e la tecnica, sono il nostro mondo, il nostro immaginario, i nostri sogni. Hanno carattere afinalistico e non salvifico, ma funzionano e rendono all’umanità  la vita meno faticosa e più leggera in maniera molto più efficace di quanto non abbiano potuto fare morali e religioni nel passato a tutte le latitudini e longitudini. Il successo della tecnica ha perciò scardinato ogni religione ed etica.
Grazie al suo successo la scienza e la tecnica si trovano in una posizione privilegiata rispetto alle religioni, all’etica, persino alla politica. Un paradigma scientifico può quindi diventare la bandiera di determinate élite e utilizzato per costruire il consenso, o il dissenso, dell’opinione pubblica, restituendo così uno scopo a ciò che scopo di per sé non ha, trasformando il paradigma scientifico in dogma o ideologia, cioè in qualcosa incontrovertibile e incontestabile, ad uso e consumo dell’opinione pubblica.
Un esempio se vuoi, a mio avviso evidente, è il paradigma del GW antropico, che ha indirizzato alcuni paesi dell’Occidente verso determinate scelte di politica industriale e non solo.
E la questione dei vaccini? Il paradigma medico scientifico viene utilizzato per raggiungere un fine, che è quello della espansione del numero dei vaccini da inoculare alla popolazione.

Offline Mario Giardini

  • Pennello
  • ***
  • Post: 93
  • Sesso: Maschio
Re:Riflessioni, e vaneggiamenti, estivi intorno alla democrazia.
« Risposta #8 il: 02 Settembre 2017, 13:06:11 »
“… non esiste alcun elenco di dogmi scientifici precostituiti a cui attingere e che io possa elencarti. Ma credo che questo tu lo sapessi già.”

Concordo. Non ci sono dogmi scientifici, ma solo “situazioni” o “stati”, in determinati periodi storici, della scienza, che, volendo, (e a torto, a mio giudizio), possono impropriamente definirsi dogmi. È proprio per questo che “dogma scientifico” è un ossimoro.

 “Non so se hai confidenza con il termine paradigma scientifico, come è stato introdotto da Thomas Kuhn, un epistemologo scomparso da qualche anno.
 Nel suo La struttura delle rivoluzioni scientifiche introduce il concetto di paradigma come: “Un risultato scientifico universalmente riconosciuto che, per un determinato periodo di tempo, fornisce un modello e soluzioni per una determinata comunità di scienziati.”
 Per Kuhn l’accettazione del paradigma da parte di una comunità scientifica mette in moto una serie di osservazioni e sperimentazioni che confermano il paradigma. Kuhn la chiama Scienza normale, in contrapposizione alla Scienza Straordinaria.
 Per Kuhn l’accettazione del paradigma compatta una comunità di scienziati i quali impiegheranno  poi la loro attività in modo non contrastante al paradigma … . Il successo del paradigma determina il consolidamento dello stesso. Il paradigma si trasforma in una sorta di dogma”


Ho letto Kuhn. A mio parere, Kuhn scrive non di scienza, ma di scienziati. Cioè di uomini. E scopre che l’uomo scienziato non è una categoria umana composta da déi, (ma guarda un po’!) ma da esseri che possono essere, e sono, quasi tutti furiosamente ambiziosi, per lo più conservatori, spesso bigotti, spesso penosamente incolti al di fuori dal proprio campo di specializzazione, e spesso assai invidiosi e maldicenti.

L’unica, forse l’ultima, categoria umana per la quale, in ambito sociale, la “rispettabilità” viene prima di ogni altra cosa.

Il fatto che un risultato scientifico diventi infine un paradigma, in tale contesto umano, è ovvio, se si distingue fra scienza e scienziati.

Meno ovvio è che, prima di diventare un paradigma, di solito il risultato di cui parla Kuhn, mette in moto “una serie di osservazioni” che permettono non solo, in tempi più o meno lunghi, di confermare ciò che nel tempo si trasforma in “paradigma”, ma di accrescere, spesso grandemente, la conoscenza scientifica in generale.

Che l’energia fosse una grandezza discreta, composta di unità dette “quanti”, era un’ipotesi (anno 1900) che serviva a spiegare l’emissione e l’assorbimento di onde elettromagnetiche da parte del cosiddetto “corpo nero”. Cinque anni dopo un signore di nome Albert Einstein scrisse un articolo per spiegare l’effetto fotoelettrico, che sarebbe stato impossibile scrivere se non avesse preso per buoni i risultati di Planck.

I pannelli fotovoltaici non funzionerebbero senza Planck e Einstein (e senza innumerevoli altri scienziati che si sono occupati di studiare la struttura cristallina di alcune sostanze).

Il “paradigma” è, talvolta, il risultato finale di una grandissima quantità di altre attività positive, e non è, di per sé, (sempre a mio parere), un fatto necessariamente negativo.

Lo diventa quando diviene un freno per ulteriori conoscenze in campo scientifico, o quando viene traslato dal campo scientifico ad altri, ad esempio quello politico o sociale.

Nel primo dei due casi, prima o poi uno scienziato eretico distruggerà il paradigma attuale, o delimiterà il campo di applicazione in cui è valido, e darà il via ad un’altra corsa verso un successivo paradigma.

Einstein non ha mandato in soffitta Newton: ha solo ristretto il campo di applicazione delle sue teorie al regno macroscopico della materia.



Nel secondo caso, uso politico o ideologico del paradigma, convengo sia assai più difficile liberarsene. Ma questo, credo sarai d’accordo, non è un problema che crea la scienza.
 
“Quanto più la Scienza Normale si mostra efficace nel descrivere ciò che studia, tanto più ampia diventerà la base e il consenso di cui godrà e tanto maggiore la specializzazione degli scienziati e l’approfondimento sui vari temi, così da diventare quasi esoterica, ossia in mano a una ristretta cerchia in grado di comprendere lei sola tutte le sfumature della singola materia.”

L’universo è la realtà fisica più complessa che esiste per gli esseri umani. Se per trovare il bosone di Higgs devono lavorare per anni 3000 scienziati, ma solo un gruppo ristretto di un centinaio fra di loro potrà interpretare i risultati dei lavori e pervenire a certe conclusioni, questo è, sic et simpliciter, un fatto, non il risultato di un complotto.

Quindi ciascun campo di indagine scientifica è sempre più destinato “una ristretta cerchia in grado di comprendere lei sola tutte le sfumature”? Sì, la scienza, per usare una definizione in voga “non è democratica”. È intrinsecamente oligarchica. Lo è sempre stata e lo sarà sempre più in futuro.

È un problema? Certo che sì. Risolvibile? A mio parere, sì. Siamo sulla buona strada, parlando in generale? Per niente.

“Il successo della tecnica ha perciò scardinato ogni religione ed etica…”

Non posso essere d’accordo. Non vedo templi della scienza in giro, né fedeli che pregano una qualche teoria scientifica. Vedo una generale ignoranza sui “fondamentali” della scienza, ignoranza che cresce ogni giorno, e ogni che giorno rende sempre più difficile capire il mondo in cui si vive.

Il risultato è che non si prova neppure, a capire, a farsi un pochino “scienziati”.

Usi la corrente elettrica oppure un cellulare? Troverai sempre l’imbecille di turno che proverà a convincerti della pericolosità degli elettrodotti e delle “antenne”. E siccome tu uomo e donna comune, nonostante magari due lauree, non sai cosa sia un’onda elettromagnetica, quale è la quantità di energia che contiene, quale sia la soglia oltre la quale diventa pericolosa, da perfetto ignorante ci credi e vai bovinamente a protestare, con tutta la famiglia i cui membri possiedono tutti un telefono cellulare, contro le “emissioni”.  Ignoranza pura.

E, comunque, non tutte le religioni sono scomparse. È in via di estinzione l’uomo religioso occidentale, questo sì.

Discorso vasto, che forse varrebbe la pena riprendere in altro momento.

“Grazie al suo successo la scienza e la tecnica si trovano in una posizione privilegiata rispetto alle religioni, all’etica, persino alla politica. Un paradigma scientifico può quindi diventare la bandiera di determinate élite e utilizzato per costruire il consenso, o il dissenso, dell’opinione pubblica, restituendo così uno scopo a ciò che scopo di per sé non ha, trasformando il paradigma scientifico in dogma o ideologia, cioè in qualcosa incontrovertibile e incontestabile, ad uso e consumo dell’opinione pubblica.
 Un esempio se vuoi, a mio avviso evidente, è il paradigma del GW antropico, che ha indirizzato alcuni paesi dell’Occidente verso determinate scelte di politica industriale e non solo. E la questione dei vaccini? Il paradigma medico scientifico viene utilizzato per raggiungere un fine, che è quello della espansione del numero dei vaccini da inoculare alla popolazione.”


Francamente, non vedo alcuna differenza tra oggi e il passato, se parliamo di “determinate élite” che voglio costruire consenso o dissenso per interessi propri, economici, politici o di altro genere.

È sempre lo stesso uomo-lupo alla caccia della propria selvaggina. Se prima era in sella ad un cavallo coperto da un’armatura, oggi è ovvio ritrovarselo (figurativamente) ai comandi di un MiG o a bordo di una portaerei.

Se prima forza bruta e “chiese e sistemi di valori” del tempo si alleavano per conquistare potere ricchezza onori status, oggi il ventaglio di mezzi a disposizione è diverso, e forse più vasto. Fra questi, certamente si possono usare, e si usano, temi scientifici come mezzi per i fini detti.

Ma così come ci si è liberati delle “chiese e sistemi di valori” è possibile liberarsi dei “paradigmi scientifici” diventati dogmi.

L’unica e risolutiva arma è la scienza stessa, cioè la conoscenza scientifica del mondo.

Ma come si fa, se la scienza non è democratica ma oligarchica, ed è sempre più complessa e dunque la conoscenza (o ignoranza) è sempre più frammentata e specialistica?

I due esempi proposti, GW e vaccini, calzano perfettamente. Sarebbe interessante discuterli approfonditamente, per dare o tentare di dare, una risposta alla domanda che ho appena posto.
« Ultima modifica: 02 Settembre 2017, 13:12:27 da Mario Giardini »

Offline Bic

  • Tea C. Blanc
  • Amministratore
  • Tastiera digitale
  • ******
  • Post: 10219
Re:Riflessioni, e vaneggiamenti, estivi intorno alla democrazia.
« Risposta #9 il: 02 Settembre 2017, 17:52:56 »

E la questione dei vaccini? Il paradigma medico scientifico viene utilizzato per raggiungere un fine, che è quello della espansione del numero dei vaccini da inoculare alla popolazione.


I due esempi proposti, GW e vaccini, calzano perfettamente. Sarebbe interessante discuterli approfonditamente, per dare o tentare di dare, una risposta alla domanda che ho appena posto.


No, Barabba, in questo caso il vivo appello dello scienziato (cioè lo specialista, l'immunologo richiesto dalla commissione), era - ed è - proprio quello di fare molta attenzione, come dicevo,  all'espansione dei vaccini all'intera popolazione infantile e giovane, e per di più coatta. E di evitare proprio quello che hanno deciso di decidere.
Inascoltato, gente che non ha alcuna competenza in materia, forse e probabilmente nemmeno quella politica, ha riconfermato un decreto che nulla ha a che vedere con quanto ha, non solo consigliato, ma invitato a rispettare per evitare danni e ripercussioni su vasta scala e a lunga scadenza.

Video ne ho portati. E su internet ne esistono altri.


L’unica e risolutiva arma è la scienza stessa, cioè la conoscenza scientifica del mondo.

Ma come si fa, se la scienza non è democratica ma oligarchica, ed è sempre più complessa e dunque la conoscenza (o ignoranza) è sempre più frammentata e specialistica?

Scienza ed etica?

Solo scienza si è preda di qualsiasi pazzo.
  Contatti:
bic@nuovasolaria.net
facebook: Tea C. Blanc

Offline Mario Giardini

  • Pennello
  • ***
  • Post: 93
  • Sesso: Maschio
Re:Riflessioni, e vaneggiamenti, estivi intorno alla democrazia.
« Risposta #10 il: 04 Settembre 2017, 14:45:57 »
Tea: “Scienza ed etica?  Solo scienza si è preda di qualsiasi pazzo”.



Rispondo alla domanda, non all’affermazione, che è discutibile assai: sì, certamente.



Tuttavia, posta così seccamente, la domanda lascerebbe intuire il dubbio che ci si occupi di scienza, in generale, senza occuparsi dell’etica che la deve accompagnare. Ma non è così.



C’è una miriade di studi e di pubblicazioni che si occupano di etica della scienza e della tecnologia. Una letteratura enorme, e per lo più sconosciuta non solo al grande pubblico, ma, soprattutto, a chi dovrebbe informarlo nella vita adulta, e formarlo in età scolastica. Una letteratura così estesa e dettagliata da permettere la pubblicazione e l’aggiornamento di intere enciclopedie, generali e specializzate. Un intero settore, che seguo con particolare attenzione, è detto STS: Science Technology and Society.



Per gli esempi, pesco in parte dalla mia biblioteca personale (sono uno che compulsivamente scarica migliaia di titoli pur sapendo che non potrò mai leggerli tutti) ed in parte dal web.

Encyclopedia of Bioethics ( Thomson Gale, ho l’edizione 2003, 3145 pagine).
Encyclopedia of Environmental Ethics (Gale, edizione 2009, 1200 pag circa).
Encyclopedia of Science Technology and Ethics (Thomson Gale, ed 2005, 2200 pagine circa).

Ci sono poi naturalmente anche libri, quali “Business Ethics”, edito da Springer, o “Ethics and Corporate Social Responsibilty”, Greenwood Publishing oppure “Profits with Principles: Seven Strategies for Delivering Value with Values”.

Se si va sul sito www.nap.edu (che è il portale della National Accademies Press americanca) e si digita la parola “ethics” si ottiene il seguente risultato:
“Search results for ethics - Viewing 1 - 50 of 1,732 results by relevance”.
Millesettecentotrentadue pubblicazioni.
 
La prima della lista che ho davanti agli occhi in questo momento è la seguente:
Human Genome Editing: Science, Ethics, and Governance (2017)
Consensus Study Report
National Academy of Sciences; National Academy of Medicine; National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine; Committee on Human Gene Editing: Scientific, Medical, and Ethical Considerations
Biology and Life Sciences
Read Online
Download Free PDF  13,167 downloads”

Un altro paio di titoli:

Technology, Policy, Law, and Ethics Regarding U.S. Acquisition and Use of Cyberattack Capabilities
Fostering Integrity in Research

Tutto quanto a disposizione, scaricabile gratuitamente. Io attingo spesso da questo sito.  Molti sono i proceedings di workshops sull’argomento. L’ultima lettura che ho (ri)fatto risale a un paio di mesi fa. La cito per intero, titoli e papers, per dare una idea chiara anche dei temi di cui si discute. Riguarda le tecnologie emergenti (il workshop è del 2003) e l’Ingegneria.
 
Emerging Technologies and Ethical Issues in Engineering: Papers from a Workshop,  October 14-15, 2003
National Academy of Engineering
1.      Engineering and Ethics for an Anthropogenic Planet
2.      The Ethics of Nanotechnology: Vision and Values for a New Generation of Science and Engineering
3.      Neurotechnology and Brain-Computer Interfaces: Ethical and Social Implications
4.      Energy, Engineering, and Ethics

STATE OF THE ART IN ENGINEERING ETHICS
1.      Methodologies for Case Studies in Engineering Ethics
2.      Responsibility and Creativity in Engineering
3.      Microethics, Macroethics, and Professional Engineering Societies

ETHICS IN ENGINEERING EDUCATION
1.      Ethics across the Curriculum: Preparing Engineering and Science Faculty to Introduce Ethics into Their Teaching
2.      Integrating Ethics Education at All Levels: Ethics as a Core Competency

Ho messo insieme questo breve elenco per affermare due cose.

Primo: non è vero che non ci si pongano problemi etici e non si cerchino soluzioni etiche in un mondo pervaso dalla tecnologia e dalla scienza.

Secondo: c’è un mare sterminato di letteratura dal quale pescare ciò che più ci interessa per informarci ed essere un pochino più consapevoli di ciò che ci circonda, rendendolo meno misterioso e con ciò stesso meno miticamente minaccioso.


Ma temo sia del tutto inutile un approccio ragionato di questo tipo.  La verità è che da noi, purtroppo, il dibattito è di infimo livello, inquinato dalla politica, dalle ideologie, e dal ciarpame culturale di cui sono ricchi gli italiani.


Alla maggior parte (compresi i cosiddetti intellettuali ed i media) poco interessa il dibattito serio e onesto, ove si è obbligati a prendere atto che gli esseri umani hanno ancora infinite limitazioni e che perciò il migliore dei mondi possibili non è dato costruirlo overnight. Ammesso sia possibile un giorno costruirlo.


Sono figli del vuoto spinto del ’68 e di una cultura di sinistra sinistramente vecchia, impermeabile alla ragione e al buon senso, che prima o poi si estinguerà, certo, ma non senza prima procurare ancora danni immensi.
« Ultima modifica: 04 Settembre 2017, 14:48:31 da Mario Giardini »

Offline barabba

  • Moderatore
  • Pennino
  • *****
  • Post: 516
  • Sesso: Maschio
  • Non egere felicitate felicitas vestra est
Re:Riflessioni, e vaneggiamenti, estivi intorno alla democrazia.
« Risposta #11 il: 13 Settembre 2017, 15:53:33 »
Splendido intervento, Mario.




Nel secondo caso, uso politico o ideologico del paradigma, convengo sia assai più difficile liberarsene. Ma questo, credo sarai d’accordo, non è un problema che crea la scienza.

L’assunto finale (non è un problema che crea la scienza) sembra del tutto innocuo, consequenziale e condivisibile, quando invece proprio la non neutralità della scienza diventa una questione cruciale nella riflessione epistemologica e  fenomenologica delle ultime decadi.

Dopo l’azione esercitata con la tecnica sulla natura, l’uomo si trova a dover subire la reazione del procedimento tecnico sulla propria essenza, che viene inevitabilmente modificata.
K.Jaspers, Origine e senso della storia.

La tecnica moderna, intesa come ciò che aveva la disponibilità e l’impiego di tutte le cose, non è un operare puramente umano.
M.Heidegger, La questione della tecnica.

La tecnica è stata promossa dall’esigenza umana di dominare la natura. Il dominio è dunque l’intenzione di fondo e insieme l’orizzonte a partire dal quale ha luogo la comprensione del mondo e l’orientamento in esso. Come volontà di dominio, la tecnica può raggiungere il suo scopo solo se è in grado di esercitare un controllo su ciò che accade, nel senso di far accadere e di fare essere ciò che è conforme a quanto è stato progettato. Dire questo significa dire che la tecnica, nella sua espressione moderna, diventa l’orizzonte ultimo a partire dal quale si dischiudono tutti i campi di esperienza. Non più l’esperienza che, reiterata, mette capo alla tecnica, ma la tecnica come condizione che decide il modo di fare esperienza.
U.Galimberti, Psiche e Techne.
Il mondo della tecnica è il mondo del dominio, a cui si trova sottoposto l’uomo stesso che come soggetto aveva progettato la propria incondizionata signoria sulla Terra. Dietro l’ideologia del soggetto viene smascherata dal pensiero che penetra l'essenza della tecnica la realtà  che quella copre e nasconde, vale a dire l'asservimento più completo dell'uomo, nella forma della riduzione del suo essere, per un lato, a materiale a disposizione per le operazioni di dominio, e per l'altro a funzionario. Il pensiero che interroga la storia dell'essere porta così alla luce una vera e propria dialettica della soggettività, che ha il suo compimento nel mondo della tecnica: divenuto soggetto l'uomo non è liberato per la propria affermazione più sicura, ma il suo dominio si converte in servitù: è ridotto a oggetto, anzi a materiale di impiego.
M.Ruggenini, Il soggetto e la tecnica.

Le citazioni hanno l’unica funzione di dar risalto a una questione solo all’apparenza scontata; il comune modo di pensare: la tecnica neutrale e l’uomo che la indirizza con il suo agire verso il bene o verso il male.

D’altra parte non vorrei che nel post passasse un’idea luddista priva di ogni senso critico. Non è mia intenzione sparare contro la tecnica e le macchine, ma l'esatto contrario; per cui ora proverò a formulare una premessa con alcne alcune tesi fenomenologiche.
Gli esseri umani ritengono di essere al vertice della piramide evolutiva, se non proprio i figli dell'unico Dio delle religioni rivelate o degli dei delle mitologie precedenti, da Egli creati a Sua immagine e somiglianza. L'uomo si è sempre sentito prossimo alla divinità più che alle altre creature della Terra.
Tuttavia, se ci si riflette a mente serena, cercando di non farsi influenzare da millenni di idee preconcette (sembra facile), l'uomo che si riflette allo specchio, senza armi o indumenti, appare per quel che è: uno scherzo di natura più che un essere formidabile.

 L'uomo è l'unico animale che, per la sua scarsa dotazione di istinti, di sensi, e di capacità fisiche e motorie, ha mostrato sempre una scarsissima capacità di adattamento all'ambiente circostante, a qualsiasi ambiente naturale. Per intenderci, non abbiamo peli per proteggerci dal freddo o dal sole, non abbiamo denti o artigli con i quali difenderci od offendere, siamo lenti o lentissimi nella fuga, non disponiamo di un udito od olfatto sofisticati, la notte siamo come ciechi. Siamo fragili, soffriamo le intemperie e nel mondo naturale, senza indumenti e senza strumenti, siamo indifesi e inermi. Per non parlare dei nostri cuccioli, quasi degli aborti per la loro incapacità di essere autonomi per dei lunghi anni, anni in cui essi rimangono totalmente dipendenti dai genitori. L'uomo ha sempre faticato in ogni  ambiente naturale (anche in quelli più adatti alla propria natura) e la paleontologia sta lì a raccontarci le molteplici occasioni in cui nel passato l’umanità è andata pericolosamente vicina all'estinzione; anzi la storia della specie Homo sembra una storia di grandi estinzioni testimoniata dalla bassissima variabilità genetica del nostro DNA.
Gli altri animali, invece, sono perfettamente adattati all'ambiente naturale in cui nascono e vivono, hanno storie evolutive più lunghe e stabili, si trovano sempre a loro agio; e sin dalla nascita, o giù di lì, riescono a sopravvivere in modo autonomo quasi esclusivamente con l’armamentario materiale e istintuale ereditato per via genetica.
Vivono una vita felice e senza tempo.
La differenza tra la vita umana e quella animale è quindi apparsa sempre evidente all'uomo tanto che egli definisce se stesso Essere umano in ciò discostando se stesso, già dal punto di vista semantico e simbolico, dal resto del mondo animale. Essere perché egli non vive semplicemente, come fanno gli altri animali, in quanto egli e-siste e perciò definisce la propria vita e-sistenza.
Il passaggio dalla vita all’esistenza (ek-sistere) è cruciale.
Secondo l'interpretazione esistenzialista e fenomenologica (cfr. Karl Jaspers, Psicopatologia generale e Martin Heidegger, Essere e tempo) esistere non indica un’esistenza subordinata a una qualche presenza divina (a differenza dell’ontologia e di tutta la filosofia medievale poi), quanto il sussistere fuori, fuori dalla Natura., fuori da un ambiente naturale.
L'uomo, dunque, come unico animale che sussiste al di fuori dell'ambiente naturale.
Se si vuole porla in altri termini, l'uomo è il solo animale che non è riuscito ad adattarsi all'ambiente naturale in cui è nato e, per sopravvivere, è stato costretto a creare un proprio ambiente, un mondo diverso, artificiale, in cui poter sviluppare la propria e-sistenza. Insomma, l'essere umano, per vivere, ha dovuto creare un mondo umano, un ambiente a propria misura, solamente suo.
 
La creazione dell'ambiente umano è avvenuta e avviene attraverso la tecnica, attraverso il fare, il saper fare, capacità liberatasi in principio — questo si presume — dall'interazione tra mani e occhi. La possibilità di fare ha forse sviluppato la nostra postura eretta, agevolando questa interazione, per cui è possibile sostenere (le evidenze scientifiche le fornisce la paleontologia; la capacità di usare e controllare il fuoco ha oltre mezzo milione di anni e risale all’Homo Erectus.) che la tecnica sia di molto precedente all'avvento dell'Homo Sapiens e anche alla nascita dell'intelligenza umana come oggi la conosciamo e la definiamo.
La tecnica, il fare,  sembra precedere dunque l'intelligenza umana (e non viceversa); non è un punto da poco.
 Il saper fare indirizza la nostra evoluzione, la costruzione di utensili e strumenti modella la nostra mente (e non viceversa) e costruisce un rapporto originale tra noi e il mondo; anzi disvela il mondo (alethéia) e lo modella in modi nuovi. Con la tecnica l'uomo costruisce una nuova relazione tra sé e il mondo, che poi è la Natura. Per mezzo della  tecnica l'uomo procede allo svelamento (alethéia) della Natura. Per mezzo della tecnica la Natura, e quindi il mondo, si propongono all'uomo come alethéia, come verità disvelata.
È possibile quindi affermare che la tecnica sia la vera essenza dell’Uomo e attraverso di essa egli propone la sua signoria sul mondo.
Quando Prometeo (seguendo il mito greco magnificamente rappresentato da Eschilo nel Prometeo Incatenato) dona il fuoco agli uomini, egli appunto dona loro la tecnica, il saper fare. Prometeo è per i Greci pro-metheus (letteralmente colui che prevede): un nome non casuale.

 La capacità di fare  ha sviluppato nella specie Homo la capacità di prevedere le conseguenze di questo fare; la pre-visione nasce dall’intuizione che esiste un nesso di causalità, che ogni azione genera delle conseguenze.
Si obietterà, anche gli animali possono prevedere un’azione e agire di conseguenza. In realtà  una  differenza tra l'animale e l'uomo esiste: mentre il primo re-agisce ( e la reazione è dettata dal suo apparato istintuale: l'animale reagisce sempre in seguito a uno stimolo, esterno o interno, nel modo che gli viene indicato dal suo stesso apparato istintuale) l'uomo, oltre a reagire come un animale agisce. Ossia, compie un'azione di cui può pre-vedere la reazione. Così, attraverso la tecnica, l’uomo prevede e controlla, non solo il suo agire, ma anche la Natura.

La capacità di previsione nasce e si sviluppa insieme alla capacità di
Attraverso il successo della tecnica, grazie alla capacità di previsione, l'essere umano si sottrae all'atemporalità animale, distingue tra passato, presente e futuro, diventa padrone del proprio destino (ma anche l’artefice della propria infelicità, del proprio disagio. Ma questa è un’altra storia).
L’uomo diventa consapevole dello scorrere del tempo, e della direzione del tempo. E chissà, forse proprio questa direzione, questo eterno movimento in avanti si pone all’origine del Senso dell’Esistenza.
Ma il dono di Prometeo va anche oltre, in quanto permette all'uomo di raggiungere la salvezza non più solo affidandosi agli dei, perché facendo e prevedendo, grazie alla tecnica, realizza da sé solo la propria salvezza. Anche questo però è un altro tema ancora.

“L'agire (praxis) e il fare (techne) acquistano rilevanza nella riflessione greca sull'uomo. Alla riflessione greca si deve la differenza tra contemplazione e studio della natura (theoria) e capacità di produzione (poiesis).
La produzione di cose, di strumenti, di utensili, avviene secondo le regole della tecnica, mentre la produzione di atti secondo le regole dell'etica. Ma sia la tecnica che l'etica avevano nella natura (physis) il loro paradigma e limite.
La tecnica apprende le regole della poiesis imitando i processi di trasformazione della Natura, l'etica le regole della misura e dell'ordine a imitazione dell'ordinamento cosmico” (U.Galimberti, Psichiatria e Fenomenologia).

Nell'antica Grecia sia la tecnica che l'etica sono sottomesse alla Natura, non essendo quest’ultima piegabile agli scopi umani. Per indagare sulla propria Essenza (ontologia) all'uomo pertanto rimaneva solo la theorìa, ossia la libera contemplazione, lo studio, della Natura.
La scienza greca, come quella del mondo antico in genere, è solo theorìa, e non epistéme  (ossia la scienza basata sul metodo sperimentale).

La nascita della Scienza moderna (epistéme), agevolata dalla stabilità e trasmissibilità nel tempo, attraverso innumerevoli generazioni, del sapere tecnico capovolge totalmente la prospettiva greca. Con l’epistéme la Natura da soggetto, seppure indomabile (anànke, necessità) viene trasportata in laboratorio e diventa oggetto di sperimentazione, anzi diventa essa stessa un enorme laboratorio dove l'uomo sperimenta il proprio agire.

L'artificio indispensabile alla scienza moderna per funzionare è la riduzione (Riduzionismo scientifico) di tutto quanto esiste a un modello; un modello verificabile e riproducibile. La scienza moderna quindi, per spiegare come tutto funziona lo deve ridurre; non solo a un'unità minore (riduzione quantitativa) ma deve anche reificare ciò che studio, il quale diventa appunto oggetto di studio, di esame, di sperimentazione. La reificazione non riguarda solo la Natura, ma anche l’Essere umano.
Non solo la Natura da soggetto diventa oggetto, ma anche l’Essere umano da soggetto diventa oggetto. La scienza medica moderna cosa fa infatti, se non ridurre l’Essere umano di volta in volta a un singolo organo, in modo da poterne spiegare il funzionamento, seppure in vista di una cura?

Tuttavia la scienza moderna (per sua natura a-finalistica) funziona. Il suo approccio funzionale alla realtà, funziona. Il suo tentativo di spiegare il mondo produce risultati mai visti prima. Ma per spiegare come essa deve ridurre, e nell'opera di riduzione l'epistéme rinuncia a com-prendere, perché non ha più a che fare con soggetti, ma solo con oggetti.
L'incapacità di com-prendere mostra il suo lato debole proprio quando entra in scena l'Essere umano e le cosiddette (perché non può più darsi un sapere che non sia scientifico) scienze umane e sociali. Mi riferisco alla sociologia, al diritto, all'antropologia, alla psicologia, all'etica, alla politica, alla filosofia, all'economia  (ma anche alla cosmologia per altri versi), settori tutti dove il riduzionismo scientifico ha mostrato tutti i suoi limiti.

Persino il rapporto tra l'uomo e la tecnica muta con l'avvento della Scienza moderna.
Per tutta la storia umana la tecnica era servita all’uomo come regime di verità, come svelamento (alethéia) della Natura, in quanto il pro-durre è un con-durre, in quanto conduce qualcosa da uno stato di latenza a uno di non latenza.

La techne è un modo dell’aletheiein. Essa disvela ciò che non si produce da se stesso e che ancora non sta davanti a noi, e che perciò può apparire o ri-uscire ora in un modo ora in un altro. L’elemento decisivo della techne non sta perciò nel fare e nel maneggiare, nella messa in opera di mezzi, ma nel disvelamento menzionato.
M.Heidegger, La questione della tecnica.

La tecnica moderna mette fine alla circolarità “produzione come svelamento” “effettive pratiche produttive”.

Il disvelamento della tecnica moderna non si dispiega in un pro-durre nel senso della poiesis. Il disvelamento che vige nella tecnica moderna è una pro-vocazione la quale pretende dalla Natura che essa fornisca energia che possa come tale essere estratta e accumulata. Ma questo non vale anche per l’antico mulino a vento? Le sue ali girano sì spinte dal vento, e rimangono dipendenti dal suo soffio. Ma il mulino a vento non ci mette a disposizione le correnti aeree perché le accumuliamo.
M.Heidegger, La questione della tecnica.

Se la tecnica antica dispiegava le possibilità della Natura, la tecnica moderna tratta la Natura come un fondo a sua disposizione. Ciò che fa della Natura un fondo a disposizione è la tecnica stessa che, nella sua accezione moderna, riesce a determinare non solo il modo di manifestarsi della Natura, ma anche la sua disponibilità. Disponibilità non più richiesta dall’Uomo ma dalle richieste tecniche del suo Apparato, all'interno del quale l’uomo, non più soggetto ma oggetto, diventa un semplice funzionario, se non quando un mero materiale da impiegare al pari di tutti gli altri (trasformazione del lavoro dell'uomo in materiale d'impiego).
Inoltre, la tecnica moderna spezza il legame tra l'Uomo e la Natura, perde la sua originaria funzione di disvelamento del mondo e di dispiegamento della Natura all'Uomo.
Ciò avviene con la produzione di massa, dove l'uomo da artefice diventa operaio, o funzionario della produzione di massa. O ancor peggio oggi, quando l'uomo sembra espulso dalla produzione materiale (poiesis) dai robot. Da macchine che costruiscono altre macchine.
L'uomo cessa di comprendere ciò che si costruisce, persino la richiesta di ciò che si deve costruire sfugge all'Uomo, ma è dettata dall'Apparato.
Il dono di Pro-meteo, il dono della pre-visione, sembra in contrasto con la tecnica moderna, a cui sfuggono i contorni e le conseguenze di ciò che si fa (penso alle biotecnologie, alle tecnologie nucleari, ma anche alla massiccia robotizzazione dell'attività di produzione). Un dono, quello della tecnica moderna, che sembra sia stato fatto dal fratello di Prometeo, Epi-meteo (colui che non pre-vede, in molti miti colui che scoperchia il vaso di Pandora).

Quindi, per ricapitolare, se la tecnica antica dispiegava le possibilità della Natura all’Uomo, era il mediatore nel rapporto tra Uomo e Natura, con con la tecnica moderna sia Uomo che Natura sono disposti dalle richieste che le possibilità tecniche promuovono.
La tecnica diventa l'ultimo orizzonte dell'uomo, un orizzonte senza limiti, dove tutto ciò che può esser fatto deve esser fatto.

Questo disvelamento che consiste nell'impiegare e nel tutto disporre, può aver luogo solo in quanto l'uomo è per parte sua già pro-vocato a metter allo scoperto le energie della Natura. Se però l'uomo è in tal modo pro-vocato e disposto, non farà parte anche lui del fondo a disposizione? Le espressioni che dicono “materiale umano” o “ contingente di soldati” lo fanno già pensare. La guardia forestale che oggi misura il legname degli alberi abbattuti e che apparentemente segue allo stesso modo i sentieri già battuti da suo nonno è oggi impiegata dall'industria del legname, lo si sappia o no. Egli è impegnato al fine di assicurare l'impiegabilità della cellulosa, la quale è a sua volta provocata dalla domanda di carta destinata ai giornali e alle riviste. Questi, a loro volta, dispongono il pubblico ad assorbire le cose stampate, in modo da divenire impiegabile per la costruzione di un'opinione pubblica costruita su disposizione.
M.Heidegger, La questione della tecnica.
E ancora: Nella misura in cui l'Apparato dà luogo all'incondizionatezza dell'accrescimento e dell'assicurazione di sé, e in verità ha come scopo, l'assenza di scopo, allora l'uso dell'essente è un'usura. Le guerre mondiali e il loro carattere di totalità sono già conseguenza dell'abbandono dell'essere. Esse spingono a un'assicurazione di fondi a disposizione che è opera di una forma permanente di usura. Questo processo si impadronisce anche dell'Uomo, il quale non può più nascondere il carattere che fa di lui la più importante delle materie prime.
M.Heidegger, Oltrepassamento della metafisica.

Per dare un'idea di cosa sia un Apparato tecnico basta ricorrere a Max Weber. Egli scrive, in Economia e Società, che “ il modo formalmente più razionale di esercitare il potere è la razionalità tecnica”.
Essa non è costituita solo da concettualità scientifica e strumentazione tecnologica, ma anche da un sistema di condizioni economiche, giuridiche, politiche, burocratiche, urbanistiche, sanitarie, scolastiche, militari, che consentono all'Apparato di potersi esprimere e funzionare.
Max Weber individua queste condizioni nel capitalismo. Ma, a suo parere, dell'Apparato non può fare a meno neanche una società organizzata su base socialista.
 
L'organizzazione marxista dell'Apparato scientifico tecnologico che doveva difendere ed estendere l'aspirazione alla società giusta è stata anche il principale ostacolo al funzionamento di tale apparato. Il capitalismo si è invece rivelato più idoneo del comunismo a rendere congruenti le proprie aspettative a quanto viene richiesto per il funzionamento ottimale dell'Apparato. Nello scontro con il capitalismo il comunismo ha quindi dovuto rinunciare ad aspetti sempre più caratteristici del proprio progetto di organizzazione dell'esperienza umana. Per reggere al confronto tecnologico con il capitalismo il comunismo ha dovuto rinunciare a se stesso. E forse ha tardato troppo a compiere questo passo, perché ha finito col mettere a repentaglio anche la componente economica di quell'apparato, per difendere il quale il comunismo rinunciava a se stesso.
E.Severino, Il destino della tecnica.

Pertanto, il comunismo dell'Est è crollato perché l'ideologia della solidarietà che si proponeva la soddisfazione universale dei bisogni umani era in contrasto con il potenziamento del proprio Apparato tecnico, necessario per contrastare l'ideologia capitalista dell'Ovest e realizzare lo scopo dell'ideologia comunista. L'insufficienza dell'Apparato comunista quindi, e non il desiderio di democrazia, hanno deciso il tramonto del comunismo.


Secondo Severino analoga fine toccherà al capitalismo. Il quale, guidato da un impulso irrazionale come l'avidità, prima o poi metterà in pericolo la sussistenza dell'Apparato tecnico scientifico e sarà da questo sostituito.
La razionalità tecnica è il modo più razionale per governare il Mondo.

Siamo dunque giunti alla trasposizione dei fini, quando il soggetto diventa oggetto. Non si tratta di un passaggio indolore, le conseguenze sono immani in quanto muta completamente, per la prima volta, il rapporto dell’uomo con l’universo.
La trasposizione dei fini mette fine a tutte le esperienze conoscitive precedenti: etica, religione, politica, filosofia, sociologia, antropologia, psicologia.
 L'uomo può essere spiegato, ma non com-preso, con i mezzi della scienza moderna.
La razionalità scientifica, essendo ipotetica, accetta di essere smentita. La verità scientifica (ipotetica) distrugge ogni ideologia, sia essa religiosa, politica o sociale, sin dalla radice insieme a ogni forma di sapere non scientifico, in quanto questi, se smentiti dalla storia, dai fatti, dalla stessa scienza, si auto-dissolvono.

Per concludere, non voglio eludere la tua domanda finale.
L'uomo si trova tra l'incudine e il martello. L'incudine della Scienza moderna, che ha trasformato l'Uomo da soggetto in oggetto, in un fondo a disposizione, come diceva Heidegger. Questa trasposizione di fini ha reso inefficace e inutile ogni antico sapere, sia religione, etica, politica, come filosofia. E il martello, perché resiste, non si sa ancora per quanto, il capitalismo con la sua irrazionale avidità elevata a sistema.  L'ideologia più imperfetta di tutte forse, ma la più efficace. E le conseguenze di questa aspirazione ultima dell'uomo, la sola rimasta in vita, sono sotto gli occhi di tutti in termini di folle accumulazione di denaro e risorse. Denaro che sembra essere l'unico merito, l'unico metro a disposizione, l'ultima aspirazione umana, l'ultimo barlume di storia.
Alla fine di questo percorso il filosofo Emanuele Severino vede la caduta del capitalismo e la realizzazione del Paradiso della Tecnica. Non un bel posto per l'umanità.
Io sono più ottimista e solo spero, come Heidegger, che l'Uomo “pro-vocato come impiego, non diventi mai del tutto un fondo a disposizione” proprio perché Uomo.

Offline Mario Giardini

  • Pennello
  • ***
  • Post: 93
  • Sesso: Maschio
Re:Riflessioni, e vaneggiamenti, estivi intorno alla democrazia.
« Risposta #12 il: 20 Settembre 2017, 18:19:16 »

Intervento lunghissimo che meriterebbe certo una discussione su ogni singolo punto. Il che ci condurrebbe a scrivere qualche migliaio di pagine, cosa evidentemente impossibile. Proverò a fare qualche obiezione su qualche punto che pare più abbordabile in termini di lunghezza.
 
 Nel secondo caso, uso politico o ideologico del paradigma, convengo sia assai più difficile liberarsene. Ma questo, credo sarai d’accordo, non è un problema che crea la scienza.
 
 L’assunto finale (non è un problema che crea la scienza) sembra del tutto innocuo, consequenziale e condivisibile, quando invece proprio la non neutralità della scienza diventa una questione cruciale nella riflessione epistemologica e  fenomenologica delle ultime decadi.



La scienza è un metodo, non una filosofia, e neppure uno scopo. E’ solo un insieme di regole che rendono certe attività riproducibili, verificabili e confrontabili. Una sorta di protocollo, come internet. In quanto tale, è necessariamente (per dirla con un termine caro a certa filosofia) neutra.

 
 La tecnica moderna, intesa come ciò che aveva la disponibilità e l’impiego di tutte le cose, non è un operare puramente umano.
 M.Heidegger, La questione della tecnica.



Herr Heidegger si è ubriacato di filosofia e sragiona, secondo me. 

 
 La tecnica è stata promossa dall’esigenza umana di dominare la natura. Il dominio è dunque l’intenzione di fondo e insieme l’orizzonte a partire dal quale ha luogo la comprensione del mondo e l’orientamento in esso. Come volontà di dominio, la tecnica può raggiungere il suo scopo solo se è in grado di esercitare un controllo su ciò che accade, nel senso di far accadere e di fare essere ciò che è conforme a quanto è stato progettato. Dire questo significa dire che la tecnica, nella sua espressione moderna, diventa l’orizzonte ultimo a partire dal quale si dischiudono tutti i campi di esperienza. Non più l’esperienza che, reiterata, mette capo alla tecnica, ma la tecnica come condizione che decide il modo di fare esperienza.
 U.Galimberti, Psiche e Techne.


 Il mondo della tecnica è il mondo del dominio, a cui si trova sottoposto l’uomo stesso che come soggetto aveva progettato la propria incondizionata signoria sulla Terra. Dietro l’ideologia del soggetto viene smascherata dal pensiero che penetra l'essenza della tecnica la realtà che quella copre e nasconde, vale a dire l'asservimento più completo dell'uomo, nella forma della riduzione del suo essere, per un lato, a materiale a disposizione per le operazioni di dominio, e per l'altro a funzionario. Il pensiero che interroga la storia dell'essere porta così alla luce una vera e propria dialettica della soggettività, che ha il suo compimento nel mondo della tecnica: divenuto soggetto l'uomo non è liberato per la propria affermazione più sicura, ma il suo dominio si converte in servitù: è ridotto a oggetto, anzi a materiale di impiego.


 M.Ruggenini, Il soggetto e la tecnica.



Due citazioni che pongono al centro della Tecnica, come suo obbiettivo finale, il Dominio e la Signoria sulla Terra. Posso dirlo? Mi pare una cazzata filosofica mostruosa, che solo che non sa di Tecnica può affermare. Una sega mentale di filosofi ignari di scienza e di tecnologia. Scienza e Tecnologia NON sono un insieme di atti e risultati centenari progettati a tavolino da un essere omnisciente, l’Uomo Tecno-scientifico, che per finalità ha quella di dominare la Terra, ma un insieme di innumerevoli atti e risultati ottenuti da milioni di individui, nati qua e là, in contesti i più lontani immaginabili, appartenenti a molte generazioni umane, che si sono posti un problema ed hanno provato a risolverlo con successo. Per milioni di scopi differenti, certo, e spesso spinti da desiderio di fama, ricchezza, rispetto, onori ... o semplice curiosità intellettuale.


Spesso immagino la scienza come una pioggia. Gocce che cadono qua e là, e che formano rivoli e torrenti e fiumi dall’andamento erratico e imprevedibile. Infatti, per dare un senso al flusso incessante di goccioline, cioè di articoli e pubblicazioni su singoli problemi, se ne fa una sintesi coerente, e si pubblica un manuale che poi diventa un testo per una qualche classe, dalle elementari ai dottorati.
Perciò a mio giudizio Scienza e Tecnologia non sono un complotto ordito da una Mente Superiore per raggiungere il Potere e la Signoria sulla Natura (entità astratta che peraltro si dovrebbe essere in grado di definire univocamente, cosa che non è: per convincersi basta consultare qualsiasi dizionario di filosofia). 
Tuttavia, se ci si riflette a mente serena, cercando di non farsi influenzare da millenni di idee preconcette (sembra facile), l'uomo che si riflette allo specchio, senza armi o indumenti, appare per quel che è: uno scherzo di natura più che un essere formidabile.
D’accordo, è uno scherzo della natura ( anche se si potrebbe obbiettare che ci sono milioni di altri esseri viventi assai più deboli dell’uomo e pertanto assai più degni della definizione), ma è diventato un essere formidabile perché ha un cervello capace di ragione e sentimento. Capisco che è un modo di vedere l’uomo che non potrà piacere a chi lo vede come il cancro del Pianeta. 
 

 L'uomo è l'unico animale che, per la sua scarsa dotazione di istinti, di sensi, e di capacità fisiche e motorie, ha mostrato sempre una scarsissima capacità di adattamento all'ambiente circostante, a qualsiasi ambiente naturale. Per intenderci, non abbiamo peli per proteggerci dal freddo o dal sole, non abbiamo denti o artigli con i quali difenderci od offendere, siamo lenti o lentissimi nella fuga, non disponiamo di un udito od olfatto sofisticati, la notte siamo come ciechi. Siamo fragili, soffriamo le intemperie e nel mondo naturale, senza indumenti e senza strumenti, siamo indifesi e inermi. Per non parlare dei nostri cuccioli, quasi degli aborti per la loro incapacità di essere autonomi per dei lunghi anni, anni in cui essi rimangono totalmente dipendenti dai genitori. L'uomo ha sempre faticato in ogni  ambiente naturale (anche in quelli più adatti alla propria natura) e la paleontologia sta lì a raccontarci le molteplici occasioni in cui nel passato l’umanità è andata pericolosamente vicina all'estinzione; anzi la storia della specie Homo sembra una storia di grandi estinzioni testimoniata dalla bassissima variabilità genetica del nostro DNA.
 Gli altri animali, invece, sono perfettamente adattati all'ambiente naturale in cui nascono e vivono, hanno storie evolutive più lunghe e stabili, si trovano sempre a loro agio; e sin dalla nascita, o giù di lì, riescono a sopravvivere in modo autonomo quasi esclusivamente con l’armamentario materiale e istintuale ereditato per via genetica.
 Vivono una vita felice e senza tempo.
 La differenza tra la vita umana e quella animale è quindi apparsa sempre evidente all'uomo tanto che egli definisce se stesso Essere umano in ciò discostando se stesso, già dal punto di vista semantico e simbolico, dal resto del mondo animale. Essere perché egli non vive semplicemente, come fanno gli altri animali, in quanto egli e-siste e perciò definisce la propria vita e-sistenza.
 Il passaggio dalla vita all’esistenza (ek-sistere) è cruciale.
 Secondo l'interpretazione esistenzialista e fenomenologica (cfr. Karl Jaspers, Psicopatologia generale e Martin Heidegger, Essere e tempo) esistere non indica un’esistenza subordinata a una qualche presenza divina (a differenza dell’ontologia e di tutta la filosofia medievale poi), quanto il sussistere fuori, fuori dalla Natura., fuori da un ambiente naturale.
 L'uomo, dunque, come unico animale che sussiste al di fuori dell'ambiente naturale.
 Se si vuole porla in altri termini, l'uomo è il solo animale che non è riuscito ad adattarsi all'ambiente naturale in cui è nato e, per sopravvivere, è stato costretto a creare un proprio ambiente, un mondo diverso, artificiale, in cui poter sviluppare la propria e-sistenza.

Insomma, l'essere umano, per vivere, ha dovuto creare un mondo umano, un ambiente a propria misura, solamente suo.

Trovo questa interpretazione-affermazione del tutto erronea. Prescinde da quella cosa che noi chiamiamo intelligenza. In altre parole: sembrerebbe che l’adattamento all’ambiente, affinché sia tale, debba essere solo quello di tipo fisico: l’iguana che diventa indistinguibile dal fogliame che gli fa da nascondiglio, sottraendolo ai predatori o rendendo loro la caccia più complicata.


Ma l’iguana, come tutti gli altri animali, ha bisogno di un riparo, ed ha bisogno di imparare a costruirselo. Ha bisogno di un’attività che se riferita all’uomo definiremmo “intellettuale”, frutto dell’intelletto, cioè la capacità di “apprendere” a costruire qualcosa che diventa, in un senso diretto, “un mondo diverso”, cioè modificato da lui. Ha bisogno, per sopravvivere, di conoscere il suo predatore e la sua preda, a sua volta. E’ cosciente, nel senso umano, questa conoscenza?



Noi diciamo di no, al momento. Ma questa è, come sempre, una risposta scientifica. Dunque “transitoria” e soggetta a smentita e modificazione ad ogni momento. Ecco perché definisco la interpretazione-affermazione completamente errata. Se si va a fondo, la gran parte delle specie animali si costruisce un mondo diverso, artificiale esattamente come quello che si è costruito l’uomo, certamente non altrettanto efficace e complesso.

 La creazione dell'ambiente umano è avvenuta e avviene attraverso la tecnica, attraverso il fare, il saper fare, capacità liberatasi in principio — questo si presume — dall'interazione tra mani e occhi. La possibilità di fare ha forse sviluppato la nostra postura eretta, agevolando questa interazione, per cui è possibile sostenere (le evidenze scientifiche le fornisce la paleontologia; la capacità di usare e controllare il fuoco ha oltre mezzo milione di anni e risale all’Homo Erectus.) che la tecnica sia di molto precedente all'avvento dell'Homo Sapiens e anche alla nascita dell'intelligenza umana come oggi la conosciamo e la definiamo.
 
 

La tecnica, il fare, sembra precedere dunque l'intelligenza umana (e non viceversa); non è un punto da poco. Il saper fare indirizza la nostra evoluzione, la costruzione di utensili e strumenti modella la nostra mente (e non viceversa) e costruisce un rapporto originale tra noi e il mondo; anzi disvela il mondo (alethéia) e lo modella in modi nuovi.

Un’affermazione che non potrò mai condividere. E che è possibile fare solo se, e soltanto se, non si capisce come nasca la techne e cosa sia, la techne. Prendiamo il fuoco. E domandiamoci: chi sarà mai stato il primo uomo capace di usarlo? E poi domandiamoci: ma per porre questa domanda, non è necessario superare uno scalino che è puramente intellettuale, e cioè che bisogna concepirela possibilità di usarlo, prima di tentare, e riuscire, a farlo? E come sarà mai riuscito il primo uomo a “dominare” il fuoco? E cosa significa dominio? In questo contesto, utilizzo e riproduzione.
Cade un fulmine, si incendia una foresta, dal fuoco si sprigionano calore e luce, poi rimangono delle braci, sulle braci cade una foglia o un ramo, che si incendia … e c’è, deve esserci ovviamente,  un uomo che osserva. E che capisceche se porta in caverna delle braci (deve, naturalmente, trovare il modo di farlo senza ferirsi e senza ferire altri) e poi ci mette su delle foglie e dei rami, queste arderanno e produrranno calore e luce. Poi però, se si smette, per qualche ragione, lui e innumerevoli altri come lui, osservano che ad un certo punto il fuoco si spegne… niente calore e niente luce.
Questa è, per intenderci, una delle facce della moneta detta techne: l’imitazione di un fenomeno naturale a partire dal fenomeno stesso.
L’altra faccia, se vogliamo mantenerci su un piano di semplificazione delle idee, è quella di riprodurre o imitare quanto più possibile un fenomeno naturale.  Rimanendo sull’esempio: chi sarà mai stato il primo uomo a produrre il fuoco? Quali osservazioni e ragionamenti sulle osservazioni lo avranno mai condotto a tentare di accendere un materiale combustibile? Qui non interessa la risposta: è sufficiente la domanda. NON è possibile, semplicemente, che il fare preceda l’intelligenza. Avrà imparato prima a usarlo o a produrlo?

Beh, non ci sono prove, ovviamente, ma pare chiaro che la sequenza sarà uso-riproduzione. Cioè si è compiuto un processo mentale dove pensare e fare si influenzano a vicenda. Mi pare del tutto incredibile che venga prima il fare.
Facciamo un altro esempio, più vicino a noi. Io costruisco un utensile da tornio in acciaio che lavora per la lavorazione del ferro. Purtroppo, dopo un certo numero d’ore d’uso va sostituito. Lo stato dell’arte è quello. Ha modellato la mia mente il solo costruire l’oggetto oppure anche l’osservare il suo inefficace funzionamento?
Certamente, entrambe le cose. Io mi chiedo perché devo sostituire l’utensile dopo, diciamo, 100 ore. Trovo la risposta: il materiale con cui lo costruisco si scalda durante l’uso a causa dell’attrito,  diventa incandescente, e perde la sua durezza. Ciò accade sempre, è un fatto fisico: l’attrito è ineliminabile.
Come rimediare? Non lo so. O, per lo meno, non sempre sono in grado di rimediare. Però mi viene un’idea: se l’utensile si scalda, posso raffreddarlo. Scopro presto che c’è un miglioramento, ma io sono (come ogni tecnologo) insoddisfatto.
Che altro si può fare? Boh. Poi leggo un articolo scritto da un tizio che ha scoperto la durezza “secondaria” in certi acciai speciali (cioè leghe di ferro con altre sostanze, carbonio, molibdeno, nichel ecc). La durezza secondaria è il fenomeno per cui all’aumentare della temperatura,  e in un certo intervallo della stessa, la durezza dell’acciaio aumenta anziché diminuire.

Mando in soffitta il vecchio acciaio, lo sostituisco con i nuovi acciai speciali, mantengo il raffreddamento durante l’uso (è sempre utile)  e costruisco lo stesso utensile che però dura 1000 ore.
Naturalmente ho risolto il problema, ma dopo 1000 ore devo sostituire l’utensile. Ma guarda che strano è il mondo: da qualche altra parte, altri ricercatori iniziano una ricerca che porta a scoprire, quasi per caso, i materiali sinterizzati, come il widia (wie diamant, come il diamante), che hanno la proprietà di resistere meglio alle alte temperature, mantenendo ancora efficiente l’utensile. Mando in soffitta gli acciai speciali… e così via. La tecnologia è questo. Non solo trovare cose nuove, ma migliorare cose vecchie.
Ripeto la domanda: cos’è che ha mutato la mente di chi costruisce utensili? La costruzione del vecchio utensile o la NUOVA e DIVERSA conoscenza della mente, nata dall’osservazione e risoluzione dei problemi tramite lo studio dei materiali sinterizzati e degli acciai speciali?
Ascrivere all’Uomo in generale, o all’Umanità intera, il risultato di singoli comportamenti, che, tutti insieme fanno la Techne, è, a mio modo di vedere, una sciocchezza colossale. Perché personifica un’entità astratta, l’intera Umanità, come se, appunto, si tratti dell’agire di un solo uomo.
Con la tecnica l'uomo costruisce una nuova relazione tra sé e il mondo, che poi è la Natura. Per mezzo della  tecnica l'uomo procede allo svelamento (alethéia) della Natura. Per mezzo della tecnica la Natura, e quindi il mondo, si propongono all'uomo come alethéia, come verità disvelata. È possibile quindi affermare che la tecnica sia la vera essenza dell’Uomo e attraverso di essa egli propone la sua signoria sul mondo.

Faccio l’ingegnere da sempre. Quando costruisco una rete di telefonia mobile (ed io ho avuto la fortuna di costruirne una quindicina da zero) non mi propongo di signoreggiare sul mondo, ma far funzionare la rete come da progetto al minor costo possibile. Poi continuerò a manutenerla e migliorarla. E sono convinto che tutti i miei colleghi hanno gli stessi obbiettivi. Questa di signoreggiare il mondo, questo delirio di potenza, se permetti, è una licenza filosofica, per usare un eufemismo. 


 Quando Prometeo (seguendo il mito greco magnificamente rappresentato da Eschilo nel Prometeo Incatenato) dona il fuoco agli uomini, egli appunto dona loro la tecnica, il saper fare. Prometeo è per i Greci pro-metheus (letteralmente colui che prevede): un nome non casuale.

La capacità di fare  ha sviluppato nella specie Homo la capacità di prevedere le conseguenze di questo fare; la pre-visione nasce dall’intuizione che esiste un nesso di causalità, che ogni azione genera delle conseguenze.
 Si obietterà, anche gli animali possono prevedere un’azione e agire di conseguenza. In realtà  una  differenza tra l'animale e l'uomo esiste: mentre il primo re-agisce ( e la reazione è dettata dal suo apparato istintuale: l'animale reagisce sempre in seguito a uno stimolo, esterno o interno, nel modo che gli viene indicato dal suo stesso apparato istintuale) l'uomo, oltre a reagire come un animale agisce. Ossia, compie un'azione di cui può pre-vedere la reazione. Così, attraverso la tecnica, l’uomo prevede e controlla, non solo il suo agire, ma anche la Natura.
 La capacità di previsione nasce e si sviluppa insieme alla capacità di  Attraverso il successo della tecnica, grazie alla capacità di previsione, l'essere umano si sottrae all'atemporalità animale, distingue tra passato, presente e futuro, diventa padrone del proprio destino (ma anche l’artefice della propria infelicità, del proprio disagio. Ma questa è un’altra storia).  L’uomo diventa consapevole dello scorrere del tempo, e della direzione del tempo. E chissà, forse proprio questa direzione, questo eterno movimento in avanti si pone all’origine del Senso dell’Esistenza.  Ma il dono di Prometeo va anche oltre, in quanto permette all'uomo di raggiungere la salvezza non più solo affidandosi agli dei, perché facendo e prevedendo, grazie alla tecnica, realizza da sé solo la propria salvezza. Anche questo però è un altro tema ancora.


 Nell'antica Grecia sia la tecnica che l'etica sono sottomesse alla Natura, non essendo quest’ultima piegabile agli scopi umani. Per indagare sulla propria Essenza (ontologia) all'uomo pertanto rimaneva solo la theorìa, ossia la libera contemplazione, lo studio, della Natura.La scienza greca, come quella del mondo antico in genere, è solo theorìa, e non epistéme  (ossia la scienza basata sul metodo sperimentale).
 
 La nascita della Scienza moderna (epistéme), agevolata dalla stabilità e trasmissibilità nel tempo, attraverso innumerevoli generazioni, del sapere tecnico capovolge totalmente la prospettiva greca. Con l’epistéme la Natura da soggetto, seppure indomabile (anànke, necessità) viene trasportata in laboratorio e diventa oggetto di sperimentazione, anzi diventa essa stessa un enorme laboratorio dove l'uomo sperimenta il proprio agire.

L'artificio indispensabile alla scienza moderna per funzionare è la riduzione (Riduzionismo scientifico) di tutto quanto esiste a un modello; un modello verificabile e riproducibile. La scienza moderna quindi, per spiegare come tutto funziona lo deve ridurre; non solo a un'unità minore (riduzione quantitativa) ma deve anche reificare ciò che studio, il quale diventa appunto oggetto di studio, di esame, di sperimentazione. La reificazione non riguarda solo la Natura, ma anche l’Essere umano. Non solo la Natura da soggetto diventa oggetto, ma anche l’Essere umano da soggetto diventa oggetto. La scienza medica moderna cosa fa infatti, se non ridurre l’Essere umano di volta in volta a un singolo organo, in modo da poterne spiegare il funzionamento, seppure in vista di una cura?


Si dimentica che l’uomo è sulla terra da pochi milioni di anni, ma fa scienza (nel senso moderno del termine) solo da quattrocento anni. Dunque, il riduzionismo è l’infanzia della scienza. Supporre che la scienza sarà un infante per l’eternità è sbagliato.

Non è fuori luogo notare che con gli studi sui sistemi caotici, e, più in generale, sulle interazioni fra sistemi fisici complessi o sistemi biologici, la soglia dell’infanzia è stata ampiamente varcata.
Potremmo dire che, a tutti gli effetti, la scienza del 2017 è un bambino di 8 forse 10 anni. Deve crescere, certo. Tuttavia, non rendersi conto di questa ovvietà significa, ancora una volta, immaginare una scienza cristallizzata, immobile, eternamente identica a ciò che è oggi o era a metà del secolo scorso.
Significa, ancora, non capire né la natura della scienza (che è un metodo, o se vogliamo un protocollo) né i suoi risultati.

 Tuttavia la scienza moderna (per sua natura a-finalistica) funziona. Il suo approccio funzionale alla realtà, funziona. Il suo tentativo di spiegare il mondo produce risultati mai visti prima. Ma per spiegare come essa deve ridurre, e nell'opera di riduzione l'epistéme rinuncia a com-prendere, perché non ha più a che fare con soggetti, ma solo con oggetti.


E’ questo il punto dove nasce la confusione. Che significa, spiegare il mondo dal punto di vista scientifico? Significa forse la ricerca di una finalità in ragione della quale il Tutto è stato creato? Niente affatto.


La scienza cerca di dipanare il come avvengono i fenomeni naturali (includendo, fra di essi, l’uomo). Non pretende di spiegare il perché. Se io strofino un fiammifero su una superficie ruvida, lo zolfo contenuto si incendia. Posso spiegare la causa dell’infiammarsi dello zolfo: l’attrito fa aumentare localmente la temperatura oltre il punto di ignizione dello zolfo.

Non sono in grado di spiegare perché lo zolfo ha quella temperatura di ignizione. E sono ancora meno in grado di spiegare per quale motivo esista quella sostanza che chiamo zolfo.

Direi che tutto questo girare intorno all’episteme, al com-prendere, ai soggetti che diventano oggetti, è solo cattiva sintassi, come direbbe Quine.

L'incapacità di com-prendere mostra il suo lato debole proprio quando entra in scena l'Essere umano e le cosiddette (perché non può più darsi un sapere che non sia scientifico) scienze umane e sociali. Mi riferisco alla sociologia, al diritto, all'antropologia, alla psicologia, all'etica, alla politica, alla filosofia, all'economia  (ma anche alla cosmologia per altri versi), settori tutti dove il riduzionismo scientifico ha mostrato tutti i suoi limiti.
 
 Persino il rapporto tra l'uomo e la tecnica muta con l'avvento della Scienza moderna.
 Per tutta la storia umana la tecnica era servita all’uomo come regime di verità, come svelamento (alethéia) della Natura, in quanto il pro-durre è un con-durre, in quanto conduce qualcosa da uno stato di latenza a uno di non latenza.


 
 Se la tecnica antica dispiegava le possibilità della Natura, la tecnica moderna tratta la Natura come un fondo a sua disposizione. Ciò che fa della Natura un fondo a disposizione è la tecnica stessa che, nella sua accezione moderna, riesce a determinare non solo il modo di manifestarsi della Natura, ma anche la sua disponibilità. Disponibilità non più richiesta dall’Uomo ma dalle richieste tecniche del suo Apparato, all'interno del quale l’uomo, non più soggetto ma oggetto, diventa un semplice funzionario, se non quando un mero materiale da impiegare al pari di tutti gli altri (trasformazione del lavoro dell'uomo in materiale d'impiego).
 Inoltre, la tecnica moderna spezza il legame tra l'Uomo e la Natura, perde la sua originaria funzione di disvelamento del mondo e di dispiegamento della Natura all'Uomo.
 Ciò avviene con la produzione di massa, dove l'uomo da artefice diventa operaio, o funzionario della produzione di massa. O ancor peggio oggi, quando l'uomo sembra espulso dalla produzione materiale (poiesis) dai robot. Da macchine che costruiscono altre macchine.
 L'uomo cessa di comprendere ciò che si costruisce, persino la richiesta di ciò che si deve costruire sfugge all'Uomo, ma è dettata dall'Apparato.


 Il dono di Pro-meteo, il dono della pre-visione, sembra in contrasto con la tecnica moderna, a cui sfuggono i contorni e le conseguenze di ciò che si fa (penso alle biotecnologie, alle tecnologie nucleari, ma anche alla massiccia robotizzazione dell'attività di produzione). Un dono, quello della tecnica moderna, che sembra sia stato fatto dal fratello di Prometeo, Epi-meteo (colui che non pre-vede, in molti miti colui che scoperchia il vaso di Pandora).


 Quindi, per ricapitolare, se la tecnica antica dispiegava le possibilità della Natura all’Uomo, era il mediatore nel rapporto tra Uomo e Natura, con con la tecnica moderna sia Uomo che Natura sono disposti dalle richieste che le possibilità tecniche promuovono.La tecnica diventa l'ultimo orizzonte dell'uomo, un orizzonte senza limiti, dove tutto ciò che può esser fatto deve esser fatto.


 Per dare un'idea di cosa sia un Apparato tecnico basta ricorrere a Max Weber. Egli scrive, in Economia e Società, che “ il modo formalmente più razionale di esercitare il potere è la razionalità tecnica”.
 Essa non è costituita solo da concettualità scientifica e strumentazione tecnologica, ma anche da un sistema di condizioni economiche, giuridiche, politiche, burocratiche, urbanistiche, sanitarie, scolastiche, militari, che consentono all'Apparato di potersi esprimere e funzionare.


 Max Weber individua queste condizioni nel capitalismo. Ma, a suo parere, dell'Apparato non può fare a meno neanche una società organizzata su base socialista.


 Pertanto, il comunismo dell'Est è crollato perché l'ideologia della solidarietà che si proponeva la soddisfazione universale dei bisogni umani era in contrasto con il potenziamento del proprio Apparato tecnico, necessario per contrastare l'ideologia capitalista dell'Ovest e realizzare lo scopo dell'ideologia comunista. L'insufficienza dell'Apparato comunista quindi, e non il desiderio di democrazia, hanno deciso il tramonto del comunismo. Secondo Severino analoga fine toccherà al capitalismo. Il quale, guidato da un impulso irrazionale come l'avidità, prima o poi metterà in pericolo la sussistenza dell'Apparato tecnico scientifico e sarà da questo sostituito. La razionalità tecnica è il modo più razionale per governare il Mondo.
 
 Siamo dunque giunti alla trasposizione dei fini, quando il soggetto diventa oggetto. Non si tratta di un passaggio indolore, le conseguenze sono immani in quanto muta completamente, per la prima volta, il rapporto dell’uomo con l’universo. La trasposizione dei fini mette fine a tutte le esperienze conoscitive precedenti: etica, religione, politica, filosofia, sociologia, antropologia, psicologia. L'uomo può essere spiegato, ma non com-preso, con i mezzi della scienza moderna. La razionalità scientifica, essendo ipotetica, accetta di essere smentita. La verità scientifica (ipotetica) distrugge ogni ideologia, sia essa religiosa, politica o sociale, sin dalla radice insieme a ogni forma di sapere non scientifico, in quanto questi, se smentiti dalla storia, dai fatti, dalla stessa scienza, si auto-dissolvono. Per concludere, non voglio eludere la tua domanda finale.
 
 

L'uomo si trova tra l'incudine e il martello. L'incudine della Scienza moderna, che ha trasformato l'Uomo da soggetto in oggetto, in un fondo a disposizione, come diceva Heidegger. Questa trasposizione di fini ha reso inefficace e inutile ogni antico sapere, sia religione, etica, politica, come filosofia. E il martello, perché resiste, non si sa ancora per quanto, il capitalismo con la sua irrazionale avidità elevata a sistema.  L'ideologia più imperfetta di tutte forse, ma la più efficace. E le conseguenze di questa aspirazione ultima dell'uomo, la sola rimasta in vita, sono sotto gli occhi di tutti in termini di folle accumulazione di denaro e risorse. Denaro che sembra essere l'unico merito, l'unico metro a disposizione, l'ultima aspirazione umana, l'ultimo barlume di storia.
 Alla fine di questo percorso il filosofo Emanuele Severino vede la caduta del capitalismo e la realizzazione del Paradiso della Tecnica. Non un bel posto per l'umanità. Io sono più ottimista e solo spero, come Heidegger, che l'Uomo “pro-vocato come impiego, non diventi mai del tutto un fondo a disposizione” proprio perché Uomo.


Mi spiace non avere tempo per commentare più a lungo il resto del testo, e, in particolare, le citazioni. Da quanto ho letto e dalla mia esperienza professionale io concludo che la filosofia attuale non capisce quasi nulla di scienza e di tecnologia.

Ai filosofi mancano, per dirla in termini calcistici, i fondamentali. Intanto, non hanno in generale una preparazione matematica adeguata, spesso neanche a livello di scuola media superiore. Nulla sanno di materiali, ad esempio, che sono uno degli elementi fondanti delle tecnologie attuali: senza lo studio dei materiali la quasi totalità delle tecnologie attuali non sarebbero state possibili.
Tanto poco si capisce dei materiali che oggi va di moda la suprema sciocchezza detta “sostenibilità”.
Mai i filosofi si sono confrontati con la necessità di risolvere un problema “pratico”, cioè un problema che impegni le capacità di ricercare la spiegazione di un qualche fenomeno o il costruire un qualcosa che funzioni per ottenere uno scopo definito “praticamente”. 
Esempio molto assai banale: costruire un aereo capace di trasportare p tonnellate (carico pagante, cosiddetto) a una distanza d (range di operatività), con una velocità v (espressa in nodi), consumi c (espressi come kg di combustibile consumato per ogni tonnellata di carico e per ogni km percorso). Banale elencazione, perché in realtà fra gli obbiettivi ce ne sono innumerevoli altri: c’è la sicurezza (intesa come affidabilità, ed espressa, sempre semplificando, come tempo medio fra guasti) oppure come disponibilità (la probabilità che ad un dato istante t di tempo la macchina sia disponibile all’uso e le sue prestazioni rispettino i dati di progetto. Ecc ecc ecceterissima.
Quando un filosofo parla di scienza e tecnologia, nel modo in cui viene riportato sopra attraverso la maggior parte delle citazioni, a me vien voglia di mettere mano alla rivoltella.
I filosofi sono orfani di quello che era la ragione sociale della propria attività: non solo spiegare il mondo e l’Uomo, ma trovare un fine ultimo, il Perché di ogni perché, a tutto ciò che esiste.

Insomma, trovare una spiegazione che dia un senso finalistico al Tutto, e, in particolare, collocare l’Umanità in modo coerente all’interno della spiegazione.
Semplicemente, non ne sono capaci.

Come Seneca, ho rispetto per le grandi menti del passato, ma non ne sono schiavo. Perciò, assai ereticamente e provocatoriamente dico francamente che molte, se non tutte, le citazioni da te riportate per me sono semplicemente delle seghe mentali filosofiche. O cattiva sintassi, se preferisci.

Anche in scienza ogni tanto si sente parlare di Teoria del Tutto. Ma il significato non ha nulla di filosofico: è solo il tentativo di ricondurre all’interno di un unico discorso matematico, cioè di un unico modello, le quattro forze fondamentali (finora note) della natura. E cioè l’interazione nucleare forte e debole, la gravitazione e  l’elettromagnetismo. 
Una cosa che somigli a quello splendido monumento intellettuale prodotto da James Clerk Maxwell a proposito di elettricità e magnetismo.  In tutto solo sei equazioni indipendenti. Una costruzione mentale di una bellezza che nessun filosofo potrà mai apprezzare compiutamente se prima non studia, umilmente, il linguaggio che descrive l’Universo: la matematica.



La scienza non è verità, così come Internet non è una rete, ma solo un protocollo di trasmissione dati. La scienza non ha fini se non quelli che l’uomo, di volta in volta, le imprime. La scienza è un metodo, che permette, se applicato ed entro certi limiti, di poter verificare le affermazioni che si fanno intorno a un accadimento. Metodo che permette di dichiararle scientifiche, perché il contenuto di tali affermazioni è verificabile, e riproducibile (es: una legge fisica) entro i limiti di una ragionevole approssimazione.
Queste affermazioni sono la verità? No. Sono un tentativo di spiegare il mondo fisico, il come dei fenomeni fisici di cui siamo consapevoli, con una “ragionevole” approssimazione. Approssimazione soggetta, evidentemente, a continui miglioramenti.
Che significa ragionevole approssimazione? Beh, supponiamo di occuparci delle formule di Newton sulla gravitazione. Newton afferma che la “forza” (in termini moderni: il campo gravitazionale) è inversamente proporzionale al quadrato della distanza (d x d = d2). I più precisi esperimenti finora condotti portano a dire che in realtà d è elevato a 1,98, non al quadrato. Dunque il valore di campo gravitazionale è inversamente proporzionale alla distanza elevata al fattore 1,98.
Allora il numero vero della potenza è 1,98 e non 2? Sì e No.

Perché la legge di gravitazione funziona solo a livello macroscopico. E perché in realtà già l’interazione gravitazionale fra quattro masse macroscopiche porta a un sistema di equazioni (al momento e forse per sempre) irrisolvibile. Ma usare 2 al posto di 1,98 è certamente accettabile e non saper risolvere il campo gravitazionale creato da più di tre masse non è un problema che impedisce di spedire sonde e farle orbitare intorno a Saturno o atterrare su Marte.
Questo aspetto di “ragionevole approssimazione” è ancora più evidente nella tecnologia.
Prendiamo un motore d’auto. In genere, si possono trovare probabilmente cinquanta o più aziende che contribuiscono con singoli elementi. Chi fa i tubi. Chi il sistema di iniezione elettronica. Chi il radiatore. Chi la pompa del liquido refrigerante. E così via. Come è possibile che tutto, messo insieme, funzioni? Perché tutto è costruito rispettando le cosiddette “tolleranze”, cioè l’approssimazione ragionevole, ovverosia l’errore ineliminabile in ogni attività umana, ma tollerabile, che permette al tutto di funzionare.

Io definisco l’ingegneria, da ingegnere, come la scienza degli errori (o delle approssimazioni) accettabili.
La scienza non “ha trasformato l'Uomo da soggetto in oggetto, in un fondo a disposizione, come diceva Heidegger.” Ma è vero che in parte “ha reso inefficace e inutile ogni antico sapere, sia religione, etica, politica, come filosofia.”
Solo però quelle parti che pretendevano di spiegare il Mondo prescindendo dalla conoscenza scientifica del Mondo stesso. Fino al XIX secolo scienza e tecnologia erano dominabili, nel senso che un uomo istruito poteva diventare un “filosofo naturale”, capace di un sapere che abbracciasse il mondo fisico e quello umanistico. Dopo, non è stato più possibile, e i filosofi naturali sono diventati filosofi, e basta.
Vedo perciò la filosofia moderna e la religione nella stessa situazione in cui qualche migliaio di anni fa era l’Uomo: testimone di fenomeni che a causa della loro incomprensibilità egli tramutava in Déi.
Molti scienziati, forse la maggior parte, e sicuramente i più grandi sono stati e sono, profondamente religiosi. Pare impossibile, ma non lo è.
Vedo la miriade di opportunità per modificare la Politica ed il proprio Sapere che prima dell’avvento della Scienza moderna non c’erano. E vedo una gran quantità di esseri umani incapaci di sfruttare queste opportunità. Si ritraggono per pura ignoranza, come l’uomo primitivo di fronte a un fulmine o a una cometa.
Credo, infine, che anche in un mondo permeato di scienza e tecnologia non solo ci sia spazio per l’Etica, ma l’Etica oggi è, e sarà sempre di più, imprescindibile per una vita consapevole e compiuta. Tuttavia, la costruzione di un’Etica personale in questo mondo tecno-scientifico non potrà prescindere, ovviamente, dalla tecnica e dalla scienza.

E non potrà prendere scorciatoie, demonizzandole.
 
« Ultima modifica: 20 Settembre 2017, 18:26:35 da Mario Giardini »