Autore Topic: [invenzioni - tecnologia - costume] Peccare di scatole di latta  (Letto 1109 volte)

0 Utenti e 1 Visitatore stanno visualizzando questo topic.

Offline Bic

  • Tea C. Blanc
  • Amministratore
  • Tastiera digitale
  • *****
  • Post: 10513

Scagli la prima pietra chi non ha una scatola di latta in casa, perché di scatole di latta abbiamo peccato un po’ tutti. Da noi, nel comasco, le nonne tenevano i bottoni o le spolette di cotone nelle scatole riutilizzate dei biscotti Lazzaroni.

Un paio di vecchie scatole di biscotti…




… e una addirittura che richiama la pop art.


Per non parlare delle altrettanto famose scatole metalliche con fondo giallo ocra dei biscotti Plasmon, con la figura di un uomo seminudo e statuario che incide su una colonna dorica il nome dell’azienda, riportato in basso anche con i caratteri dell’alfabeto greco, benché sia una parola di finzione: in questo modo si voleva impressionare il pubblico. Forse il marchio ha avuto fortuna anche per la somiglianza con la parola plasmare (un biscotto che plasma, cioè che nutre, fa crescere). E infatti sul lato anteriore della scatola c’era scritto: superalimento che accompagna ogni creatura umana, dall’infanzia alla vecchiaia!

Oggi la presentazione pubblicitaria di un prodotto come quella dei biscotti Plasmon degli anni Cinquanta potrebbe sembrare ingenua e far sorridere, ma per il consumatore dell’epoca fu indovinata perché ne rifletteva le esigenze: offriva qualcosa per chi non aveva tempo di cucinare (le donne cominciavano a lavorare), pur presentandosi come un alimento sicuro e nutriente. Un alimento a misura di essere umano, che dà la forza di scolpire nella pietra.


Plasmon, una scatola di latta degli anni Cinquanta

Anche le scatole di latta, dunque, raccontano la storia del costume, la mutata percezione nei confronti delle cose a seconda delle epoche e, come vedremo in seguito, anche la storia del commercio. Non solo sono oggetti riutilizzati, c’è anche chi ne fa collezione.

Queste scatole nascono con la diffusione della latta (un lamierino di acciaio dolce rivestito di stagno puro) nel Seicento, epoca in cui era già di uso comune in Boemia, nell’attuale Repubblica Ceca, anche se alcune fonti parlano già della sua comparsa fin dal XIV secolo. Grazie alle sue proprietà di brillantezza, di non opacizzarsi e di ostacolare l’azione degli acidi naturali evitando la comparsa di ossidazione, la latta viene utilizzata per costruire recipienti da cucina.
Il fatto che per ottenere la latta occorra dello stagno oltre al ferro (la cui presenza è abbastanza comune), determinò un iniziale monopolio di produzione della Boemia, ricca di giacimenti di stagno, la quale ne conservò anche il segreto di fabbricazione.
In seguito all’espansione dell’industria boema in Sassonia (Germania), e su pressione del ministro francese delle finanze Jean-Baptiste Colbert, alcuni tecnici tedeschi importarono anche in Francia quello che oggi chiameremmo il brevetto metallurgico per la sua fabbricazione. E dalla Francia passò all’Italia, perché di ogni invenzione utile la segretezza dura poco.


Metallurgia – Lavorazione della latta: lamiere, Tav. 199 (incisione in calcografia).
Da “Encyclopedie, ou Dictionnaire raisonne des sciences, des arts et des metiers, par une societe de gens de lettres”, di Denise Diderot e Jean Le Rond D’Alembert (la prima edizione fu pubblicata nel 1751)

Ci fu un immediato fiorire di manifatture francesi e italiane, soppiantate in un secondo tempo da un secondo monopolio nel XVIII secolo, dapprima inglese e poi gallese, per due motivi. Il primo fu di ordine tecnico, grazie all’invenzione del gallese Major John Hanburry, il quale mise a punto la tecnica di laminazione con la quale era possibile ottenere fogli di uno spessore più regolare rispetto al metodo precedente, che prevedeva la martellatura manuale. Il secondo fu l’impoverimento graduale dei giacimenti di stagno europei, che permise all’Inghilterra coloniale, in virtù delle ricchezze minerarie stannifere della sua colonia malese, di diventare primo produttore mondiale di latta.
Nacque così un nuovo lavoro altamente specializzato intorno ai primi decenni dell’Ottocento: il lattoniere.


Ricostruzione del rimorchio di una vecchia bicicletta del lattoniere, realizzata da Romano Conficoni, nell’ambito della storia del lavoro sui veicoli a due ruote


Un vecchio negozio italiano di lattoniere (Mondo etnografico Pippo Murenu)

Famosi sono i misteriosi lattonieri irlandesi, gli Irish Travellers, una comunità nomade antichissima, in patria noti ancora oggi come tinkers, stagnini ambulanti.

Loro è questa leggenda: “La storia diceva che gli uomini che avevano deciso di crocifiggere Gesù cercavano qualcuno che fondesse i chiodi e mettesse insieme una croce. Il falegname rifiutò per primo e l’unico che alla fine si lasciò convincere fu il lattoniere. Guardandolo, Gesù gli disse: il falegname dovunque andrà sarà ricco e fortunato. Ma il lattoniere sarà condannato a vagare per sempre sulla terra e non troverà mai una casa.” (Ce li descrive Vittorio Sabadin in un articolo su La Stampa: Gli zingari d’Irlanda, nomadi in patria).


Irish Travellers in viaggio, 1954

E in effetti la professione di lattoniere si rivelò fortunata.

Prima dell’avvento della latta, il cibo veniva conservato attraverso processi di salatura, affumicatura o essicazione, che però modificavano il sapore. Il francese Nicolas Appert, venditore di dolci e inventore, nel 1810 mise a punto una metodologia per la conservazione ermetica del cibo. In altre parole, inventò la sterilizzazione tramite calore mediante bagnomaria. Fu anche il primo a pubblicare un ricettario, L’Art de conserver les substances animales et végétales, per la conservazione dei cibi nelle bottiglie. La Biblioteca nazionale francese riporta l'intero testo a questa pagina.


Bottiglia per la conserva Appert (Musée des Beaux-Arts et d’Archéologie de Châlons-en-Champagne)

Ma il vetro è pesante e, allo stesso tempo, fragile.
L’inglese Peter Durand, forte delle scoperte di Appert, pensò allora di depositare un brevetto che prevedeva una migliore conservazione dei cibi e, tra le varie possibilità, anche in contenitori metallici.
Fu così che intorno al 1820 le scatole di latta cominciarono a sostituire i contenitori di vetro.
Le prime industrie conserviere ad accogliere la novità furono quelle della sardina e, subito dopo, chi rivendeva legumi. Un processo simile avvenne negli Stati Uniti dove si cominciarono a inscatolare crostacei e in seguito frutta e verdura.
In circa vent’anni l’impiego della latta incrementò e non solo per conservare alimenti: dall’inizio della seconda metà dell’Ottocento cominciò l’epoca del commercio al dettaglio, facilitato anche da mezzi di trasporto più rapidi come la ferrovia, trasformando la distribuzione delle merci da locale a nazionale e infine internazionale.


Una incisione ottocentesca con scatole di conserve alimentari per la carne e i legumi (Louis Figuier: Les merveilles de l’industrie, 1873, ma prima edizione nel 1860)

Non dobbiamo però immaginarci la rete distributiva dello scatolame nella forma che oggi conosciamo, imballata in diversi formati anche molto minuscoli. A parte le conserve, il primo scatolame fu pensato per i commercianti al dettaglio, che se lo vedeva recapitare in forma di grosso contenitore (quello che viene spesso chiamato lattone): il cliente andava nel negozio dello speziale o del droghiere e comprava a peso quanto gli serviva, un po’ come succede oggi quando si va al mercato rionale degli ambulanti per comprare olive, sardine, prodotti alimentari sott’olio che i venditori tengono in grosse latte.

Solo più tardi, con la raffinazione della tecnica, compariranno scatole più piccole per prodotti alimentari di complicata conservazione come caffè o tè. E dopo ancora, per prodotti che vanno conservati in ambiente privo di umidità come biscotti e cosmetici, medicinali o lieviti. O per merci che hanno bisogno di imballaggi sicuri come le vernici e i detergenti.


Whitman’s Super Extra Marshmallow Drops, primo Novecento


Christy’s Oister, anni Cinquanta


Crema di marroni Zuegg, primo Novecento

L’aspetto estetico delle scatole di latta, in alcuni casi, diede vita a vere e proprie opere d’arte, ma il processo di decorazione ebbe un lungo percorso. All’inizio le scatole venivano decorate a mano e ogni colore richiedeva l’essiccatura prima di procedere con un altro, mentre le marche venivano impresse su targhette di latta o ferro o rame, e poi saldate.
Il procedimento dello stencil, una maschera ritagliata che dà luogo a un negativo dell’immagine che si vuole riprodurre, accelerò le cose. Oppure si utilizzava il procedimento litografico per imprimere i bordi delle immagini, che poi venivano riempite a mano dei colori necessari.

Una prima svolta ci fu nel 1837, quando il francese Godefroy Engelman inventò la cromolitografia, un particolare tipo di stampa che inizialmente si serviva dell’utilizzo di una matita grassa su pietra (in seguito le matrici furono anche di altri materiali, come acciaio o zinco). Ma la cromolitografia era difficile da imprimere sulla lastra di latta e, sebbene si arrivasse a impiegarla mediante un trasferimento litografico di cartone pressato sulla superficie metallica della scatola, ugualmente restò un metodo costoso e lungo.

Il vero cambio di rotta ci fu solo nel 1870, quando la ditta inglese Barclay & Fry inventò la macchina roto offset che si serviva della pietra litografica mediante due cilindri rotanti.


Una scatola di biscotti Barclay & Fry, stile reggenza, circa 1896


Scatola di biscotti, fine Ottocento, con scena di mercato italiano


Scatola art nouveau, circa 1902


Scatola di biscotti in forma di borsetta, circa 1908


Scatola di sigarette Purple Heather, primo Novecento


Salvadanaio Hudson Scott, circa 1910


Scatola asiatica, per commemorazione matrimonio, circa 1920


Scatola per biscotti con scena di caccia, circa 1920


Scatole francesi, circa 1930. Ogni scatola costituiva un vagone del treno

Da quel momento numerosi brevetti migliorarono il sistema di stampa cromolitografico sulle scatole di latta. Per esempio, la pietra litografica (la matrice) venne sostituita con una di zinco che si presentava più leggera, meno costosa, e poteva anche essere lavorata per dare un effetto di granitura.
Agli inizi del Novecento, intorno agli anni Trenta, le metodologie di stampa ebbero una grande evoluzione in generale, e per la decorazione delle scatole di latta si cominciò a utilizzare la serigrafia o la fotoincisione. Fu in questo periodo che le scatole di latta cominciarono a essere sostituite da scatole di alluminio.
La Seconda guerra mondiale stroncò la produzione delle scatole metalliche, perché fu vietato l’utilizzo del metallo per oggetti che non fossero di uso strettamente bellico. Fu anche il motivo per cui la diffusione delle materie plastiche trovò il terreno giusto per espandersi.


Dalle Fusine / Denemego: La Grande Guerra di Latta

Durante la Prima guerra mondiale, invece, si era approfittato della nuova invenzione di alimenti in scatola, in dotazione quando mancava il rancio cucinato di fresco. Furono circa 200 milioni le scatolette distribuite ai soldati italiani. Ce ne parlano Giovanni Dalle Fusine e Gianluigi Demenego nel libro La grande guerra di latta (Edizioni Menin).


Ditta DAF, anni Quaranta


Scatola di latta, probabilmente inglese


Cachet Rosa, anni Trenta


Dixan detersivi, anni Cinquanta

In Italia, i primi a produrre scatolame furono la ditta di Francesco Cirio, nel 1856 a Torino, con una fabbrica di piselli in scatola, e poi una ditta campana per la lavorazione dei pomodori.
Il collezionista Paolo Stefanato, che ha messo a disposizione la sua collezione per una mostra tenuta a Milano nel 2016 (La Gioconda di latta), in cui fa una distinzione tra latte povere e latte aristocratiche, racconta una curiosità: “L’apriscatole fu creato trent’anni dopo le scatolette che avrebbe dovuto aprire. Fino a quel momento la gente si arrangiò come meglio poteva, con martelli, scalpelli, baionette, persino battendo la scatola sulla pietra”.


Collezione Paolo Stefanato, 1


Collezione Paolo Stefanato, 2


Collezione Gregorio Parrini, 1


Collezione Gregorio Parrini, 2


Collezione Gregorio Parrini, 3


Collezione La Farmacia d’Epoca

Per chi vuole approfondire, magari approfittando dell’estate che in alcuni casi offre una maggiore mobilità, esistono due musei di scatole di latta in Italia.

La Casa delle scatole di latta si trova a Gerano, in provincia di Roma. Il museo, aperto nel 2000, espone oltre un migliaio di scatole italiane, illustrando il periodo che va dalla fine dell’Ottocento agli anni Cinquanta. Le scatole sono divise per tematiche e non manca la categoria illustratori.
Infatti, anche grandi maestri del disegno e dell’illustrazione diedero il loro apporto a questa categoria di arte decorativa: Leonetto Cappiello disegnò il famoso Arlecchino per la ditta Venchi, Marcello Dudovich disegnò per la Unica e la Zeda, Golia (cioè Eugenio Colmo) per la M. A. Gatti e per la Venchi, Gino Boccasile per la Crastan, la Ivlas, il Caffè Haiti e l’Olio Radino.


Museo Casa delle scatole di latta, 1


Museo Casa delle scatole di latta, 2


Museo Casa delle scatole di latta, 3

Un altro museo è stato aperto a Grumarone, in provincia dell’Aquila: il Piccolo museo della scatola di latta.
Dislocato in una abitazione del Settecento, contiene oltre 4000 esemplari. Un vero peccato che non abbia ancora un suo sito dedicato. Informazioni per arrivarci si trovano qui.


Cotognata Sorini, Castelleone (Cremona), 1925


Secchiello Motta, 1940


Fratelli Ingegnoli, primo Novecento


Ditta Saiwa, circa anni Trenta


Ditta Luigi Rossa, surrogati di caffè, 1930 circa


Ditta A. Gazzoni: Pasticca del Re Sole, inizio Novecento


Ditta Venchi, caramelle


Ditta Venchi, cioccolato


Ditta G. Infantolino, circa 1920


Ditta lieviti Antonio Bertolini, circa anni Sessanta


Polvere da sparo Pieruccetti


Ditta Lazzaroni per gomme, anni Settanta (si notino le gomme Pirelli)


Plasmon, Biscottiera del bebè


Zafferano Tre Cuochi

Anche se non ha stretta attinenza con il nostro argomento, non si può ignorare che la latta rese felici molti bambini: ci fu un periodo in cui molti giocattoli furono costruiti con questo metallo.


Tram a cavalli in latta, anni Venti


Automobilina in latta. Cecoslovacchia, anni Cinquanta


Macchina da scrivere in latta, Germania


Filobus. Francia, anni Cinquanta


Modulo spaziale Kosmike Vozidlo in latta e plastica. Cecoslovacchia, anni Settanta


Zebra Schuco, anni Sessanta

Anche nella letteratura e nel cinema la latta fu immortalata, entrando di prepotenza nell’immaginario collettivo.

Chi non conosce l’Uomo di latta del famoso romanzo per ragazzi di L. Frank Baum, Il meraviglioso mondo di Oz? Insieme a Dorothy e agli altri suoi compagni, l’Omino di latta si recherà alla Città di Smeraldo perché vuole chiedere un cuore al Mago di Oz.


Prima edizione di The Wonderful Wizard of Oz, 1900


Una illustrazione di W. W. Denslow per The wonderful Wizard of Oz

Il video seguente è l’anteprima di Il mago di Oz, riduzione cinematografica del 1939, nella versione moderna digitalizzata.

! No longer available

Ma la latta non è solo spunto per storie fantastiche, e diventa anche un simbolo di drammatica potenza creativa nella guerra senza quartiere che farà Oskar, il piccolo protagonista del romanzo Il tamburo di latta, di Günter Grass.
Col suo tamburo, i suoi mille tamburi di latta, attraverso i quali sfoga la sua rabbia perché non vuole quel mondo insipido e stupido che gli sta davanti, un giorno crescerà.


Una scena del film Il tamburo di latta, versione cinematografica del 1979 diretta dal regista Volker Schlöndorff

« Ultima modifica: 12 Luglio 2017, 17:23:47 da Bic »
  Contatti:
bic@nuovasolaria.net
facebook: Tea C. Blanc