Autore Topic: La non-teoria del leggere / Thomas Stearns Eliot  (Letto 219 volte)

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La non-teoria del leggere / Thomas Stearns Eliot
« il: 04 Gennaio 2015, 19:20:29 »
Riporto un articolo di Pierfrancesco Matarazzo, pubblicato nel sito Sul Romanzo, dal titolo: Eliot il poeta, il critico, ma soprattutto il lettore. 50 anni senza la sua “mutabile” certezza

Non è tanto Eliot, o una discussione su Eliot, l'obiettivo di questa discussione ma, invece, una risposta personale alle domande che l'autore dell'articolo pone. E che ho evidenziato in grassetto.
Le domande sono giuste, innanzitutto? E se sì, che ne pensate?
E in generale, prendendo spunto dall'articolo, che ne pensate del ruolo della critica? Di che cosa sia leggere (non solo poesia ma anche narrativa)? E, in particolare, di questo passo dell'articolo: "L’Eliot-lettore è assai critico e, come tutti i lettori, non è monolitico nella decodifica delle sue sensazioni. Di lettura in lettura cambia, si evolve, somma esperienza personale a esperienza indiretta assorbita dalla lettura stessa, creando così un unicum pronto a ribaltare teorie, idee (proprie e altrui) e sensazioni liberate dalla lettura di un testo poetico. Per questo Eliot ha sempre ammesso di non possedere una sua teoria generale e dogmatica da applicare alla lettura di un testo e alla sua valutazione."?


Eliot il poeta, il critico, ma soprattutto il lettore. 50 anni senza la sua “mutabile” certezza.
Thomas Stearns Eliot, per tutti i suoi lettori T.S. Eliot, è stato sì un poeta, un critico, un saggista e un drammaturgo, ma prima di tutto questo è stato un cercatore assiduo di una diversa verità e, quindi, un lettore. Nell’introduzione a The use of poetry and the use of criticism edito nel 1933 dalla Faber and Faber di Londra (in cui lavorò – come literary advisor prima e direttore editoriale poi – a partire dagli anni Venti del Novecento, facendo conoscere autori come Erza Pound, Marianne Moore, James Joyce e Wystan Hugh Auden), T.S. Eliot avverte subito il “suo” lettore di essere consapevole che il lavoro dei critici si basa su un’illusione: «la convinzione di essere in grado di formulare giudizi di valore oggettivi e definitivi» su un testo. Per avvalorare questa posizione, il critico cerca spesso di crearsi un sistema di regole che è destinato a essere inefficace quanto più è rigoroso e immutabile. In questo modo, si priverà di quella creatività poetica necessaria a liberare tutte le sfumature di un verso.

E qui l’Eliot poeta-critico-poeta raccoglie l’eredità dell’Eliot lettore, andando ad ampliare quanto già espresso da I.A. Richards: «Quel che importa non è mai ciò che la poesia dice, ma ciò che è», ossia non è importante il tema o il fine della poesia ideato dall’autore, ma la sensazione che i versi suscitano nel lettore.

«Impariamo che cosa è la poesia – se mai lo impariamo – leggendola»1. Con questa posizione Eliot ha aperto un contraddittorio sul valore e sul significato del verso che ancora perdura nel secondo decennio del XXI secolo. L’Eliot-lettore è assai critico e, come tutti i lettori, non è monolitico nella decodifica delle sue sensazioni. Di lettura in lettura cambia, si evolve, somma esperienza personale a esperienza indiretta assorbita dalla lettura stessa, creando così un unicum pronto a ribaltare teorie, idee (proprie e altrui) e sensazioni liberate dalla lettura di un testo poetico. Per questo Eliot ha sempre ammesso di non possedere una sua teoria generale e dogmatica da applicare alla lettura di un testo e alla sua valutazione.

Ogni sistema ordinato e apparentemente compiuto creato da un autore si basa per Eliot sul rapporto che ha con il disordine. «Nessun ordine resta vitale se a un certo punto ha perduto il suo contatto più intimo con il disordine o con l’ordine sconosciuto da cui è scaturito».

Il processo di continuo rinnovamento che il lettore può scoprire avvicinandosi ai saggi o alle trascrizioni delle tante lezioni che Eliot ha tenuto negli atenei americani e inglesi nel Novecento – dal fervore giovanile di Tradition and the Individual Talent (1919) e The Sacred Wood (1920) alla maggiore temperanza diThe Use of Poetry and the Use of Criticism (1933) – pervade tutta la sua opera, ponendo nuovi e attualissimi interrogativi.


Possiamo godere di un’opera senza tener conto dell’idea che l’ha generata?
 

Ancora di più, possiamo amare un testo se le idee che animano il suo autore sono contrarie alle nostre convinzioni?
 

Ciò che importa è quanto l’autore sia riuscito a rendere potenti le sue idee attraverso il testo che ha scritto più che l’idea in sé?
 

Quand’è che è forte una posizione? Quando rimane arroccata sui suoi valori o quando è talmente articolata e flessibile da porsi all’ascolto dell’altrui parere con quelle che Eliot stesso definisce le «aperte intenzioni»?
 

La letteratura, per essere tale, deve portare in sé sempre qualcosa di nuovo? E questo “nuovo” deve passare per il linguaggio che usa?


Tante le domande che ci ha posto e si è posto l’Eliot critico-poeta-lettore; molte le avremo incontrate anche noi sulla nostra strada. L’augurio che ci possiamo fare oggi, a cinquant’anni dalla scomparsa di questo tumultuoso essere umano, è di non smettere mai di porcele, ricordando che «il popolo che cessa di curare la propria eredità letteraria va verso la barbarie. Il popolo che cessa di produrre letteratura cessa di progredire in pensiero e sensibilità. La poesia di un popolo prende vita dal linguaggio del popolo, e a sua volta gli dà vita. […] Rappresenta il suo più alto grado di coscienza, il suo maggior potere e la sua più delicata sensibilità»

Forse una lettura del pensiero dell’Eliot poeta, critico e lettore, alla nostra classe politica e dirigente non farebbe male.

« Ultima modifica: 26 Luglio 2015, 09:47:09 da Bic »
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