Autore Topic: [teatro classico - Siracusa - futurismo] Il teatro greco di Siracusa  (Letto 2365 volte)

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Il teatro greco di Siracusa


Nel primo Novecento un nobile siracusano, il conte Mario Tommaso Gargallo, fu propugnatore di una lungimirante iniziativa che ancora ai giorni nostri vive e rappresenta una meta ambita non solo da italiani, ma anche da innumerevoli stranieri. Riuscì, cioè, a raccogliere un comitato promotore e un folto gruppo di artisti e letterati nel 1913; insieme, allestirono nel 1914 la memorabile prima rappresentazione di tragedia greca al Teatro Greco di Siracusa: l'Agamennone di Eschilo, curata da Ettore Romagnoli e la cui scenografia fu allestita niente di meno che da Duilio Cambellotti.

Il comitato da lui promosso fu poi eretto nel 1925 a ente morale con il nome di Istituto Nazionale del Dramma Antico, figurando in modi diversi nel corso del secolo fino a che, nel 1998, diventò fondazione culturale organizzando, prima ogni biennio, poi annualmente dall'anno 2000, la consueta stagione teatrale.

Il suggestivo teatro di Siracusa, tra i più vasti del mondo antico e singolarmente tutto tagliato nella roccia tranne gli ordini di sedili più alti, è la sede delle rappresentazioni drammatiche.


Rovine del teatro di Siracusa; litografia, circa 1880 (Milano, Vallardi)


Sull'ottima rivista di settore Stratagemmi / ΣΤΡΑΤΗΓΗΜΑΤΑ, Prospettive teatrali, pubblicata per i tipi di Pontremoli editore, nel numero 14, 2010, Giugno, c'è un bell'articolo di Martina Treu (Largo ai giovani? Il XLVI ciclo di spettacoli classici dell'Inda), scritto in occasione del ciclo teatrale tenuto nel 2010.
L'autrice parla di alcune manifestazioni teatrali, concentrando la sua attenzione soprattutto verso il teatro giovane emergente e le promozioni tenute al convegno internazionale dell'Inda in questo ambito, verso i risultati positivi e la scommessa di aver affidato a giovani registi i tre spettacoli maggiori del teatro greco di Siracusa (mai tentata prima), con un riscontro di pubblico oltremodo soddisfacente. Naturalmente l'articolo non termina qui, ma affonda anche in critiche sull'allestimento e sulla scenografia che si erano proposte ad Agrigento, sulle parti corali (con riferimento in particolare a Fedra e Lisistrata) e alla desueta traduzione, ed ad altre pecche di carattere scenico, oltre che linguistico.
E il punto focale su cui arriva, in finale, è "la scommessa del teatro classico per i giovani", proponendo e auspicando una rigenerazione per renderlo adeguato ai giovani registi, attori e spettatori, arrivando anche a proporre l'allestimento di nuove opere, da affiancare ai grandi classici. O perlomeno di "svecchiare i testi classici, sperimentare qualche adattamento o riscrittura o almeno una nuova traduzione" (...) per "restituire vitalità al teatro".
E qui lancia la provocazione, riportando alla fine dell'articolo quel manifesto che i futuristi siciliani lanciarono nel 1921 in Sicilia e fuori dall'isola, nelle piazze, nelle edicole, nei cinema, nelle scuole, sui treni, sui muri delle città. E che fu una frustata alle rappresentazioni classiche e ai conservatori che accusarono i futuristi di aver “attentato alla sacra maestà di Eschilo” (lo si stava rappresentando).

Ne riporto il testo integrale:


MANIFESTO FUTURISTA
PER le RAPPRESENTAZIONI CLASSICHE di SIRACUSA
                                                                                   
“Dico che i morti uccidono chi vive !”
                                                                                      (Eschilo – Le Coefore – Ep. III)

Senza rimorso, al Teatro Greco di Siracusa, una folla di passatisti siede per ore ed ore col culo a terra per sentire che Agamennone cornificò la moglie la quale altrettanto fece e, non contenta, levò di mezzo anche il marito; e si entusiasma quando Oreste grida a Pilade: “ Consigliami!... Che faccio?...” E di rimando Pilade: “ Giacché ci sei, ammazza la tua mamma!” – Quella seria massa d’infatuati merita il risveglio di una pedata o, meglio, l’odorante refrigerio di un pitale.
Agamennone, Oreste, Clitennestra?... Ma chi son essi? Chi se ne frega più? Avvenimenti di cronaca mille volte più interessanti registra tutti i giorni la stampa, senza che alcun Eschilo nuovo sorga a romperci le scatole e senza che un qualsiasi consiglio comunale si occupi di commemorarli.
NOI FUTURISTI, sicuri che la Sicilia abbia più intelligenza di quanto il passatista Romagnoli non ne metta nelle sue traduzioni e nelle salsicce dei suoi “drammi satireschi”, affermiamo che le rappresentazioni classiche di Siracusa sono il prodotto di mentalità arretrate nello spirito dell’Isola vulcanica, e che i consiglieri siracusani  -funghi di muffa sopra un verde tronco – vengono meno alle più elementari regole d’igiene quando trasportano cose puzzolenti in una città che s’era fatta ammirare finora per la sua pulizia.
A tutto il teatro greco, polvere ed ossario, noi contrapponiamo le Sintesi Futuriste e la famosa òpira dei pupi siciliana che è la ri-creazione più viva e più geniale degli avvenimenti e della vita del passato. Ogni creatore di Sintesi, ogni don Giuvanni d’òpira possiede tanto genio quanto a mala pena possono metterne insieme tutti 18715 Romagnoli di questa terra.
Convincetevi che il mondo non si regge più con la morale, con le esigenze di 2000 anni fa; ha un ritmo e degli ideali che superano la vita antica di quanto un’officina supera il porcile.
Perciò noi vi diciamo: EVOLVETEVI E MARCIATE!
Perciò invitiamo il popolo di Sicilia , d’Italia e del  Mondo  ad essere cosciente, a disertare le gradinate del Teatro Siracusano, a lasciare che l’erba cresca come utile pascolo alle pecore, tra i ruderi.
Gli intelligenti si strafottano dell’antica Grecia, e – pisciando in folla sul teatro parato a festa per le Coefore di Eschilo – urlino con noi al professor becchino Romagnoli:
Abbasso l’Arte Greca! – Viva l’Arte Popolare Siciliana!
Gloria al Genio Creatore Italiano d’oggi e di domani!


16 aprile 1921

                                                                                   
PER I FUTURISTI SICILIANI
                                                                     Jannelli, Nicastro, Vann’Antò,
Carrozza, Raciti


Parziale del volantino originale distribuito al teatro greco di Siracusa in occasione della messinscena delle Coefore curata da E. Romagnoli. Un foglio di cm. 17,5 x 25. stampato a inchiostro nero solo su fronte


Questo volantino provocò un terremoto: :asd: ira e applauso. E la notizia che Marinetti sarebbe arrivato in Sicilia attacchi di panico e ansia.
Era stato il futurista messinese Francesco Carrozza a promuovere l'idea di un'adunata futurista in occasione delle rappresentazioni classiche, a cui inizialmente Marinetti aveva risposto con un'adesione nominale dietro suo invito, ma poi Marinetti aveva cambiato idea ritenendo che la sua presenza fisica avrebbe giovato alla causa, così giunse a Siracusa un paio di giorni prima delle rappresentazioni con altri futuristi di Messina e di Catania, dove annunciò una conferenza al Teatro Epicarmo, i cui temi erano l'ostilità verso il Comitato delle Feste Classiche e verso l’uso specifico del Teatro Greco.

Nel giugno seguente apparve un secondo manifesto:

Utilizziamo il Teatro Greco di Siracusa
Manifesto dei futuristi siciliani

Noi futuristi siamo assolutamente contrari a tutte le esumazioni di teatro antico. Esse rimettono sulla scena né più né meno che le ombre di tempi che non hanno più nulla da comunicarci. Ma constatando l’energia geniale con la quale gli organizzatori delle rappresentazioni greche hanno rinnovato la meravigliosa città di Siracusa predisponendola ad un alto compito di rinascita artistica, presentiamo una proposta che perfezioni la loro iniziativa in modo pratico e, soprattutto, patriottico.
   Domandiamo che, alternativamente con le tragedie di Eschilo, sia annualmente rappresentato un dramma moderno pittoresco, adatto all’aria aperta, che utilizzi gli infiniti fascini estetici che offrono i coloratissimi costumi della Sicilia.
   L’opera dei pupi, così piena di ilarità e di passionalità, i diavoli di Pasqua, le processioni dell’Epifania e della Settimana Santa – magnifiche sfilate in cui le luci, la musica, i colori si fondono con sentimenti ora tragici ora comici: lo stesso dialetto siciliano, ricco, vario, pieno di sarcasmi e di bontà, sorridente improvviso turbinoso lucido infocato – offrono materia, miti e soggetti vivi che i moderni autori dialettali siciliani –nel passatismo loro- non hanno neanche sospettati.
   Sia bandito, perciò, tra tutti i giovani siciliani, un concorso annuale con premio cospicuo, per questo dramma moderno da incoronarsi gloriosamente, e rappresentarsi nel Teatro Greco di Siracusa dai migliori attori siciliani.
   L’Italia uscita da Vittorio Veneto deve consacrare gran parte delle sue energie e del suo denaro, non ad un ellenismo morto , professorale, ma al genio creatore dei giovani italiani vivi. Coloro che credevano di attirare i forestieri col nome di Eschilo, o di altri vecchioni, hanno avuto già una amara delusione: i forestieri hanno quasi mancato, questo anno a Siracusa. La folla era costituita da italiani, e specialmente siciliani. Costoro preferiscono la vita alla morte, il futuro al passato. Con l’anima, dunque, della nuova Sicilia e col genio dei suoi giovani, si rinvigorisca e si utilizzi il Teatro Greco e il suo scenario. Questo, malgrado gli sforzi dei passatisti, è ben poco ellenico, molto vivo, moderno, riassuntivo e dinamico, poiché contiene, non solo colline lussureggianti, carri variopinti, mare, vele, nuvole e stelle, ma anche luci elettriche di stazioni ferroviarie, fischi e pennacchi di locomotive.
   Siano rappresentati Eschilo, Sofocle, Euripide – se proprio non se ne può fare a meno – ma accanto ad essi sia glorificato un giovane siciliano d’oggi!

(Messina, 11 Giugno 1921)



In seguito, Guglielmo Jannelli e Luciano Nicastro pubblicarono nel 1924 (Edizioni della Balza futurista) un libello dal titolo Il Teatro Greco di Siracusa ai giovani siciliani, in cui si raccontano i fatti e le motivazioni della provocazione. Interessante, moderno e da leggere.
È stato pubblicato in anastatica da Enrico Di Luciano.

Per una bibliografia sull'argomento è utile la consultazione del materiae raccolto dall'Archivio Storico Siracusano.



In generale, per quel che ne penso io, si sa come andarono le cose. Si volle dare un'identificazione socio-politica all'arte di allora che non apparteneva all'arte di allora, ma apparteneva invece alla visione della nuova classe artistica che emergeva e che volle vederla nell'arte che stava affondando, cancellando un'identità culturale vitale e dirompente, nuova.
Non si può tornare indietro, ma si può riprendere il canovaccio lasciato a metà e ultimarlo. Perché manca qualcosa, un tassello importante di creatività e fantasia che fu soffocato ma che resta, indimenticato, nell'inconscio nazionale. E che sarebbe molto produttivo riscoprire.





Ma veniamo ora, per concludere, a un altro articolo che apparve in una rivista mensile, La Cultura Moderna (anno 1930). Un articolo di Franco Salerno che riguarda la sesta stagione teatrale in cui furono date l'Ifigenia in Aulide e l'Agamennone; e fu la sesta edizione perché, durante la prima guerra mondiale, per alcuni anni venne interrotta la manifestazione. Dell'articolista non so dire molto: sembrerebbe sia anche l'autore di un libro dal titolo Le donne pucciniane (Palermo, Trimarchi, 1928) e un altro, curioso, dal titolo Il tuo cuore ed uno sleeping-car (Palermo, Trimarchi, 1927).
Il testo è stato trascritto integralmente e comprensivo dell'intera sequenza di fotografie intercalate nel testo.
Buona lettura.




Primavera ellenica in Sicilia, di Franco Salerno
Ifigenia in Aulide di Euripide ed Agamennone di Eschilo al Teatro greco di Siracusa

E' oggi la sesta volta che noi, uomini del ventesimo secolo, sediamo sui gradini del meraviglioso teatro greco di Siracusa che quattro secoli avanti Cristo l'architetto Demòkopo Myrilla intagliò nella roccia del Colle Temenite, per ordine di Jerone I, mecenate magnifico di poeti e di tragedi che alla sua Corte fastosa avevano ospitalità ed onori.

E' la sesta volta che noi, uomini del ventesimo secolo, prendiamo il posto ed assaporiamo le medesime sensazioni di coloro che appartennero a quella generazione di forti e di esteti per i quali ciò che era Forza e ciò che era Bellezza, ciò che era Eroismo ed era Poesia si fondevano in un crogiuolo di perfezione.

Ombre di colossi sembrano vegliare le pietre millenarie: aleggiano su per le scalee del ricurvo anfiteatro, e giù per l'emificio della scena gli spiriti dei siracusani Sosiphanes, Sosithèos, Rhinton creatore della commedia fliacica, Sòfrone mimografo, Epicarmo creatore della commedia dorico-siceliota, Formide e Deinologo; dei greci Pindaro, Simonide, Bacchilide, Frinico, Eschilo; dell'ellenistico Teocrito. E' tutta un'atmosfera di grandezza che ci sovrasta e che ci esalta, è un'era di bellezza e di Grandezza che ci viene incontro e ci circonda.




Il 1914 aveva visto il risveglio del sonno millenario del Teatro Greco di Siracusa.

L'idea era nata nello spirito eletto di un patrizio siracusano il Conte Mario Tommaso Gargallo che aveva formato un piccolo comitato il quale fra difficoltà ed ostacoli d'ogni natura, pur senza preparazione né esperienza veruna, sotto la direzione artistica di quel consumato ellenista che è Ettore Romagnoli, era riuscito, a compiere il titanico sforzo.

La tragedia prescelta era stata l'Agamennone di Eschilo (la prima della trilogia Orestea) - la medesima che oggi abbiamo riudita nella traduzione di Armando-Marchionni-Alibrandi - nella traduzione dello stesso Romagnoli.

Ed il successo era stato grandioso, ed il concorso di pubblico imponente, tanto era l'interesse destato intorno al coraggioso tentativo.

E' successo personale di Gualtiero Tumiati cui era toccato l'onore di resuscitare al cospetto del nostro secolo la bellezza e la gloria dei secoli di Atene.



Ma immediatamente dopo venne la guerra. Ed al travaglio immane fu sacrificato anche questo. Sette anni di silenzio passarono su l'insonne monumento, finchè nel 1921 la seconda parte dell'Orestea, e cioè le Coefore, venne allestita da Ettore Berti che ebbe a fianco Emilia Varini, Teresa Franchini-Fumagall e Mario Fumagalli.

Il successo fu ripetuto e superato anzi. E l'incitamento fu così forte che l'anno dopo, 1922, Annibale Ninchi riesumava Edipo Re di Sofocle e Le Baccanti di Euripide dinanzi ad una folla innumerevole.

Due anni dopo - 1924 - fu chiamato ancora una volta Gualtiero Tumiati con a fianco quella grande tragica che è Maria Letizia Celli, per dare I sette a Tebe di Eschilo ed Antigone d Sofocle. Fu questo il grande trionfo, fu questa - delle quattro rievocazioni - la più completa, la più complessa, la più felice.

I sette a Tebe di Eschilo, ed Antigone di Sofocle, entrambi appartenenti al Ciclo Tebano che affascinò l'anima dei tragedi greci tanto da predominare su tutta la tragedia greca, son tanto strettamente legate, può talmente l'una far da seguito all'altra, che - se non fosse le grandissime disparità tecniche che le distinguono e le separano - potrebbero senz'altro ritenersi i due atti di una medesima tragedia, così netto e diritto e continuato è il filo conduttore che entrambe le regge.




Nel 1927, infine, furono ancora Gualtiero Tumiati e Maria Letizia Celli a metter su quattro spettacoli: Medea ed Il Ciclope di Euripide; Le nuvole di Aristofane, I Satiri alla caccia di Sofocle.

Meno felice di tutte fu la riesumazione de Le nuvole, più felice di tutte quella di Medea. Perché - a parer mio per lo meno - le rievocazioni siracusane dovrebbero limitarsi alla tragedia, al massimo al dramma satiresco: perché la trageda vive in tutti i tempi mentre una commedia è destinata a morire con la generazione dalla quale è uscita, o ben poco più tardi.

Questo perché il tragico è un assoluto in sé ed il comico viceversa è un relativo, relativo al tempo e spesso anche al luogo. Infatti si discute già se Molière e Goldoni sieno dei sorpassati. Chi sostiene di sì e chi sostiene di no. L'ultima parola non è detta, ma è certo che se ne discute. E ho detto Molière e Goldoni. Figurarsi Aristofane, Aristofane che è non solo un lontano, ma un personalista. Magari un altro, magari Plauto, per venire ai latini, ma Aristofane no. Ecco perché la rievocazione de Le nuvole non ebbe il consenso unanime che ebbe invece quella di Medea. Perché, in una parola, la gelosia e l'odio, e la vendetta sono dei sentimenti profondamente e radicatamente umani, che attanagliarono gli animi di uomini e di donne vissuti migliaia e migliaia di anni fa, come ancora attanagliano gli animi nostri. Viceversa l'ironia ha mutato e muta continuamente: coi secoli, con gli uomini, coi costumi, sì che ciò che materia d'ironia forniva ieri, non ne fornisce più oggi.



Questo accade dell'humor aristofanesco: la comicità dell'autore de Le nuvole è fatta di elementi così primordiali, così - diciamolo pure - e non sembri temerarietà la parola - così grossolani e volgari, che il pubblico del nostro secolo non può più assaporarla. Tolto a questa commedia, che noi siamo avvezzi a considerare come il capolavoro del teatro comico ellenico, tolto a questa commedia il valore storico, diciamo anzi "archeologico", buono soltanto per lo studioso, nulla rimane - non esitiamo a dirlo - per le platee,... anche quando le platee sono degli anfiteatri, come in questo caso.

Quale profonda e perturbatrice suggestività non emana invece da tragedie quali Medea od Ifigenia in Aulide, quali Antigone, quali Agamennone o I sette a Tebe!

Non è più quivi il solo studioso che trova il suo pane, non è solo l'esteta che trova il suo appagamento. Quivi è l'uomo vivo, l'uomo di ogni secolo, di ogni temperamento, di ogni tendenza che trova una corda per la sua anima e per il suo cuore, che trova nei personaggi persone vive e vere, che li vede far cose e pensar pensieri che anch'egli potrebbe fare e pensare. L'umanità di Euripide, di Eschilo, di Sofocle è innegabilmente ancora palpitante; come innegabilmente sepolta è viceversa la comicità di Aristofane, tanto più che i soli pochi elementi di comicità migliore si riferiscono a personalità ed a questioni del mondo ateniese, sconosciute a noi, ed incapaci quindi a destarci sia pure un sorriso in quei passi dinnanzi ai quali certo dovevano viceversa sghignazzare i buoni ateniesi di allora. A noi non resta che soffermarci su quegli altri elementi che poc'anzi ho osato (né me ne rammarico) qualificare per grossolani e volgari, e che non ci possono quindi certamente appagare.



Il dramma satiresco può interessarci. Perché - essendo un genere morto - non può sottostare né a confronti né a mutamenti di mentalità. Accade dinnanzi al dramma satiresco ed alla commedia aristofanesca quello che accade - per esempio - dinanzi a una portantina e ad un'automobile di antiquato modello. L'automobile di vent'anni fa ci fa ridere, la portantina di secoli e secoli fa ci sembra bella ed interessante, appunto per il suo valore storico; di portantine come di drammi satireschi non se ne fanno più, mentre di automobili e di commedie si continua a farne, e la tecnica delle une e delle altre ha progredito talmente da far cadere - agli occhi dei contemporanei - nel ridicolo i modelli vecchi.

Ecco perché io salvo da queste mie riserve tanto Il Ciclope quanto I Satiri alla caccia, e concludo che delle rievocazioni della primavera del 1927, la sola Medea mi parve aver contato, da sé, più che Le nuvole ed Il Ciclope ed I Satiri alla caccia, sommati insieme.



La tragedia. Ecco quello che deve darci in avvenire Siracusa. E quell'anno ci ha data la incomparabile suggestione di Medea e gli altri anni quella de I sette a Tebe e di Antigone, di Edipo Re e de Le Coefore, di Agamennone; e quest'anno ci ha ridata questa di Agamennone, e - nuova - ci ha offerta quella di Ifigenia in Aulide.

Eschilo ed Euripide: due lontani, due spiriti e due tecniche profondamente, essenzialmente disuguali: il mito e l'umanità, la fantasia e la realtà, lo sbozzatore dalle grandi linee di passioni distanti e dissimili dalla nostra sensibilità, e l'acuto indagatore e pittore di sentimenti veri, vivi, umani, eterni in ogni tempo ed in ogni luogo; nell'uno la danza ed il coro, dirò quasi, protagonisti della scheletrica azione, nell'altro un dialogo già progredito, serrato, contrastante, starei per dire è più vicino a noi (mi si passi la quasi eresia) che non alle enfatiche e massicce tirate eschilee.

Anche queste due tragedie - senza queste abissali disparità - presentano - in quanto al succedersi delle vicende - quella continuità che ben le ha fatte accoppiare: Nella prima noi assistiamo all'angosciosa alternativa di Agamennone che, immobilizzato sulle rive dell'Euripo con tutta la flotta ellenica dai venti contrari, ha avuto imposto dall'indovino Calcante di immolare la figlia Ifigenia per aver propizii i venti e gli Dei (e dapprima l'ha attirata al campo col falso pretesto di averne apparecchiate le nozze con Achille, e poi, preso dal pentimento, vorrebbe fermarla; e non può più perché ormai è troppo tardi), nella seconda siamo al ritorno dello stesso Agamennone - dieci anni più tardi - alla Reggia di Argo ove Clitennestra per vendicare il sacrificio di Ifigenia (o per liberarsi dall'ormai importuno consorte) con tre colpi di scure lo uccide e pone al suo posto sul trono come già aveva fatto nel talamo il suo drudo Egisto.

La realizzazione delle due tragedie fu anche stavolta degna di quella nobile istituzione che è ormai l'Istituto Nazionale del Dramma Antico, e l'on. Biagio Pace che se ne trovava per la prima volta alla presidenza non è stato impari all'ardua responsabilità.




Per ben cominciare furono prescelte due eccellenti tradizioni: quella di Giunio Garavani per l'Ifigenia in Aulide, e quella di Armando Marchioni Alibrandi per l'Agamennone, e due appropriate musiche composero per la prima Giuseppe Mulè  per la seconda Ildebrando Pizzetti.

La messa in scena è stata come di consueto affidata a Duilio Cambellotti, di cui (per non parlare dei costumi che mi son tutti piaciuti moltissimo) ho di gran lunga preferito la reggia di Agamennone all'accampamento dell'Aulide. Il Cambellotti è senza dubbio e senza discussione un artista di genio ma talvolta - in queste messe in scena siracusane - ha il torto di stilizzare troppo. Così gli è avvenuto oggi per Ifigenia, e così gli era accaduto al 1927 per Le Nuvole mentre meglio assai aveva fatto per Medea, per Il Ciclope e per I Satiri alla caccia.

Stilizzazioni simili vanno benissimo permesse in scena di Pirandello, di Shaw, di Kaiser, di Antoine, ma non per messe in scena di Euripide o di Aristofane. Se Cambellotti si terrà più alle linee classiche continuerà a darci delle magnifiche cose come Agamennone di quest'anno, come Medea, Ciclope, Satiri del '27, come I sette a Tebe ed Antigone del '24.

Venendo ora ai singoli interpreti voglio citare prima di tutti Evelina Paoli (cara vecchia conoscenza che l teatro italiano rimpiange sempre!) che fu una Clitennestra appassionata e materna in Ifigenia, subdola e sensuale in Agamennone. Ricorderò quindi Corrado Racca che fu nelle due tragedie un magnifico fiero Agamennone; Giovanna Scotto, dolcissima Ifigenia nella prima e tragica Cassandra nella seconda, e l'Oppi (Achille ed araldo) ed il Giacchetti (Menelao) ed il Petacci (il vecchio servo di Agamennone).

Su tutto questo infine, una grande e profondissima impronta di bellezza la davano le danzatrici di Jia Ruskaia che adunavano nella maschera del volto e nella plastica del movimento tutta l'angosciosa tragedia di cui l'azione si andava snodando.




Il pubblico accorso alle rappresentazioni è stato enorme e questo è molto confortante. Alle due rappresentazioni del 7-8 l'intervento di S. M. il Re diede un ancor più alto significato alla nobiltà di queste celebrazioni. Né alle ultime repliche la folla accrebbe, che anzi fu tanta da farne determinare altre due fuori programma. Per fare calcoli sul numero bisognava contare a decine di migliaia. Mezz'ora prima di cominciar lo spettacolo, si chiusero le porte e non si vendettero più biglietti. L' "esaurito" in quell'enorme vastità.

E questo - torno a dire - è molto confortante, perché vuol dire che il nostro popolo, che la nostra gioventù si accorge che c'è qualche cosa di altro che non la boxe od il foot-ball.

Franco Salerno






Veduta pittorica del teatro; litografia su disegno di Cavallari e incisione di Wenzel (Napoli, R. Lit. Militare, 1840)


Venendo ai giorni nostri, quest'anno verrà dato il 52° Ciclo di Rappresentazioni Classiche: Elettra di Sofocle e Alcesti di Euripide dal 13 maggio al 19 giugno 2016; Fedra di Seneca, dal 23 al 26 giugno 2016.
Notizie sul portale della Fondazione INda > http://www.indafondazione.org/it/la-fondazione/profilo/



« Ultima modifica: 08 Febbraio 2016, 11:13:09 da Bic »
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Re:[teatro classico - Siracusa - futurismo] Il teatro greco di Siracusa
« Risposta #1 il: 07 Febbraio 2016, 19:39:24 »
Ciao, Bic. Ho letto con molto interesse degli inizi dell' Istituto Nazionale del Dramma Antico e delle futili e inutili e polverose polemiche dei futuristi, le cui istanze somigliano parecchio a quelle dei moderni rottamatori a ogni costo soprattutto quando si trovano di fronte qualcosa di buono e bello. Concordo invece con la necessità di rinnovare le traduzioni dei grandi classici per ritrovarne il senso più autentico, cosa che peraltro è stata fatta già da tempo e con eccellenti risultati anche sulle scene. A ogni modo, i biglietti per le rappresentazioni classiche a Siracusa vengono già quasi tutti venduti cinque mesi prima dell'apertura del teatro e l'afflusso in quel mese è davvero globale: segno che neanche la lingua è poi davvero un problema per chi vi assiste. Per non dire del pienone anche negli altri teatri greci di Sicilia in cui ogni estate vengono rappresentati i grandi classici greci, latini e anche moderni: da Segesta a Tindari, da Gibellina a Morgantina e altri ancora, sotto la direzione dell'INDA o in modo indipendente.
E anche i bravi giovani non mancano, specie tra gli attori, ma anche tra i registi. Per esempio: lo scorso agosto a Segesta ho assistito a una magnifica Elettra diretta da un neanche trentenne. Ma è stata davvero splendida, viva e meravigliosa, come tutti gli archetipi.
Nell'articolo non ti dilunghi molto sulla struttura del teatro e sulle sue origini, ma vale la pena accennare che la sua storia inizia nel V secolo dell'evo antico e che, come tutti i teatri greci in Sicilia come altrove, offre una quinta scenica da mozzare il fiato: fatto a cui si deve quel surplus di magia e di forza narrativa di quanto viene rappresentato.
Assistere a una rappresentazione classica all'aperto, all'alba o al tramonto, nei luoghi che hanno visto e contribuito a formare la storia dell'Occidente ti assicuro che è un'esperienza del tutto diversa dal vedere nel chiudo di un moderno teatro di prosa.
Quest'anno è dedicato alle donne, con Eschilo e Sofocle, e  -per la prima volta a Siracusa- viene messa in scena un'opera latina, la Fedra di Seneca.
Grazie, Bic e a presto.

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Re:[teatro classico - Siracusa - futurismo] Il teatro greco di Siracusa
« Risposta #2 il: 09 Febbraio 2016, 20:07:31 »
Grazie a te, Barabba, per il tuo intervento.
(Inter nos - ahahaha, sono birichina  :asd: - in una parte del tuo quote sembra quasi tu sia entrato in modalità passatista).
Da quello che mi dici, le aspettative della pubblicista di Stratagemmi vedo, quindi, che sono entrate nel pensiero comune.
No, non sono entrata in merito alle bellezze strutturali e storiche del teatro stesso. L'articolo era già troppo lungo di per sé e credo che la sola fotografia messa in evidenza sotto il titolo dica tutto. Sono convinta che risvegli senz'altro la curiosità di chi ne voglia sapere di più. Per questo sono entrata subito nel fulcro di quello che volevo evidenziare.

Anche in merito all'intervento futurista sono stata scarna, ma ora rimedio.
L'intervento futurista era stato senz'altro provocatorio. Personalmente, credo che l'evento di rottura in se stesso (la provocazione) possa difficilmente mantenersi entro una posizione equilibrata. Appunto perché deve rompere uno schema, per destabilizzarlo, risulta sembrare aggressivo o impositivo (e Marinetti era un istrione e un maestro nella destabilizzazione); ma se si va a guardare oltre l'evento di rottura e alle modalità con cui viene articolato, si possono individuare le ragioni, giuste o sbagliate, per cui lo status quo non ha termini di difesa. Non ha termini - dico - perché altrimenti l'evento di rottura non potrebbe sussistere.
Invece ci fu.

Nell'articolo che ho scritto, ho citato Guglielmo Jannelli e Luciano Nicastro, dicendo che pubblicarono nel 1924 (Edizioni della Balza futurista) un libello dal titolo Il Teatro Greco di Siracusa ai giovani siciliani, in cui si raccontano i fatti e le motivazioni della provocazione; cioè poco dopo gli eventi della distribuzione dei due volantini-manifesto.
Non ho pubblicato il testo integrale. Lo faccio ora.
Non credo ci siano diritti d'autore ma, se ci dovessero essere, l'amministrazione ritirerà immediatamente il testo.

Dal testo che segue, si vede che a monte c'è una polemica che investe molto altro, che non la semplice rottura con lo schema classico. E si vedono bene le ragioni per cui era stata portata avanti dal movimento futurista. Dobbiamo solamente entrare un attimo nell'ottica dei nostri nonni e dei loro tempi.
Avevo detto che è un testo modernissimo, ancora oggi. Moderno nel senso che, nei termini di globalizzazione in cui ci troviamo attualmente, va a inferire significato proprio là dove la globalizzazione odierna ha perso la partita. Non si è capito (non si è voluto capire? da chi? lasciamo perdere altrimenti non la finiamo più), che globalizzazione non è omologazione, ma conservazione e ricreazione continua dell'identità culturale del singolo, di una collettività, di un paese, anche di una realtà che potrebbe non avere anche i confini fisico-politici che le hanno affibbiato ma sicuramente li ha culturalmente.
Ti grazio di mie ulteriori baggianate e passo al dunque.



Il Teatro Greco di Siracusa ai giovani siciliani,  di Guglielmo Jannelli e di Luciano Nicastro
Edizioni della Balza futurista, 1924


Che cosa intendiamo per Dramma Siciliano, Pittoresco, Moderno


Il nostro Manifesto, poiché presupponeva una conoscenza della tradizione, e del costume popolare siciliano, che non tutti posseggono, fu –nelle sue espressioni sintetiche  - naturalmente frainteso da molti; ed esige, ancora adesso, delle esaurienti spiegazioni.

Ci è stato chiesto:
perché il dramma dev’essere moderno?
Rispondiamo:
Il Teatro Greco oggi non può più adattarsi alla tragedia antica:
1) perché s’inquadra in un paesaggio vivo di modernità e di elementi che contrastano col costume e con la scena greca;
2) perché la tragedia greca ha per sempre perduto –e non ritroverà giammai- il suo vero spettatore, il suo pubblico: l’anima della folla.
Può darsi che domani un agognato papiro ci indichi il segreto e ci fornisca i mezzi della più esatta rappresentazione eschilea o sofoclea, e che si possa inscenare un dramma antico con autentici cori ed impeccabili danze. Ma non si avvererà mai più che il popolo si accalchi per religione, per pietà ed amore, intorno ad un mito che esso ha tralasciato da millenni, e che il Cristianesimo ha allontanato dalle folle ed ha ormai adagiato nel regno del silenzio.
Molti osservano che si può sostituire un interesse puramente estetico a ciò che nei tempi antichi era passione, e necessità del popolo devoto.
Noi rispondiamo che basare le riesumazioni classiche sulla curiosità di pochi (snobisti e professori) e sulla dabbenaggine di molti, che poi alla fine si sentono delusi; o –come dicono i filologi più onesti- profanare i Tragici per soddisfare il vuoto culturalismo, è tutt’altro che doveroso per chi ha dell’antichità un concetto nobile e austero.
E diciamo che neppure la Sicilia avrebbe proprio bisogno di questo equivoco sfruttamento per la sua moderna educazione e rinascita!
Ma, con tutto ciò, non ci opponiamo, come nel Manifesto è detto, alle rappresentazioni classiche siracusane, purché esse siano alternate con quelle di drammi pittoreschi moderni siciliani;
3) perché –siamo sinceri-  una cosa è: leggere Eschilo, Sofocle, Euripide; un’altra è: rappresentarli.
Nel primo caso –con la fantasia, col nostro amore, e magari con le nostre entusiastiche esagerazioni- possiamo idealmente completare tutte le manchevolezze per l’adattamento scenico che ha la tragedia greca quale ci è stata tramandata, e percorrere facilmente l’enorme distanza che separa l’età moderna dall’antica; nel secondo caso, sono gli stessi elementi materiali che adoperiamo per ricostruire artificialmente l’antico, che non riescono a far tacere il nuovo motivo umano e moderno che ci pulsa intorno.
Esempio: come dimenticare i nostri palcoscenici, e tutte le raffinatezze delle danze e delle mode del secolo XX allorché assistiamo ad un ballo delle sorelle Braun che Romagnoli ci vuol gabellare come greco?...

Praticamente, la ricerca dell’unità fra ambiente e tragedia riesumata si risolve in un insanabile contrasto.
E’ più facile, perciò, accordare col Teatro Greco un dramma pittoresco moderno, che un dramma antico.
Con la parola “moderno” non intendiamo però escludere che il dramma da rappresentarsi del T.G. possa anche avere carattere storico; purché all’aggettivo “storico” non si dia un significato di artificiosità o di curiosità archivistica.
Gli stessi Greci antichi prendevano, a soggetto dei loro drammi, fatti della loro storia recente, o miti del loro passato, i quali erano sempre per essi religione e puro sentimento: vita concreta, quindi, non cultura.
Ora, in Sicilia, noi abbiamo tutta una lunga tradizione di leggende a cui il popolo nostro crede, e che potrebbe essere sfruttata con grandiosi risultati e originalità assoluta.
Se ciò si facesse, potremmo arrivare forse ad un dramma contemporaneo che avrebbe tutti i caratteri dell’antica tragedia quale era rappresentata ai suoi tempi.


Molti, leggendo il nostro manifesto, non hanno capito che cosa noi intendiamo per dramma pittoresco; ed hanno creduto che vogliamo far consistere la rappresentazione scenica in una semplice sfilata di colori, cioè in una vuota esteriorità.
Niente di più falso.
Il dramma che noi vogliamo sia creato deve avere una sua ragione intima. Ma, poiché è espressione della Sicilia, non può –senza deformare interamente la bellezza e l’originalità della nostra vita popolare, che si svolge tutta quanta all’aperto –astrarre da quell’infinita varia tumultuosa fantastica colorazione agreste, che quasi plasticamente e musicalmente avviva accende sviluppa accompagna le passioni siciliane.
Ci sono, insomma, nella vita del nostro popolo, espressioni solenni di sentimento religioso, artistico, che non sono mai disgiunte da una attraente tumultuosità di colori; ci sono momenti di passione e di allegria, che erompono liberamente nelle feste, e si accompagnano con forme caratteristiche, con atteggiamenti plastici che hanno, come sfondo naturale, tutta la ricchezza e la varietà del paesaggio.
Ecco costumi variopinti che quasi illuminano feste leggendarie, con sfilate in cui la folla intona le sue nenie; ecco pitture di eroi che adornano –con scoppiettii di luci, di colori, e con una straordinaria ingenuità di linee- i carri della campagna; e teatrini che della storia sanno i lati più ammalianti, più serii, o più ridevoli perché guerrieri di legno (ma di cuore!), tra sfolgorii d’armi e di metalli, tornano a narrare passioni di tempi andati, felicità perdute, e incantamenti; per cui il pubblico si da quasi devoto e si accalca e sogna di riudir la voce della fierezza antica che riconosceva un Dio, adorava una donzella,  e s’inchinava davanti al suo nemico buono e generoso!
Secondo noi, il dramma pittoresco deve utilizzare questo fàscino delle colorazioni plastiche, unendolo al suo mondo, al suo bisogno, alle sue interiori necessità di vita.  Deve riplasmare con ardore e fantasia quel desiderio mistico ed ingenuo, quell’aspettare rassegnato e umile, quel violentare pronto e inaudito, quell’impregnarsi carico ed acceso di gran passioni e di colori vivi; e quel solenne senso di pietà che alle folle siciliane  -in ogni manifestazione collettiva-  dà quasi il grande aspetto delle azioni sceniche.
Il pittoresco” non è certo l’elemento che da sé solo possa far reggere l’azione d’un dramma quando la tragedia interna, umana, non esista; ma è elemento che necessariamente esige la rappresentazione scenica all’aperto.
Intere masse che si muovono e che danno a noi la sensazione di qualcosa di straordinariamente vivo ed avvincente, non possono non urtare contro l’artificiosità della scena dipinta e delle quinte di legno.
Il Teatro Greco di Siracusa si offre a meraviglia per larghi movimenti di masse e per drammaticità vive ed infocate che hanno bisogno di espandersi e fondersi e purificarsi in un ambiente libero.
E quale ambiente più del Teatro Greco libero –e più tipico- potrebbe esser capace di assumere, nelle sue diverse ore, tutte le gradazioni della nostra campagna, col suo sole e i suoi tramonti e le sue sere e il suo mare?


Noi abbiamo parlato di dramma siciliano.
E naturalmente i passatisti (poiché la loro esperienza non va mai oltre a quello che, sui teatri, è stato sempre offerto al loro immancabile applauso)  - appena letto il manifesto, hanno subito pensato che desiderassimo un dramma siciliano di passionalità brutale, di coltellate e di azioni della malavita quale era nelle preferenze di Giovanni Grasso allorché atterriva le platee italiane.  E ci hanno detto, i passatisti, che la novità della nostra proposta consisteva tutta nel rischio di far buscare un raffreddore e sdrucire i pantaloni a chi avesse voluto preferire il teatro aperto per vedere ciò che era ormai una cosa tanto comune e tanto vecchia in quello chiuso.
Conveniamo che il rischio dei pantaloni e quello del raffreddore c’è; e c’è quindi anche per le rappresentazioni classiche. Ma, dobbiamo aggiungere che il nostro pensiero è di dare al Teatro Greco un’opera altamente lirica, non uno squarcio di passioni che potrebbero tutt’al più interessare il prof. Ferri o il fu Cesare Lombroso.
L’epoca in cui, per andare in cerca di originalità, si chiedevano in prestito i delinquenti alle prigioni dello Stato è ormai passata, in letteratura, e ad ogni modo, non appartiene al Futurismo.
Noi, in realtà, miriamo a sostituire la tragedia greca in tutti i suoi aspetti dandone l’equivalente moderno.
E perciò non escludiamo né i cori né le danze.
Per i cori abbiamo qualcosa di preciso che ci aiuta, e per cui la Sicilia è al di sopra di ogni altra terra: il canto popolare.
Lo stesso Romagnoli ha voluto che la musica delle sue riesumazioni attingesse largamente al nostro popolo. Ma egli ha preso soltanto alcune forme, che credeva fossero assai vicine alla musica greca antica, trascurando le più vive e le più ricche d’umanità, le quali –poiché sono di carattere spiccatamente religioso-cristiano, e perciò moderno- mai più potranno legarsi al contenuto della tragedia ellenica.
Noi diciamo che non vi è né Grecia né Sicilia nella ricostruzione musicale composta o fatta comporre da Romagnoli; mentre siam sicuri che si può, dal nostro canto popolare –e soprattutto da quello liturgico delle campagne- trarre materia sorprendente per effetti, armonia e lirismo.
E anche le danze può darcele la Sicilia.
Il popolo ne ha delle caratteristiche, di varia espressione, le quali si mantengono –è vero- in una rigida linea tradizionale, ma non mancano di quella semplicità e solennità che può dare movimento al dramma.


E sempre perché nel Manifesto abbiamo parlato di dramma siciliano ci si è, infine, rimproverato che noi vogliamo incagliare il teatro in forme cristallizzate di tradizione paesana.
Se per “dramma siciliano” intendessimo: dramma costruito con elementi popolari non rielaborati e fusi, e allora si cadrebbe certamente nel manierismo o nel campanilismo.
Ma non c’è dubbio che –tra i costumi contemporanei- soltanto quelli siciliani s’intonano all’ambiente del Teatro Greco. Il dramma moderno da rappresentarsi a Siracusa ha quindi un suo carattere che a priori vien determinato da quello che noi abbiamo detto sopra, deducendolo dalle critiche fatte alle riesumazioni sceniche della tragedia antica.
E perché dunque ci si dovrebbe vietare di mettere in valore elementi che offre il folklorismo?
Allo stesso modo potremmo allora dichiarare non-arte, o arte cristallizzata, l’opera d’un pittore che compone un suo quadro con colori e luci che egli abbia tratti da un ambiente che interessava il suo spirito.
Saremmo degli illogici se –avendo la certezza che un dato colore s’adatta a una tela- lo scartassimo di proposito e scegliessimo invece toni e mezzi espressivi contraddittori all’insieme.


Così la nostra tesi cadrebbe tutta quanta se ammettessimo, ad es. nel Teatro Greco, un dramma moderno tipo “Santa Primavera” di Benelli – che non ha altro carattere se non quello della scempiaggine più assoluta la quale ha bisogno dell’aria veramente aperta, e d’una buona ventata che la spazzi via!


Come e da chi deve bandirsi il concorso


Fugate tutte le nebbie ideologiche, classiche, estetiche, parliamo dell’attuazione pratica della nostra proposta
Il Comitato delle Rappresentazioni Classiche, presieduto dall’illustre Conte Mario Tomaso Gargallo, ha dimostrato indiscutibilmente una energia ed abilità non comune nell’organizzare gli spettacoli del Teatro Greco e nel lanciare a tutto il mondo il grido di richiamo.
Ma, se con questa mirabile attività si è voluto innalzare il nome della Sicilia e ricordare agli stranieri e a noi le nostre gloriose tradizioni artistiche, per ciò stesso crediamo che non esuli dal compito del Comitato siracusano il farsi realizzatore d’una idea che tende a dimostrare come neppure oggi la genialità nostra sia offuscata e come essa sappia, accanto alle riesumazioni antiche, svolgere il motivo della modernità.
Soltanto il Comitato di Siracusa, che gode la fiducia dell’Estero e dell’Italia, e che dalle rappresentazioni classiche ricava utili non indifferenti, ha forza morale e materiale per bandire clamorosamente il concorso da noi proposto.
Impiegare a favore della rinascita artistica siciliana una parte degli incassi che dà la tragedia greca, è, del resto, doveroso ed urgente.
Se poi si vuole ad ogni costo evitare che Siracusa, con la grandezza e l’antichità del suo nome, contribuisca da sola, alla buona sorte della gioventù dell’Isola, allora indichiamo un altro mezzo pratico con cui il Comitato presieduto dal conte Gargallo potrà trovare risorse materiali per la messa in scena del dramma moderno e per il premio al vincitore.
L’idea ci viene suggerita da una proposta fatta dall’avv. Galluppi, consigliere provinciale di Messina, nella “Balza Futurista” del 9 gennaio 1922.
Il Comitato di Siracusa dovrebbe invitare tutte le Amministrazioni provinciali siciliane a concorrere con denaro perché sorga e si affermi il nuovo dramma pittoresco moderno.
Noi non dubitiamo che in ogni Consiglio Provinciale di Sicilia si trovi un giovane il quale senta amore per la propria isola e voglia energicamente indurre i colleghi a non sabotare l’invito del Comitato.
Ad ogni modo, fin da ora ci impegniamo a condurre una campagna perché in ogni angolo di Sicilia sia sentita e propugnata l’importanza della nostra iniziativa.
Trovati ed ottenuti i mezzi, il Comitato siracusano deve subito bandire il Concorso, in modo che nella primavera del 1925 il dramma possa rappresentarsi.
E deve nominare una Commissione Giudicatrice, la quale, perché non risulti composta da persone negate al senso dell’arte e della novità, è necessario abbia elementi di garanzia per i concorrenti. La Commissione Giudicatrice deve dunque risultare composta da: due individui (a scelta del Comitato Feste Classiche) e: da Luigi Pirandello (siciliano non sospetto ai passatisti, e che noi futuristi stimiamo) e dal poeta F.T. Marinetti il quale, anzitutto, è l’ideatore della proposta, ed in secondo luogo, è un meraviglioso suscitatore e apprezzatore di energie giovanili ed amante fervido della Sicilia.
Dal lato pratico, un’unica obbiezione ci potrebbe esser mossa: accorrerebbe al teatro di Siracusa una gran folla di spettatori per assistere ad un dramma moderno, pittoresco siciliano?
Rispondiamo che avremmo, intanto, sicuramente il concorso di gran parte del popolo siciliano il quale andrebbe a Siracusa come ad una festa religiosa primaverile. E, quanto ai forestieri, l’obbiezione ci sembra basata su di un falso timore. Nel nostro Manifesto, abbiamo specificatamente detto che le rappresentazioni “moderne” dovrebbero esser date nello stesso periodo in cui si daranno quelle greche; e perciò gli spettatori, accorsi a Siracusa per Eschilo e Sofocle, non disdegnerebbero certo –attratti dalla novità- di fermarsi per ascoltare il dramma moderno.
Anche gli stranieri si interesserebbero di una manifestazione grandiosa a caratteri tipicamente siciliani.
La rèclame, gli annunzi, i richiami per le Rappresentazioni Classiche non devono mai esser disgiunti da quelli per il Dramma Moderno; né ciò importa una maggiore spesa..
Ettore Romagnoli –intervistato nel 1921 sulla nostra campagna- rispose fra l’altro che non aveva fiducia nei concorsi perché “il genio, quando esiste, si manifesta sempre, e nessun concorso ha la forza di svilupparlo”.
Ma alla sfiducia di Romagnoli noi contrapponiamo questo bellissimo brano di un articolo di Vann’Antò che di poesia siciliana e di Sicilia si è sempre occupato con viva genialità e con anima di grande poeta:
“…Il Concorso non sarà, per se stesso, quello che ci darà il poeta degno, nuovo, che vorremmo glorificato accanto ad Eschilo ma lo trarrà certo dall’ombra in cui egli forse vive triste e lì per disperdersi e infiochire, come di disperdono e si appannano nei libri-musei dei Vigo, Piotré, ecc… i canti dei minatori e dei carrettieri, dei lavoratori dei campi e del mare. E la Sicilia avrà il suo teatro di poesia –questa fede bisogna accendere!-  non vivrà, come non vivrà l’Italia, solo del suo passato gloriosissimo; il quale, del resto, non risorge veramente –eterno valore eterna vita-  che nella vita dell’oggi e del domani, come la terra nera dell’inverno non palpita e vive più che nella vita nuova che l’annulla, a primavera, quando tutto sia fiore e verdezza, e speranza di frutto.”
E contrapponiamo quest’argomento di Marinetti che taglia la testa al toro:
“ La sfiducia nei concorsi deriva logicamente dal fatto che finora i concorsi non sono stati che imprese camorristiche di camorristi organizzati. Così l’ultimo, per il monumento al Fante, in cui la Commissione, per seppellire la potente e originale concezione del Baroni, seppellì il concorso.
Si tratta dunque di agire onestamente e italianamente.”
(“Giornale di Sicilia” di Palermo del 23 Novembre 1921).
Concludiamo con una nostra ferma convinzione:
Molti che non si recano a Siracusa per la tragedia greca, si muoverebbero per vedere una rappresentazione pittoresca moderna nuovissima; tutti coloro cioè –e non son pochi nell’Italia di oggi- che preferiscono la vita alla morte, il futuro al passato.

Non vogliano neppure considerare l’altra obbiezione, che a molti è sembrata gravissima, delle difficoltà che offre un mutamento di scena per il passaggio dal dramma antico a quello moderno.
Le scene –se costruite con legno, cartapesta, e altri materiali di prontissimo impiego – in quarantottore possono bene montarsi, smontarsi e sostituirsi.
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Re:[teatro classico - Siracusa - futurismo] Il teatro greco di Siracusa
« Risposta #3 il: 10 Febbraio 2016, 11:51:40 »
Ciao, Bic. In realtà la provocazione futurista visto il tempo passato è ormai storia e per molti aspetti ha fatto il suo tempo, cioè è stata superata dagli eventi. Le istanze dei futuristi sono in parte entrate a far parte del DNA delle nuove generazioni e quindi di coloro i quali, attraverso la Fondazione INDA, organizzano oggi le rappresentazioni classiche nel teatro di Siracusa. Peraltro, da oltre venti anni l'INDA organizza un Festival del Teatro Classico dei Giovani nel teatro dell'antica Akrai, oggi Palazzolo Acreide, dove sono proprio i giovani delle scuole superiori italiane ed europee a rappresentare i classici greci seguendo la loro sensibilità-
Ed esiste poi un'Accademia d'Arte del Dramma Antico che organizza corsi per attori e registi anche in una chiave di necessaria rivisitazione delle opere classiche.
Inoltre la ricerca archeologica e storiografica, oltre che quella filologica sui testi originali ha permesso la ricostruzione di ciò che doveva essere la rappresentazione anche nell'età classica dell'ellenismo.

Senza rimorso, al Teatro Greco di Siracusa, una folla di passatisti siede per ore ed ore col culo a terra per sentire che Agamennone cornificò la moglie la quale altrettanto fece e, non contenta, levò di mezzo anche il marito; e si entusiasma quando Oreste grida a Pilade: “ Consigliami!... Che faccio?...” E di rimando Pilade: “ Giacché ci sei, ammazza la tua mamma!” – Quella seria massa d’infatuati merita il risveglio di una pedata o, meglio, l’odorante refrigerio di un pitale.
Agamennone, Oreste, Clitennestra?... Ma chi son essi? Chi se ne frega più? Avvenimenti di cronaca mille volte più interessanti registra tutti i giorni la stampa, senza che alcun Eschilo nuovo sorga a romperci le scatole e senza che un qualsiasi consiglio comunale si occupi di commemorarli.
NOI FUTURISTI, sicuri che la Sicilia abbia più intelligenza di quanto il passatista Romagnoli non ne metta nelle sue traduzioni e nelle salsicce dei suoi “drammi satireschi”, affermiamo che le rappresentazioni classiche di Siracusa sono il prodotto di mentalità arretrate nello spirito dell’Isola vulcanica, e che i consiglieri siracusani  -funghi di muffa sopra un verde tronco – vengono meno alle più elementari regole d’igiene quando trasportano cose puzzolenti in una città che s’era fatta ammirare finora per la sua pulizia.
A tutto il teatro greco, polvere ed ossario, noi contrapponiamo le Sintesi Futuriste e la famosa òpira dei pupi siciliana che è la ri-creazione più viva e più geniale degli avvenimenti e della vita del passato. Ogni creatore di Sintesi, ogni don Giuvanni d’òpira possiede tanto genio quanto a mala pena possono metterne insieme tutti 18715 Romagnoli di questa terra.
Convincetevi che il mondo non si regge più con la morale, con le esigenze di 2000 anni fa; ha un ritmo e degli ideali che superano la vita antica di quanto un’officina supera il porcile.
Perciò noi vi diciamo: EVOLVETEVI E MARCIATE!
Perciò invitiamo il popolo di Sicilia , d’Italia e del  Mondo  ad essere cosciente, a disertare le gradinate del Teatro Siracusano, a lasciare che l’erba cresca come utile pascolo alle pecore, tra i ruderi.
Gli intelligenti si strafottano dell’antica Grecia, e – pisciando in folla sul teatro parato a festa per le Coefore di Eschilo – urlino con noi al professor becchino Romagnoli:
Abbasso l’Arte Greca! – Viva l’Arte Popolare Siciliana!
Gloria al Genio Creatore Italiano d’oggi e di domani!

16 aprile 1921

Questa è qualcosa di più di una provocazione. E non la condivido. Le tragedie greche rimasteci sono dei formidabili archetipi e per questo motivo sono ancora oggi rappresentate con successo trascorsi due millenni e mezzo dal loro concepimento. Esse forniscono l'anima al pensiero occidentale e fors'anche, in modo più lato e per altri versi, al pensiero umano. Sono universali e senza tempo e non meritano di essere sbeffeggiati. Posso condividere il modo in cui queste opere vengono rappresentate, oggi come cento anni fa, ma non sulle opere in sé.
Sappiamo tutti e lo vediamo tutti i giorni che mostri ha generato il superamento dell'etica e della morale: o meglio la loro trasformazione in un'etica e in una morale dove è appunto l'officina a trionfare e l'uomo a passare in secondo piano e diventare un mero oggetto, un mezzo per la realizzazione di superiori fini che nessuno ha provveduto a creare.

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Re:[teatro classico - Siracusa - futurismo] Il teatro greco di Siracusa
« Risposta #4 il: 11 Febbraio 2016, 10:04:45 »
Ciao, Bic. In realtà la provocazione futurista visto il tempo passato è ormai storia e per molti aspetti ha fatto il suo tempo, cioè è stata superata dagli eventi. Le istanze dei futuristi sono in parte entrate a far parte del DNA delle nuove generazioni e quindi di coloro i quali, attraverso la Fondazione INDA, organizzano oggi le rappresentazioni classiche nel teatro di Siracusa. Peraltro, da oltre venti anni l'INDA organizza un Festival del Teatro Classico dei Giovani nel teatro dell'antica Akrai, oggi Palazzolo Acreide, dove sono proprio i giovani delle scuole superiori italiane ed europee a rappresentare i classici greci seguendo la loro sensibilità-
Ed esiste poi un'Accademia d'Arte del Dramma Antico che organizza corsi per attori e registi anche in una chiave di necessaria rivisitazione delle opere classiche.
Inoltre la ricerca archeologica e storiografica, oltre che quella filologica sui testi originali ha permesso la ricostruzione di ciò che doveva essere la rappresentazione anche nell'età classica dell'ellenismo.

E quindi mi stai confermando quanto fosse avanti questa gente. Quello che propugnavano, e al quale si è arrivati in tempi recenti, lo stavano scrivendo quasi cent’anni fa.



Questa è qualcosa di più di una provocazione. E non la condivido. Le tragedie greche rimasteci sono dei formidabili archetipi e per questo motivo sono ancora oggi rappresentate con successo trascorsi due millenni e mezzo dal loro concepimento. Esse forniscono l'anima al pensiero occidentale e fors'anche, in modo più lato e per altri versi, al pensiero umano. Sono universali e senza tempo e non meritano di essere sbeffeggiati. Posso condividere il modo in cui queste opere vengono rappresentate, oggi come cento anni fa, ma non sulle opere in sé.
Sappiamo tutti e lo vediamo tutti i giorni che mostri ha generato il superamento dell'etica e della morale: o meglio la loro trasformazione in un'etica e in una morale dove è appunto l'officina a trionfare e l'uomo a passare in secondo piano e diventare un mero oggetto, un mezzo per la realizzazione di superiori fini che nessuno ha provveduto a creare.


Anch’io sono d’accordo con te – e credo chiunque – che la tragedia greca sia un formidabile mezzo per mettere in scena archetipi, cioè quei motivi che danno forma ad aspetti fondamentali dell’esistenza umana, cioè immagini primordiali, modelli originari delle forme, modelli di comportamento, concetti chiave. Se teniamo per buono quello che ha scritto Jung, la psiche inconscia è costituita da un inconscio personale, esito della rimozione di elementi incompatibili con la coscienza, e da un inconscio collettivo, cioè una sfera di mitologia inconscia le cui immagini-forma primarie sono patrimonio comune umano.
A questo proposito, sarai d’accordo che esiste una letteratura che proviene dall’inconscio individuale e una che attinge all’inconscio collettivo, dove si possono individuare di epoca in epoca nientemeno che gli schemi emotivi della mente.
Addirittura c’è chi ha scritto (Northrop Frye) che gli archetipi letterari siano fenomeni puramente letterari e sostiene che essi siano le strutture che danno fondamento e coerenza alla letteratura. C’è chi anche sostiene che – sempre nell’ambito di una letteratura che proviene dall’immaginario archetipico – l’autore non controlla per intero il significato del suo testo. C’è anche da tener presente l’aspetto non secondario – dico io – della risposta del lettore, a seconda del contesto culturale, conscio o inconscio, e del ruolo sociale e sessuale che si è attribuito, che gli hanno attribuito.

Tutto questo per dire cosa? Che nella provocazione futurista io ci vedo lo scontro tra due diversi modelli archetipici. Meglio: due modelli archetipici affiancati. Non c’è qualcuno che abbia ragione e qualcuno che abbia torto.
Se vai a vedere quello che scrivono Guglielmo Jannelli e Luciano Nicastro in “Il Teatro Greco di Siracusa ai giovani siciliani”, il sottotitolo è “Che cosa intendiamo per Dramma Siciliano, Pittoresco, Moderno”.

Stanno cioè sottoponendo all’attenzione del pubblico un modello archetipico differente, autoctono. Cioè lo stanno portando in superficie.
Da un certo punto di vista la provocazione con cui si muovono tutti quanti, in Sicilia, in quel momento, è teatro tragico, tutto è diventato teatro, i passatisti e i futuristi e il loro scontro e chi gli sta intorno. Il teatro è uscito dal teatro fisico e si sta dando nelle piazze, nelle strade, nelle scuole. Questo è vivere la storia, riuscire a vederla nel contesto in cui è stata vissuta e apprendere dalle dinamiche che si sono verificate.
La visione tragica nasce quando c’è uno scontro tra due opposte ragioni, cioè hanno ragione entrambi (Hegel). Uno dei motivi principali della tragedia greca (quello che è stato definito il peccato originale dei greci) è il dissidio tra padri e figli, tra passato e futuro, tra giovani e vecchi. Maria Montessori, a questo proposito, dice che se il peccato originale è la pietra angolare di ogni cultura, quello greco è costituito dallo scontro generazionale (Infanzia e società, Il bambino padre dell’uomo).
Non mi dilungo su tutto quello che ne deriva.
Ecco, io ci vedo in quello che successe esattamente questo: i passatisti sono i padri, i futuristi sono i giovani.

Quanto al lascito futurista, importantissimo ma sommerso perché fu identificato con una ideologia politico-sociale, a posteriori, quanti sanno, per esempio, che la bottiglietta del Campari Soda fu disegnata e ideata da Fortunato Depero? È un’icona perché è così innovativa che a quasi cent’anni dalla sua nascita è insuperata, per design ed eleganza formale. Siamo pieni di questi lasciti futuristi non riconosciuti, nella vita di tutti i giorni.



Accanto a una grafica vuota e melensa che aveva ormai esaurito ogni potenziale – eccetto alcuni maestri indiscussi – che potenza innovativa c’è in un’opera grafica come questa? (sono esempi presi a caso) >

 
Gerardo Dottori, 1932

O in questa? >


Osvaldo Peruzzi - Cantiere navale di Livorno; 1933

O in questa Bugatti del 1939? Sembra la batmobile di Batman >



Ma nel 1939 la batmobile non era ancora arrivata a questo punto di innovatività. Questa sembra ancora vecchia, vero?



Secondo me, è stato perso molto soffocando completamente il giovane. Là dove esiste sapienza occorre energia per renderla efficace, ma se si strangola l’energia la sola sapienza diventa muffa. Tant’è che – già avevo espresso questa idea nell’articolo che avevo scritto sulla protofantascienza – la letteratura italiana si è esaurita, dopo, in mancanza di una forza propulsiva e di un adeguato contesto che portasse in palmo di mano la fantasia. E lo possiamo vedere bene oggi.
Al di là della barriera linguistica – dove è evidente che chi scrive spazzatura in inglese ha più possibilità di farsi leggere di un buon autore italiano – c’è poco che supera il confine nazionale.



Spiacente, ma non sei autorizzato a visualizzare il contenuto degli spoiler



« Ultima modifica: 11 Febbraio 2016, 10:21:20 da Bic »
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Re:[teatro classico - Siracusa - futurismo] Il teatro greco di Siracusa
« Risposta #5 il: 11 Febbraio 2016, 14:53:13 »
Ho letto l'intervento  di Guglielmo Jannelli e Luciano Nicastro in “Il Teatro Greco di Siracusa ai giovani siciliani”, “Che cosa intendiamo per Dramma Siciliano, Pittoresco, Moderno”.
Sei una fan dei futuristi ho capito (non sapevo della bottiglietta Campari). Da parte mia non sono molto interessato allo scontro tra passato e futuro, soprattutto perché tutti noi si vive nel presente, ma condivido la generale esortazione alla creazione continua di nuovo materiale artistico e faccio mio il monito a non fermarsi su ciò che è stato fatto: l'incoraggiamento ad andare avanti, soprattutto se rivolto ai giovani -che hanno le energie e la creatività, come dici bene tu - per farlo. Allo stesso tempo credo che il progresso possa facilmente trasformarsi in regresso quando le nuove generazioni dimentichino o ignorino ciò che è avvenuto prima di loro; in ogni campo del sapere umano, non necessariamente con riferimento alla sola letteratura. Anzi ritengo che la decadenza spesso consista nell'arroganza del pensare di poter fare a meno di quanto ci è stato trasmesso da chi è venuto prima di noi o nell'incapacità di fare proprie e di rimodulare, e trasformare con sensibilità di volta in volta nuova, le istanze del passato. 
Interessante la tua riflessione sugli archetipi, ma, dato che hai citato Jung, sai che essi hanno una valenza molto profonda nella formazione della coscienza e dell'inconscio. Attenzione, però, perché il tentativo di molti di ridurre il tutto di volta in volta alla vecchia diatriba tra vecchio e nuovo, tra giovani e vecchi, svilisce ogni possibilità di riflessione sul tema.
Quanto alla modernità dei futuristi... oso dire la modernità della bellezza, Bic. Dell'arte, quella vera -perché l'altra diventa subito brutta- del sapere, della conoscenza.

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Re:[teatro classico - Siracusa - futurismo] Il teatro greco di Siracusa
« Risposta #6 il: 12 Febbraio 2016, 18:18:32 »
Fan ha un po' un significato di una presa di posizione indiscutibile, di parte. Piuttosto, e perché la penso come te quando dici "Allo stesso tempo credo che il progresso possa facilmente trasformarsi in regresso quando le nuove generazioni dimentichino o ignorino ciò che è avvenuto prima di loro" vorrei un po' di luce su ciò che è stato.

Per farti un esempio nel mio piccolo, una volta stavo facendo una ricerca su uno scrittore ed era assolutamente importante per me trovare almeno uno dei due numeri di una rivista su cui lui aveva innescato un evento che aveva coinvolto decine di scrittori e intellettuali (stiamo sempre parlando di periodo futurista). La testata era una delle più importanti, forse la più importante nel suo settore, quindi non sto parlando dell'ultima rivistucola di paese.
Cercando nel fondo nazionale, non ne ho trovato nemmeno una copia! Dopo un'altra ricerca sistematica ho scoperto che l'Ufficio Storico di una delle nostre Armi ne aveva una e, tramite l'aiuto del militare a capo dell'Ufficio Storico, ho potuto fare delle scansioni.
E questo è solo uno fra i numerosissimi esempi di lacune esistenti. Dove è finito tutto questo materiale che prima era a disposizione del pubblico? Non chiediamocelo.

Tornerò sul futurismo, sperando di fare cosa gradita. Magari proponendo inediti o testi mai arrivati, non dico su internet, ma nemmeno in ristampa, perché letteralmente spariti, fisicamente e nella memoria.

Ciao e grazie di tutto  :bludaisy:



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Re:[teatro classico - Siracusa - futurismo] Il teatro greco di Siracusa
« Risposta #7 il: 11 Luglio 2017, 17:34:26 »
Segnalazione del nostro Barabba:


"Per chi questa estate passasse dalla Sicilia occidentale e avesse voglia di teatro (ma anche di musica), dal 16 luglio al 3 settembre segnalo: Le Dionisiache 2017.
http://www.calatafimisegestafestival.it/
Tra l'altro quest'anno ricorre il cinquantesimo anniversario dell'inizio degli spettacoli al Teatro greco di Segesta che iniziarono con La Pace di Aristofane diretta a suo tempo da Arnoldo Foà."

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