Autore Topic: [SF] Piccola protostoria della fantascienza, con uno sguardo all'Italia  (Letto 5433 volte)

0 Utenti e 1 Visitatore stanno visualizzando questo topic.

Offline Bic

  • Tea C. Blanc
  • Amministratore
  • Tastiera digitale
  • *****
  • Post: 10514
Questo piccolo saggio è apparso riveduto, modificato e ampliato in Giornale Pop. Vedi qui.


Piccola protostoria della fantascienza, con uno sguardo in particolare all'Italia

Gilgamesh ed Enkidu


Introduzione alla protostoria della fantascienza

Secondo alcuni pareri critici, la fantascienza parrebbe avere origini antichissime: qualcuno la fa iniziare con la Bibbia, l’Iliade, l’Odissea, o con l’epopea di Gilgamesh.
Jacques Bergier, partendo dal presupposto che Dracula sia realmente esistito e che sia esistito veramente un signorotto dell’Europa centrale che uccideva i bambini per berne il sangue, arriva a dire che, se si ammette che questa è estrapolazione a partire della realtà, si tratta di reale fantascienza. Mentre La macchina del tempo di H. G.Wells, la cui macchina è un’assurdità e puro prodotto di fantasia dal punto di vista strettamente scientifico, sembrerebbe genere puramente fantastico.   
Nel 1973 Jacques Sadoul, (La storia della fantascienza; Histoire de la science fiction moderne, 1973) con termini più moderati, pone i germi dell’inizio della fantascienza, invece, col viaggio sulla Luna narrato nel dialogo Icaromenippo di Luciano di Samosata; e Le avventure del barone di Münchhausen sarebbero una parziale imitazione dell’opera di Luciano. Di un altro viaggio sulla Luna ne parla, nel 1657, Savinien Cyrano de Bergerac in Histories comiques par M. Cyrano Bergerac, contenant les Etats et Empires de la Lune. E nel 1662 ci furono i suoi, postumi, Fragments d’Histories comiques, par M. Cyrano Bergerac, contenant les Etats et Empiresd u Soleil.



Luciano di Samosata, edizione divulgativa per ragazzi (Scarrone; 1969)

Continua la sua scorreria fantastorica menzionando I viaggi di Gulliver, di Jonathan Swift (1726); e approda alle opere non erotiche di Restif de la Bretonne che pubblicò una delle prime storie del mondo perduto: La Découverte australe par un homme volant, ou Le Dédale français (1781); e in seguito, qualche anno dopo, L’An 2000, ou La Régéneration, che già rientra in territorio di anticipazione. Per arrivare infine a Mary Shelley che, per scommessa, nel 1817 scrisse Frankestein, il nome dello scienziato che costruì il famoso mostro, anche se Sadoul ammette che sia esagerato reputare il lavoro della Shelley come una delle prime opere del genere fantascientifico. 
Naturalmente pone Edgar Allan Poe, - da cui fa discendere il fantasy e il fantastico che influenzò molti scrittori di fantascienza - Jules Verne e H. G. Wells, come padri fondatori della fantascienza.
Approfondisce la fantastoria approdando prima in Inghilterra, poi ritornando sul continente e, infine, oltreoceano, menzionando rispettivamente per provenienza geografica: La donna eterna, di Rider Haggard (1886) e Lo strano caso del dottor Jekyll e di mister Hyde, di Robert Louis Stevenson (1886).
Sul continente: Les Kipéhuz di J. H. Rosny aîné (1887), scrittore francese di origine belga. Oltreoceano Looking Backward di Edward Bellamy, bellissima utopia sociale; Il tallone di ferro (1907) e Il vagabondo delle stelle (1915) di Jack London, il primo un’anti-utopia e il secondo un’escursione del protagonista nel suo tempo anteriore. Personalmente ritengo più strettamente “fantascientifico” il primo mentre il secondo, Il vagabondo delle stelle, mi sembra più un viaggio metapsichico ma, se riteniamo tecnologia - e mi va benissimo - lo spaziare attraverso il tempo con le sole facoltà ultrasensitive umane, allora è giusta l’affermazione del Sadoul.



Un libro che, personalmente, ritengo fondamentale nella protostoria della letteratura  fantascientifica o, meglio ancora, logico-fantastica, è Flatlandia (Il mondo piatto), di Edwin Abbott Abbott, teologo e insegnante inglese (Londra, 1838 - 1926). È la prima opera letteraria in assoluto che parli di geometria euclidea e superamento della geometria euclidea tridimensionale, con un’acutissima ipotesi di oggetti proiettati in uno spazio di quattro, cinque, sei dimensioni. La prima edizione fu pubblicata in anonimato nel 1884, con l’intento pedagogico di tradurre astrazioni in una simbologia tangibile. Secondo Masolino D’Amico invece, fu pubblicata per la prima volta nel 1882; Michele Emmer sembrerebbe tenere per buona la data pubblicata nel fondo bibliotecario nazionale inglese, cioè 1884, anno all’interno del quale sarebbe seguita subito una seconda edizione riveduta, e stavolta con il nome dell’Autore. Entro il 1915, furono nove le ristampe. Ma il vero successo dell’opera arrivò solo dopo che Einstein pubblicò la teoria della relatività.
È strumento di lettura e analisi non solo in ambito fantascientifico, ma anche letterario, filosofico e religioso, in quanto realizza la fondamentale domanda di come l’uomo possa porsi davanti alla trascendenza, oltre che essere un’esegesi e una dimostrazione estremamente poetica di matematica n-dimensionale. Sarebbe altamente auspicabile una versione per bambini da introdurre in ambito scolastico-elementare: è singolare come all’inizio del terzo millennio l’analfabetismo dimensionale sia diffuso. Infatti pochi adulti saprebbero verbalizzare la quarta dimensione, tantomeno la quinta. È anche vero che l’avvento della computer graphic, per la prima volta nella storia, ha reso possibile, in modo intuitivo, la visualizzazione e la comprensione del movimento dell’ipercubo anche ai non addetti ai lavori. Basti pensare a un cartone tridimensionale della Walt Disney.



Anche E. A. Poe fa scuola creando meravigliose ipotesi di come l’impiego scientifico possa funzionare relazionato alle scienze occulte, e ha creato mondi articolati da cui sarebbero stati ispirati Howard Phillips Lovecraft e numerosi autori di fantasy.
Jules Verne affronta il tema della scienza con l’amore per l’innovazione e descrivendo una tecnologia del futuro, ma sperimentando anche una poco conosciuta narrazione apocalittica dove un cataclisma annienta quasi del tutto il genere umano (L’eterno Adamo).
Infine H. G. Wells darà vita a tematiche che, nelle generazioni successive, saranno grandemente sviluppate: utopie sociali, filosofia sull’Uomo, ostilità extraterrestri o comunque non umane, invisibilità ottenuta mediante l’impiego della scienza. 
Queste premesse fantastoriche servono al Sadoul per convalidare il fatto che, a parte E. A. Poe, E. Bellamy e J. London, nessun statunitense può essere considerato uno dei grandi precursori della fantascienza e che “la fantascienza moderna è un genere di origine europea che ha trovato la sua terra d’elezione negli Stati Uniti e là si è sviluppata meglio che altrove".


 


Hodder & Stoughton, 1910

La frammentazione europea, linguistica oltre che politica, e un diffuso analfabetismo nell’Europa del XIX secolo – che pure aveva dato i natali a tutta la scienza occidentale – originò difficoltà alla pubblicazione di periodici che, per fattori economici, avevano invece bisogno, allora come oggi, di lettori che li leggessero regolarmente; anche perché il pubblicato rimaneva nel proprio nazionale e non superava rapidamente i confini politici e linguistici, a causa di questo spezzettamento.
Le uniche possibilità di sopravvivenza potevano averle riviste di contenuto diversificato, mentre riviste “specializzate”, cioè rivolte a una élite di una qualche disciplina e che costituivano il tessuto per un pubblico scientifico o letterario, erano destinate a naufragare.
Le cosiddette pubblicazioni di contenuto diversificato, a loro volta, si differenziavano in periodici di carattere popolare, rivolti a un pubblico di modesta cultura o per ragazzi; oppure periodici di divulgazione, diretti a una borghesia che poteva aspirare a diventare in futuro anche clientela per quelle specializzate.
All’interno dei periodici di carattere popolare, in Francia si sviluppò il feuilleton, preferibilmente un romanzo suddiviso in puntate che imponeva una tecnica narrativa “a singhiozzo” e che doveva mantenersi a ogni stacco, per questa sua prerogativa, stuzzicante ed emotivamente suggestiva, al fine di indurre il lettore a continuarne la lettura forzatamente bloccata.
In Inghilterra, invece, si sviluppò un tipo di racconto autoconclusivo ma facente parte di un unicum che doveva costituire un vero e proprio romanzo, perché, a differenza della Francia che pubblicava su periodici quotidiani, in territorio inglese questo genere di narrativa popolare veniva pubblicato su periodici almeno settimanali.
È in questo quadro storico-sociale che, alla fine del XIX secolo, cominciano a inserirsi i primi grandi nomi fantascientifici, in particolare Herbert George Wells. Mi riferisco, in particolare, all’apparizione dei suoi primi racconti ospitati su Fortnightly e su The Pall Mall Gazette. La vera nascita di un genere si ebbe comunque nel 1895, con la pubblicazione del suo famosissimo The Time Machine, in cinque puntate, sulla nuova rivista The Strand.




I primi passi dell’Italia verso la narrativa popolare e fantastica

Se ho menzionato il fattore-mosaico europeo dell’Ottocento, tanto più il discorso vale per l’Italia dove, all’interno dei suoi confini naturali, non solo era spezzettata in vari Stati, ma addirittura alcuni di essi erano ostili fra loro oppure suscettibili di una dominazione straniera.
Questo portò l’editoria italiana, soprattutto nel settore dei periodici, a un sensibile ritardo rispetto alle altre nazioni europee, nel proporre quella che, per ora, è meglio definire letteratura fantastica. E a indirizzare quasi esclusivamente il suo interesse verso i ceti più colti, con la sola trattazione di temi indubbiamente elevati.
La cultura popolare italiana di quel tempo si affidava alla tradizione orale nella figura dei cantastorie, oppure si sviluppava attraverso i temi tradizionali del romantico proveniente da storie cavalleresche e d’amore, appartenenti a classici come la Francesca da Rimini, i Cavalieri della Tavola Rotonda, Orlando, etc… La cultura più elevata, invece, era troppo alle prese con le lotte politiche che tendevano all’unità d’Italia per sviluppare altri temi.
Tant’è che gli scossoni della Rivoluzione Francese e le idee rivoluzionarie degli illuministi, puntualmente soffocati, penetrarono nel nostro paese con un certo ritardo; e fu solo verso il 1830 che l’editoria italiana cominciò a dedicare qualche spazio a un romanticismo “d’evasione” che si metteva a contrasto con quello “impegnato” di un Francesco Domenico Guerrazzi, di un Cesare Cantù o di un Massimo D’Azeglio.
L’unità del Regno si trovò alle prese con una popolazione di 25 milioni di abitanti, con un tasso di analfabetismo che variava dal 10 al 50 per cento e con un pubblico potenziale di lettori i cui gusti erano quanto mai eterogenei; ma l’impulso all’alfabetizzazione e le mutate condizioni politiche che avevano dato libera circolazione alla stampa su territorio italiano, cominciò a dare qualche risultato.
Un esempio e punta di diamante della nuova intraprendenza editoriale fu Edoardo Perino, un piemontese che si installò a Roma con la ferma convinzione di fare l’editore. Installò una tipografia che divenne la più importante della capitale, battezzò un quotidiano, Il Corriere Quotidiano, e lanciò la vendita delle dispense, cioè libri stampati a fascicoli settimanali, venduti con il sistema del porta-a- porta agli abbonati. I temi di questi libri a puntate dovevano essere interessanti e raggiungere un pubblico sprovveduto – che era la massa – e quindi si mescolava La vita di Garibaldi alla storia di Beatrice Cenci, La vita di Gesù a La vita del brigante Gasperone. Il successo commerciale di una pubblicazione compensava il fallimento di un’altra: Beatrice Cenci, nella ricostruzione opinabile del Guerrazzi, raggiunse le centomila copie!
Si diffuse l’uso del romanzo a puntate, feuilleton d’importazione, che aveva la doppia funzione di incrementare la quota di vendita del quotidiano e, in una fase successiva, si trasformava nelle dispense vendute porta-a-porta. L’Italia fu letteralmente invasa da Alessandro Dumas, Walter Scott, dal socialismo spicciolo di Eugenio Sue e i drammoni di Bulwer-Litton che raccontava Gli ultimi giorni di Pompei, dalle avventure di Rocambole narrate da Ponson du Terrail.
Nel mare di letteratura popolare che stava per dilagare, si inserivano i periodici per ragazzi, di carattere didattico; e i periodici per gente di media cultura che, alla stregua di Les Musée des Familles o Le Magasin Pittoresque, si davano un’aria di contesto scientifico, inserendo scienza e tecnologia entro una forma di novità o curiosità.



Ulisse Grifoni.
Dalla Terra alle Stelle, viaggio straordinario di due italiani ed un francese
(1887 e succ. ristampe)



Il primo numero della rivista L'Illustrazione per tutti
(Edoardo Perino ed.)

Nel corso del secolo, apparvero sempre più nuove testate e un punto fermo restava l’interesse per la scienza, divulgato a un livello generale d’informazione.
A Milano, dal 1826, usciva Annali universali di Tecnologia, Agricoltura, Arti e Mestieri; a Bologna, dal 1838, Il solerte, un settimanale che si occupava di scienze, lettere, arti e mode; a Torino, dal 1839, Il Museo scientifico, letterario e artistico. Più importante, ai fini della protostoria fantascientifica, fu l’apparizione de L’Illustrazione popolare (1863) ad opera di Treves, perché raggiungeva un più vasto pubblico, perché illustrato, e perché, quando cinque anni dopo assunse il nome di L’illustrazione italiana, si avvalse di firme illustri.
E ancora, più tardi: a Milano Il trovatore e La natura; a Genova La scuola e la famiglia; a Torino Il giornale delle donne; e, più importante fra tutti, La Tribuna di Roma iniziò la pubblicazione di un supplemento settimanale illustrato, La Tribuna illustrata, nella cui redazione vi erano fra i migliori giornalisti dell’epoca e che appariva più moderno e di più vasto interesse rispetto a L’illustrazione italiana.
L’interesse per la scienza, presente in un pubblico medio italiano in formazione, s’infiltrava attraverso temi di cultura generale.
Tra l’altro, fu su questi periodici che cominciarono a circolare Poe e Hoffmann.
A dare una svolta fu l’editore Sonzogno – che si mise a contrastare il potere editoriale di Treves, intervenendo su un crescente interesse per l’argomento – con un periodico popolare “specializzato”, dal titolo Il giornale illustrato dei viaggi, e delle avventure di terra e di mare (1878), le cui materie, facilmente deducibili dalla testata, erano trattate in modo saltuario dagli altri periodici e raramente in forma narrativa. Materie, dicevo, trattate importando idee e prose straniere, sullo spirito dell’epica colonialista che gli altri paesi europei stavano vivendo, e soprattutto importando dalla Francia, vuoi per la vicinanza geografica vuoi per l’affinità della lingua e infine per una relativa comunanza di interessi politici; ma pur sempre letteratura fantastica.
E non ancora fantascientifica, se non si vogliono considerare scienze degne di questa accezione la geografia, la botanica e la zoologia, e l’antropologia.
Il Giornale illustrato di Sonzogno usciva sulla falsariga di un settimanale francese, di cui riportava addirittura lo stesso titolo di testata fedelmente tradotto, oltre che traduzione di molto materiale straniero.
Questa sudditanza culturale italiana, dovuta al fatto che l’Italia era stata preda per molto tempo di altre nazioni e soffocata nella coscienza e nell'originalità culturali, naturalmente e comunque, non risultò applicabile a un tipo di cultura superiore, ossia non di largo consumo, cioè non “popolare”. E sufficiente citare il Manzoni?
E comunque ricordiamoci che l’Ottocento romantico italiano, a differenza di quello francese, tedesco, inglese, era stato povero di narrativa fantastica, “fantascientifica” e comunque non realistica, perché tutto proteso a una funzione di politica risorgimentale. Da noi, in quel periodo, andavano i romanzi storici e di appendice (magari sediziosi), e già fin d’allora gli scrittori italiani che avrebbero potuto dare luogo a una letteratura alternativa non trovavano editori e si davano a quella fuga di cervelli che, mi pare, è diventata una vera e propria piaga nel tempo a venire: cioè, pubblicavano all’estero ed entravano di contrabbando in Italia, proprio in virtù di quei romanzi sediziosi. Lo sapevano bene gli editori-tipografi svizzeri del Canton Ticino. La letteratura fantastica italiana, però, a questa stregua restava a un punto morto.
Fu comunque attraverso le pagine de Il giornale illustrato dei viaggi che i giovani italiani conobbero i romanzi di Jules Verne, le storie di Louis Boussenard, Gustave Aimard, Louis Jacolliot, Mayne Reid, tanto per citare alcuni tra i più famosi.



Il giornale illustrato dei viaggi, 1879


Il giornale illustrato dei viaggi, 1899


I precursori italiani

Ma l’Italia, ricca di marinai e di esploratori, perché non emergeva nel panorama della letteratura esotico-avventurosa?
Gli interessati, una volta ritornati in patria, si limitavano a scrivere relazioni di viaggio. E a nessuno veniva in mente di farne dei romanzi.
I famosi esploratori Luigi Robecchi-Brichetti, Giuseppe Maria Giulietti, Gustavo Bianchi, Vittorio Bottego, scrissero eccellenti relazioni ma nessun esercizio di fantasia. Soltanto tempo dopo, Vittorio Augusto Vecchi, sotto pseudonimo di Jack La Bolina, e Guido Milanesi, scrissero romanzi marinari; ma nessuno dei due si inserisce nel fantascientifico che vorremmo trovare.
Con queste premesse, pareva che l’Italia non avesse nessuna voce in capitolo per creare un qualcosa di suo nel narrativo avventuroso, ma non fu così: un uomo, desideroso di viaggiare e a cui fu concesso di farlo solo con la fantasia, pubblicò un primo libro a puntate nel 1883 su un settimanale milanese (La Valigia, giornale illustrato di viaggi; Sonzogno), dal titolo I selvaggi della Papuasia. Fu l’esordio e l’inizio di un successo che dura ancora oggi. Quell’uomo era Emilio Salgari, considerato uno dei precursori della fantascienza in Italia. Seguì Una favorita del Mahdi nel 1887: per ora avventura pura e semplice.
Il primo romanzo compiuto di Jules Verne nasceva nel 1863 (Cinque settimane in pallone), a cui seguì Viaggio al centro della Terra nel 1864 mentre, a ventiquattro anni di distanza, nel 1888, Salgari dava alle stampe Duemila leghe sotto l’America (pubblicato anche col titolo di: Il tesoro misterioso). È lecito dichiarare che il 1888, per l’Italia, segna l’inizio della letteratura fantascientifica più direttamente legata alla scienza?
Si sa, le cose si preparano pian piano. In realtà, anche in Italia erano già apparse testimonianze significative di questo nuovo genere letterario, anche se non nell’accezione propriamente moderna che si dà alla letteratura fantascientifica.
I nostri protofantascientifici sembrerebbero essere: a sfondo utopico, Guglielmo Folliero De Luna con I misteri politici della Luna (1863) e Carlo Dossi con L’isola felice (1874); a sfondo avveniristico, Antonio Ghislanzoni con Abrakadabra, storia dell’avvenire (pubblicato a puntate nel 1864 e raccolto in volume nel 1884); a sfondo “astronautico”, Ulisse Grifoni con Dalla Terra alle stelle, viaggio meraviglioso di due italiani ed un francese (1887); a sfondo moralistico-anticipatore, Paolo Mantegazza con L’anno 3000 (1897).
Inìsero Cremaschi, nell’introduzione a “Universo e dintorni, 29 racconti italiani di fantascienza” (Garzanti, 1978), inserisce tra i primi precursori che ci offrirono “inattese e prodigiose tramature avveniristiche” Tommaso Campanella con La città del sole; L’Ariosto e il favoloso viaggio di Astolfo sulla Luna; una perla di vera fantascienza la indica nell’opera Navis Aerea di Berardo Zamagna; e cita ripetutamente Giacomo Leopardi (Palinodia; Proposta di premi fatta all’Accademia dei Sillografi; le Operette Morali, dove si leggono proposte logico-fantastiche che, dice il Cremaschi, “potrebbero offrire materiale prezioso per le correnti più modernamente filosofiche della science-fiction di oggi”.



Il vero problema era che in Italia, pur essendo già apparsi dei libri, non esisteva alcun periodico che fosse dedicato a questo genere di letteratura.
Con l’impulso all’alfabetizzazione, fra il 1900 e il 1910 erano apparse numerose testate rivolte ai bambini e ai ragazzi. Spiccava il Corriere dei piccoli (1908). Fu su questo periodico che cominciarono ad essere importate le tavole a fumetti americane (sebbene il fumetto fosse sostituito da versetti) e romanzi a puntate di origine straniera, come le storie di René Thévenin.
Allo stesso tempo, per gli adulti usciva La Domenica del Corriere, dove si affermarono decisamente romanzi, anche qui a puntate, di origine per lo più francese e/o inglese, e di genere poliziesco, o avventuroso storico, o paradossale, o narrativa dalle sfumature più o meno velatamente scientifiche: fu così che, in Italia, apparvero Conan Doyle, Wells, Poe. I loro lavori furono raccolti successivamente dal famoso settimanale in una pubblicazione mensile che usciva circa a metà mese intitolata Il romanzo mensile, per creare pubblicazioni di basso costo e di facile maneggio.




 

Nello stesso decennio, per il pubblico degli adolescenti, nascevano settimanali dedicati esclusivamente all’avventura. Avevo già accennato a Il giornale illustrato dei viaggi di Sonzogno, che la faceva da padrone.
A Genova, invece, a cura dell’editore Donath, si pubblicava Per terra e per mare, il cui direttore era lo stesso Salgari, e che aveva la straordinaria prerogativa di pubblicare il quasi tutto italiano. Oltre numerose opere di Salgari, comparivano anche romanzi o racconti brevi di giovani scrittori italiani, come Luigi Motta e Mario Contarini.
A Como, con gli stessi intenti genovesi e lo stesso formato tipografico in quarto, veniva dato alle stampe Il Giornale dei Viaggi (i marchi commerciali non erano ancora regolamentati e se Sonzogno pubblicava con lo stesso titolo, era uno dei mali minori). Lo dirigeva Anton Giulio Quattrini, scrittore di avventure, pirati e corsari.
Sebbene le testate avessero avuto vita breve per diversi motivi e, in questo contesto, importano poco, importa invece sapere che, in qualche modo, vi erano apparsi alcuni degli elementi che fanno la fantascienza. Si riscontravano, cioè, elementi - che oggi chiameremmo parapsicologia - e alcune tematiche dapprima sviluppate letterariamente e poi implementate in senso dottrinario da H. G. Wells. Vedi, per esempio, Iginio Ugo Tarchetti con i suoi Racconti fantastici e Luigi Capuana, convinto assertore dello stile di Wells (tra i suoi fantascientifici, cito: Nel regno delle scimmie; La città sotterranea; L’acciaio vivente). Inoltre comparivano temi spiccatamente scientifici, anche se trattati più con fantasia che con una preparazione adeguata. Vedi i salgariani: Attraverso l’Atlantico in pallone; Le meraviglie del duemila, Il Re del mare.



frontespizio della prima edizione (1869)


Quattro viaggi straordinari (Solfanelli; 1992) raccoglie i racconti Nell'isola degli automi, Nel regno delle scimmie, Volando, La città sotterranea


A. Donath, 1906

Di Luigi Motta, per il fine protofantascientifico che ci si propone, senz’altro vanno citati: L’onda turbinosa, Il tunnel sottomarino, Il vascello aereo, I tesori di Mäelstrom. Aggiungerei anche La battaglia dei ciclopi, strano romanzo di fantapolitica scritto negli anni Trenta in cui Motta predice con esito positivo la riscossa indiana dal dominio inglese e perfino la temporanea frattura tra Dominion del Pakistan e Dominion dell’India nel 1947. In estemporanea, nell’edizione che ho avuto modo di leggere (Milano, Edizioni O.L.M., 1935), c’è una strana asincronia tra la narrazione e il corredo delle illustrazioni presenti o, perlomeno, di una delle illustrazioni, in cui vengono raffigurati esseri robotici al posto di esseri umani, durante l’incursione aerea (il che non corrisponde a verità nel contesto narrativo). Al che, mi verrebbero da pensare molte cose: ammesso che l’illustratore non abbia letto il romanzo prima di illustrarlo – e potrebbe tranquillamente essere vero – e si sia affidato solamente alla dicitura che contraddistingue la collana in cui è assimilato il testo, e cioè “Ciclo dei tempi Futuri”, quanto l’illustrazione era già andata avanti rispetto alla narrazione in quegli anni? O si trattava di un espediente editoriale per attirare maggior clientela? Forse entrambi.




tavola fuori testo di La battaglia dei ciclopi

Altri di quegli anni che occorre menzionare perché stavano preparando il terreno al genere fantascientifico più propriamente inteso furono: Carlo Dadone (Il barbiere dei morti); Virginio Appiani (Le strane avventure del capitano José Cabral e I segreti della morta); Maurizio Basso (L’invenzione di Tricupi); un certo Comandante X, autore di un’opera di fantaguerra: La guerra d’Europa 1921-23; Giustino Ferri (La fine del secolo XX); Giampiero Ceretti (L’impero del cielo), una previsione tecnologica-militare con intervento extraterrestre, ma ormai siamo già arrivati al 1918; Antonio Beltramelli (Gli uomini rossi; Il Cavalier Mostardo); Giorgio Cicogna (I ciechi e le stelle)
In considerazione particolare va tenuto Enrico Novelli, più conosciuto come Yambo, grande illustratore e prolificissimo autore di racconti fantastico-avveniristici: Atlantide; Manoscritto trovato in una bottiglia; Fortunato per forza; Il Re dei mondi; Gli esploratori dell’infinito; e molti altri ancora).





Gli anni Venti e Trenta; e oltre: i pionieri italiani

La politica editoriale dei settimanali cominciò a dare frutti e sempre nuovi scrittori cominciarono a cimentarsi nell’avventura, sconfinando nella primigenia fantascienza.
Senza citare la letteratura “maggiore” dai futuristi a Pirandello a Papini, troviamo in prima linea ancora Yambo, ancora Luigi Motta, Calogero Ciancimino, Gastone Simoni, Nino Salvaneschi, Edgardo Baldi, Vittorio Emanuele Bravetta, Giorgio Cicogna (morto sperimentando un motore a razzo), Giorgio Scerbanenco, Gustavo Risolo, Guido Pusinich, Luigi Barberis, Mario Contarini, Guglielmo Stocco.
Pur non essendo sempre una letteratura di alta qualità, l’effetto che si creò in seguito a questa ondata di nuovi scrittori fu un’indicazione di “genere”.
Per esempio, Il giornale illustrato, che dall’inizio della prima guerra aveva cominciato ad accogliere una crescente produzione italiana, cominciò a definire il contenuto dei racconti e, per quanto riguarda il presente discorso, etichettò questa letteratura come “I racconti del mistero”, dove il senso era l’uscita da una realtà concreta e materiale e la proiezione verso altri mondi.
Al contrario, restavano integrati nel genere di avventura vera e propria quei romanzi che, pur avendo al suo interno un'argomentazione con presupposti scientifici, narravano storie facenti parte dell’ordine naturale delle cose; come con i romanzi di Verne, definiti mai fantastici, ma piuttosto straordinari.



Vincenzo Fani Ciotti: La fine del mondo; 1921 (Vallecchi; 2003), avveniristico e anticipatore di tematiche estremamente attuali


Anche se in Italia si registrò una nostra fantascienza organica e conseguente soltanto dopo il 1945, una fantascienza vera e propria fece già breccia nel nostro paese durante gli anni Trenta, con le storie a fumetti di Flash Gordon,
Il settimanale L’avventuroso, nato a Firenze nel 1934, comprò in blocco, e per anni, le storie a strisce di parecchi personaggi americani. Importò, cioè, la “visione statunitense” della fantascienza, un prodotto veramente popolare che si serviva della scienza senza soffermarsi troppo su disquisizioni complicate e spesso improbabili. Fu un successo enorme.
L’esperimento pionieristico di L’Avventuroso diede una svolta al gusto del pubblico italiano. Molti editori per ragazzi cominciarono sempre più a dare spazio al fumetto, riducendo progressivamente le pagine di narrativa scritta, nonostante l’ostilità ufficiale verso le storie narrate graficamente, considerate diseducative alla lettura e alla riflessione.
La seconda guerra e le sanzioni economiche all’Italia rallentarono considerevolmente non solo l’affermazione dei fumetti (che erano merce da importazione), ma anche la possibilità di sviluppare una nostrana solida fantascienza. Ci fu, però, un episodio significativo che mostra come in Italia ci fosse un gran fermento.
Nonostante le avverse condizioni politiche, in quegli anni circolavano nelle edicole delle maggiori città i cosiddetti pulp magazines: non mancavano quelli spaziali, in linea con Amazing Stories, e altri di genere aeronautico.
Armando Silvestri, capo-redattore della rivista aeronautica L’Ala d’Italia, nel 1938 progettò di impostare un gruppo di riviste destinate all’avventura, e sovvenzionate dall’Editoriale Aeronautica presso cui lavorava. Il programma era quello di differenziarle nel seguente modo: L’Avventura (entro uno scenario terrestre), Avventure del Mare, Avventure del Cielo, Avventure dello Spazio. Purtroppo, per vari motivi, cioè l’esclusivo interesse della direzione per l’argomento aeronautico, lo scetticismo verso la fantasticheria spaziale, e non ultimo il precario stato economico del periodo, si realizzò solamente Avventure del Cielo, che uscì nel 1938 e chiuse nel 1943.
Gianfranco De Turris, a questo proposito, scrisse in “Quarantacinque anni di fantascienza in Italia” (1997): “Vi fu (…) un tentativo che merita di essere ricordato per la sua novità ed originalità e che, se si fosse risolto positivamente, avrebbe di certo modificato la storia dell'editoria fantascientifica nel nostro Paese. (…) Se avesse visto la luce "Avventure dello Spazio", per il quale Silvestri pensava d'ispirarsi alle varie "Amazing" e "Astounding" che aveva potuto acquistare ed esaminare, la storia di questa narrativa in Italia sarebbe stata diversa da come noi tutti l'abbiamo conosciuta. Ma questa è solo ucronia (…)”
Mal comune mezzo gaudio: resta consolante il fatto che, anche negli altri paesi europei, pubblicazioni specializzate come quelle che erano nell’intenzione del Silvestri non esistevano ancora; e perfino in Canada, a ridosso degli Stati Uniti, bisogna arrivare al 1941 e addirittura più in là, per trovarne.



Nell’immediato dopoguerra, Armando Silvestri fu, comunque, creatore e promotore di un’altra rivista, la quale fece storia nella fantascienza italiana: Oltre il Cielo (1957), quindicinale stampato in rotocalco con foto e illustrazioni e dedicato all'astronautica, alla missilistica e alla divulgazione scientifica (che si affiancava a un'altra di aeronautica, Ali Nuove, ripresa dopo la parentesi della guerra, e che traeva origine da Cielo, un altro periodico aeronautico diretto da Publio Mangione insieme a Silvestri). L'importanza di Oltre il Cielo sta nel fatto che, benché dedicata alla nascente scienza astronautica, aveva il coraggio (e la lungimiranza) di abbinare una sezione fissa riguardante la fantascienza; e inoltre, dopo aver ospitato racconti di autori stranieri soprattutto all'inizio, affiancò ad essi anche quelli di autori italiani, "ma senza pseudonimo" (sottolineo senza pseudonimo perché, solitamente, i nostri autori inglesizzavano la paternità dei racconti, in virtù di un sotterraneo luogo comune che si era andato affermando, per cui la fantascienza potesse arrivare solo dal mondo anglofono). Ben presto questi ultimi divennero la regola sino a giungere, a conclusione di un’esperienza quindicennale, a un totale di 475 racconti e 12 romanzi a puntate dovuti a più di cento nostri scrittori.
Questi emergenti pionieri italiani, illustri sconosciuti ai più, avevano pubblicato, fino ad allora, solitamente su periodici e quotidiani di provincia. Con l’avvento di Oltre il cielo del Silvestri, i loro nomi cominciarono a sfilare narrando fantasie scientifiche, avventure esoteriche, futuri immaginari, viaggi extraterrestri e, soprattutto, molti ebbero la “sfacciataggine” di ambientare le loro storie in territorio italiano; e dico sfacciataggine perché era luogo comune che una mutazione genetica in Brianza o un eroina/eroe che non si chiamassero Mary o Bob non fossero plausibili, o che piazzare lo scoppio di un centro atomico nei pressi di Roma poteva suscitare il ridicolo, mentre sarebbe stato perfettamente plausibile che accadesse nel Texas.
Si affermarono Sandro Sandrelli, Eugenio Viola, Giovanna Cecchini, Feliciano Nurri, Luigi Berto, Guido Ruggieri, Gian Luigi Gonano, Mario Stollo, Toti Celona e N. L. Janda (pseudonimo di Lino Aldani), Renato Pestriniero.
Sulle pagine di questa rivista si sono formate almeno due generazioni, non solo di lettori, ma anche di narratori e critici che poi hanno continuato la loro attività sulle testate degli anni Settanta e Ottanta giungendo anche in posti di prestigio. Per alcuni anni la rivista di Armando Silvestri e Cesare Falessi (giornalista-scrittore autore di ottimi racconti, co-fondatore e direttore della rivista dal 1957 al 1961), rimase sola a difendere il principio che anche gli italiani potevano scrivere della buona e a volte ottima fantascienza con idee originali, coerente, appassionante, ben organizzata narrativamente, firmata a chiare lettere dai nostri autori, per dilettanti che fossero. Essa si trovò così ad essere la prima vera palestra dei nostri fantascrittori, almeno per la narrativa breve.
Altri scrittori nostrani comparvero sulle riviste Super fantascienza illustrata, I Romanzi del Cosmo e Galassia, nate in quel periodo: si cominciarono a leggere i due poeti Liana De Luca e Roberto Sanesi, Carlo Bordoni, Armando Lucchesi, Manrico Viti e Roberto Bonadimani il quale, più tardi, si dedicò al fumetto pubblicando nel 1977 Cittadini dello spazio.
Una menzione particolare al caso di Luigi Rapuzzi – che si firmava con lo pseudonimo di L[ouis] R. Johannis – perché superò i limiti letterari dell'imitazione sul modello statunitense, pubblicando Quelli dello Spazio nel 1954, per i tipi milanesi di Edizioni Librarie Italiane, in Superfantascienza.




Nel 1950, anche il periodico Ali cominciò a incoraggiare i nostri scrittori sulla via fantascientifica e Lionello Torossi, curatore della serie Scienza fantastica, destabilizzò il pregiudizio che la nostra tradizione umanistica escludesse la possibilità di creare una letteratura ispirata alla scienza.
E sempre negli anni Cinquanta, Giorgio Monicelli, nipote di Alberto Mondadori, diede vita alla fortunatissima collana I Romanzi di Urania, bimensile formato digest, e alla rivista Urania, con racconti brevi, articoli di divulgazione scientifica, romanzi a puntate e una rubrica di corrispondenza. Il primo numero de I Romanzi di Urania uscì l’1 ottobre 1952 e fu Le sabbie di Marte.
Bisognerà arrivare ai primi anni Sessanta per trovare, però, in Italia, le prime opere in volume.





Conclusione

Il neologismo fantascienza, coniato da Giorgio Monicelli, entra nell’immaginario italiano.
Per inciso, fu lo statunitense Hugo Gernsback a coniare, invece, il termine science fiction. Il suo ruolo, fondamentale per questo tipo di letteratura, diede alla fantascienza moderna un significato di genere letterario. Nel 1926 fu lui a creare la prima rivista specializzata di fantascienza, Amazing Stories (Storie stupefacenti), di formato leggermente più grande del pulp tradizionale (cm. 21 x 29). In quel momento la si chiamava ancora scientifiction.

Si è soliti affermare che la fantascienza moderna nasca tra le due guerre, o dall’esplosione nucleare su Hiroshima. Nella sua fase preistorica, la nostra cominciò negli anni Cinquanta.
Non entrerò in merito alle diatribe su quando, come e dove, si debba parlare di genere fantascientifico, o se la storia letteraria studiata per genere sia un sillogismo artificioso; preferisco sottolineare che la nostra letteratura logico-fantastica passò attraverso un periodo di difficile sperimentazione, ostacolata da un acceso dibattito culturale avverso all’immaginazione, alla fantasia e alla scienza; che ne mortificò l'impulso alla nascita, quasi irrimediabilmente, e i cui risultati possiamo vedere ancora oggi. C'è un bug culturale, in Italia, dopo la fine della seconda guerra, un vuoto incolmabile, perché il rifiuto sistematico e a priori di tutto quello che proveniva da un determinato momento storico ha impedito non solo lo sviluppo naturale di una memoria collettiva artistica - che è stata spezzata nel suo fulgore, - ma anche il suo naturale decorso, indispensabile per la stessa evoluzione artistica.

Fu Carlo della Corte, l’autore di Pulsatilla sexuata (la prima antologia italiana di SF pubblicata in una collana non specializzata; Sugar, 1962), a dire: “La fantascienza non si nutre soltanto di mostri a tre occhi e di dischi volanti: le sue ricognizioni penetrano in molti campi dello scibile. Fantascienza è assunzione di dati della realtà d’oggi e di previsioni e ipotesi su quella futura, sollevati al livello di forza rappresentativa”.
Io, oggi, rettificherei: in tutti i campi dello scibile umano di tutti i tempi.
Inìsero Cremaschi, con altre parole, disse: “La fantascienza, che è alterità contrapposta alla società precostituita, vive sempre delle ipotesi, palesi o segrete, che è in grado di esprimere in quanto espressione letteraria”. Nella prefazione al suo Giungla domestica, Gilda Musa la definì scienti-utopia e, ancora meglio, narrativa fantalogica.

D’altronde, se è vero che il processo della lettura, e il suo supporto fisico cioè il libro, sono la base della tecnologia dell’informazione e della conoscenza e quindi di tutto ciò che comprende lo sviluppo e la storia del genere umano, ne consegue che l’ipotesi e/o previsione è un argomento tecnologico per eccellenza della letteratura in generale e, in particolare, di quella fantascientifica, in quanto è il libro stesso ad avere un connotato tecnologico. Ne parlava già Platone, se non sbaglio. Tant'è che “Il più grande uomo scimmia del Pleistocene” di Roy Lewis, che potremmo considerare un contemporaneo visto che la sua dipartita risale solo a qualche anno fa, è considerato letteratura fantascientifica a tutti gli effetti. Ed è una vera e propria saga della tecnologia umana. Qui l’ipotesi sta nel coraggio di affrancarsi dalla consuetudine, del così-è-sempre-stato, per lanciarsi nell’esperimento di un’alternativa che non è stata ancora suffragata da fatti ma che potrebbe rivelarsi decisiva per lo sviluppo della qualità vitale umana. Dunque ipotesi è investigare nel futuro, certo, ma anche nel passato, dove risiedono i tesori della memoria dimenticata; è anche indagine in un presente dove, spesso, ciò che è nuovo è invece un occultato risalito in superficie, o che tenta di risalire. Ciò che è magico, in realtà, potrebbe essere tecnologia protostorica. Il “buon selvaggio” davanti all’ipotesi di una radio che manda canzonette non pensa che sia tecnologia, ma magia, o stregoneria. Allo stesso modo, l’uomo contemporaneo, di fronte all’insolubile, non pensa “tecnologia”, ma “magia", anzi, "parapsicologia”.
La tecnologia cambia e cambia anche la letteratura fantascientifica e, se si tiene per buono quanto detto, appare chiaro che questa letteratura esiste da sempre. O perlomeno, in ambito letterario, esiste a memoria (scritta) d’uomo. Sulla tradizione orale, cioè sulla fonte mitologica ante litteram, il supporto è l’uomo stesso.

È invece interessante notare come da più parti, e in diversi momenti, ci sia stata se non un’aperta ostilità nei confronti del genere fantascientifico, certamente un sorriso ironico o di sufficienza. A questo proposito, Pauwels e Bergier scrissero: “Attraverso l’abbondante e straordinaria letteratura detta di fantascienza, si distingue (…) l’avventura di uno spirito che esce dalla adolescenza, si piega alla misura del pianeta, si impegna in una riflessione su scala cosmica e colloca diversamente il destino dell’uomo nel vasto universo. Ma lo studio di una tale letteratura, così paragonabile alla tradizione orale degli antichi narratori, e che testimonia moti profondi dell’intelligenza in cammino, non è cosa seria per i sociologi”.
Per inciso, è un fatto denso di ironia come questo libro di Bergier e Pauwels sia, ancora oggi, catalogato entro gli scaffali della “parapsicologia e magia”, con accezione di ciarlataneria, non certo di scientificità in quanto studio del “realismo fantastico”. Sono passati più di cinquant’anni da che fu scritto e, ancora oggi, mi stupisco di quanto sia attuale e di quanto continui ad essere – a posteriori – profetico, nella misura in cui sia rimasto inascoltato e inevaso; ma proprio questo occultamento mi fa pensare e mi conferma quanto i due autori avessero ragione nel parlare di verità occultata o – come mi piace dire – ri/velata.
Infine, a onore del vero, occorre rilevare che, se questo articolo fosse stato una protostoria e storia della letteratura dell’orrore piuttosto che della letteratura fantastica, molti dei titoli e/o degli autori citati ne farebbero parte. Probabilmente la letteratura, la parola scritta che resta nel tempo, in accordo con l’inconscio collettivo umano che continuamente la vivifica, si nutre di così tanti e tali molteplici aspetti da sfuggire ad ogni arbitrio razionale, alla volontà di denominarla.

Ma questa non è più protostoria né storia di un “genere”, e quello che mi proponevo è stato detto.


« Ultima modifica: 03 Dicembre 2017, 10:19:22 da Bic »
  Contatti:
bic@nuovasolaria.net
facebook: Tea C. Blanc

Offline barabba

  • Moderatore
  • Pennino
  • *****
  • Post: 542
  • Sesso: Maschio
  • Non egere felicitate felicitas vestra est
Re:[SF] Piccola protostoria della fantascienza, con uno sguardo all'Italia
« Risposta #1 il: 04 Ottobre 2015, 18:56:41 »
Ho impiegato un'ora a leggerlo. Davvero un lavoro completo e ben fatto. Ti sarà costato un mucchio di fatica. Brava.

Offline La Vic

  • UTENTE BANNATO
  • Matita
  • *****
  • Post: 495
  • Sesso: Femmina
Re:[SF] Piccola protostoria della fantascienza, con uno sguardo all'Italia
« Risposta #2 il: 05 Ottobre 2015, 22:56:49 »
Un articolo meraviglioso, Bic. Esaustivo, completo e approfondito.
Mi sono permessa di girarlo a mio padre, grandissimo appassionato di fantascienza e collezionista di "pezzi rari" sul genere (libri, riviste, cimeli cinematografici, ecc...).
Una sola curiosità: mi aspettavo di trovare citato il grandissimo Giorgio Manganelli, ma forse il tuo articolo si ferma sul limite nel quale la sua produzione letteraria ha avuto inizio.
Complimenti!

Offline Bic

  • Tea C. Blanc
  • Amministratore
  • Tastiera digitale
  • *****
  • Post: 10514
Re:[SF] Piccola protostoria della fantascienza, con uno sguardo all'Italia
« Risposta #3 il: 05 Ottobre 2015, 23:41:12 »
Ho impiegato un'ora a leggerlo. Davvero un lavoro completo e ben fatto. Ti sarà costato un mucchio di fatica. Brava.

Grazie, Barabba. Mi confondi.

Un articolo meraviglioso, Bic. Esaustivo, completo e approfondito.
Mi sono permessa di girarlo a mio padre, grandissimo appassionato di fantascienza e collezionista di "pezzi rari" sul genere (libri, riviste, cimeli cinematografici, ecc...).
Una sola curiosità: mi aspettavo di trovare citato il grandissimo Giorgio Manganelli, ma forse il tuo articolo si ferma sul limite nel quale la sua produzione letteraria ha avuto inizio.
Complimenti!

E grazie, Vic. Sono felice che ti sia piaciuto e onorata del passaggio a tuo padre. Spero che non si annoi troppo, nel leggerlo  :asd:


Sì, il motivo per cui Manganelli non è stato citato è proprio quello che dici.
L'obiettivo era quello di indagare il percorso fantastorico e di concludere con l'attimo prima in cui il "genere" fantascientifico si afferma; infatti arrivo a malapena agli anni Cinquanta e, a voler ben guardare, di fantascienza non parlo quasi. Manganelli comincia a pubblicare negli anni Sessanta.

  Contatti:
bic@nuovasolaria.net
facebook: Tea C. Blanc

Offline Ethan

  • Penna d'oca
  • ****
  • Post: 218
  • Sesso: Maschio
Re:[SF] Piccola protostoria della fantascienza, con uno sguardo all'Italia
« Risposta #4 il: 06 Ottobre 2015, 17:24:41 »
Bic...che dire di un articolo come il tuo? E' una tesi di laurea sulla fantascienza. Neanche riesco ad immaginare quale studio ci sia dietro. Tu sai quanto io ami il genere...fino a ritenere la "trilogia" di Asimov un capolavoro della letteratura in assoluto, non solo di quella fantascientifica.
Vorrei solo aggiungere il ricordo di un personaggio che ha riempito le giornate della mia infanzia : Flash Gordon. Ripenso alle enormi copertine (credo fossero almeno in A3) del fumetto, aspettavo con ansia che finisse di leggere mio padre e poi mi gettavo avidamente fra le pagine di quel mondo futuro, abitato da personaggi straordinari, popoli eroici o malvagi ed animali mitici...purtroppo ho perso quel tesoro, in un maledetto trasloco...


Non ho parole, solo : grandeeee Bic !!!
Non puoi dominare il vento, ma puoi orientare le vele...

Offline Bic

  • Tea C. Blanc
  • Amministratore
  • Tastiera digitale
  • *****
  • Post: 10514
Re:[SF] Piccola protostoria della fantascienza, con uno sguardo all'Italia
« Risposta #5 il: 06 Ottobre 2015, 18:24:38 »
Ennore... sono rossa fino ai piedi  :blaugh: :blush:
Adesso, per punizione, ti faccio piangere un po' XD




Tesi di laurea sulla fantascienza? Diffido dal riportare in sede di discussione - pena la bocciatura - il testo inerente le motivazioni dell'impoverimento letterario italiano.
Il ricambio generazionale non è stato ancora completato  :sisi:
  Contatti:
bic@nuovasolaria.net
facebook: Tea C. Blanc

Offline Ethan

  • Penna d'oca
  • ****
  • Post: 218
  • Sesso: Maschio
Re:[SF] Piccola protostoria della fantascienza, con uno sguardo all'Italia
« Risposta #6 il: 06 Ottobre 2015, 19:00:54 »
Grazieee, fantastico  :clapclap:
E ora mi guardo la seconda parte....non disturbate  :chen:
Non puoi dominare il vento, ma puoi orientare le vele...

Offline Bic

  • Tea C. Blanc
  • Amministratore
  • Tastiera digitale
  • *****
  • Post: 10514
Re:[SF] Piccola protostoria della fantascienza, con uno sguardo all'Italia
« Risposta #7 il: 26 Gennaio 2016, 11:24:54 »
Aggiornamento, su segnalazione di Geppe (Grazie, Beppe!  :) ) > http://forum.nuovasolaria.net/index.php/topic,29.msg34227.html#msg34227



Albert Robida: Le Vingtième Siècle (1884), La Guerre au vingtième siècle (1887), Le Vingtième Siècle, La vie électrique (1890)

Fondazione Rosellini per la letteratura popolare: (protofantascienza) "Il ventesimo secolo: La guerra nel XX secolo; La vita elettrica".




Alcune sue illustrazioni:


« Ultima modifica: 26 Gennaio 2016, 11:29:57 da Bic »
  Contatti:
bic@nuovasolaria.net
facebook: Tea C. Blanc