Autore Topic: [legatura artistica - storia del libro] La legatura d’arte e un articolo d'epoca  (Letto 4580 volte)

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Il presente testo è stato riveduto,
aumentato e migliorato, e pubblicato
come articolo qui, dove però manca
l'articolo integrale di V. De Toldo.


La legatura d’arte
libri vestiti a festa

L’arte della legatura è una tecnica antica. Per trattare esaurientemente l’argomento non basterebbe un libro, quindi mi limito a dare alcune note di carattere generale e storico, e anche tecnico, sull’argomento. (A questo proposito, aggiungo in calce all'articolo due immagini  illustrative del corpo della legatura per poter capire, in fase di lettura, a quale parte di essa mi riferisco).

Si era cominciato a praticarla, probabilmente, fin da quando i libri avevano cessato di essere in forma di rotolo o volumen, per assumere quell’aspetto che ancora oggi conserva. Quest’ultima innovativa forma discende da quella che avevano i dittici romani, costituiti da due tavolette di legno legate assieme a mo’ di copertina, mediante cordoni che passavano entro piccoli buchi. All’interno le tavolette, rivestite di uno strato di cera, recavano lo spazio per la scrittura, eseguita con lo stilo di metallo.
Nel Medioevo il rivestimento utilizzato per ornare il libro fu di molteplici gusti: si utilizzavano legno, pergamena, cuoio, stoffa e materiali preziosi come argento, smalti, avorio, perle e pietre, arrivando a trasformare la coperta in una specie di prezioso scrigno, come si può ammirare in certe meravigliose legature dal secolo VII al XIII, e che ricoprono, per lo più, evangelari o libri di preghiere.


legatura monastica veneta, eseguita su modelli bizantini, XIV secolo

Inoltre, fin dall’VIII secolo, si era diffusa un’altra forma di legatura, i cui piatti in legno del libro venivano rivestiti di cuoio intagliato, cioè scolpito con ferri taglienti in modo da creare figure e ornamenti in rilievo, a volte combinando anche l’uso di punzoni che venivano premuti sul cuoio fino a lasciare il loro stampo, come un timbro o una marchiatura. Questi ferri sono elementi essenziali della legatura caratteristica dell’ultimo Medioevo, detta monastica. Le decorazioni, fatte senza uso di oro, sono dette a secco; fu soltanto più tardi che le decorazioni in oro si diffusero, a partire da Napoli e Venezia, dove si produssero dal secolo XV legature il cui gusto rinascimentale si fondeva con quello orientale.
Il passaggio dai piatti di legno a quelli di cartone fu un’invenzione degli artigiani veneziani, pionieri nel settore fin dal primo Cinquecento, che cominciarono a rilegare in pergamena, solitamente con fattura semplice, priva di decorazioni (esistono, però, piccole legature cinquecentesche centroeuropee, di sapore goticheggiante, in pergamena di porco lavorata con i ferri caldi, su piatti di legno e chiuse con fermagli); o sulla pelle dove, invece, si esercitò maggiormente l’abilità degli artigiani, il cui manufatto risulta però estremamente raro in quanto per la maggior parte perduto. 

Esempi di legature rinascimentali.


legatura aldina: Marco Tullio Cicerone: De philosophia, secondo volumine. Venezia, Tip. Aldina; Andrea Torresani e Figli, 1523)

legatura primo quarto XVI secolo, eseguita a Bergamo, del tipo "a placchetta" ed a losanga-rettangolo


legatura a placca, bolognese, secondo quarto del Cinquecento: Serafino Aquilano, Opere, Vinegia, Francesco di Alessandro & Mapheo Pasini compagni, 1534.

La decorazione rinascimentale, nata nella seconda metà del Quattrocento, fu caratterizzata dalla rivoluzionaria tecnica della doratura dei fregi, sviluppata in primis dai veneziani che si ispirarono alle decorazioni dell’Oriente persiano e islamico, e che rimasero il centro di irraggiamento in materia. L’altro centro italiano in cui si sviluppò la doratura fu la Napoli aragonese dove, probabilmente, si erano stabiliti contatti con artigiani di Cordova. Essa veniva eseguita utilizzando foglie d’oro zecchino battute a mano, rese così sottili che bastava un colpo di tosse o un lieve soffio d’aria per farle volare via o accartocciarle irreparabilmente. Da lì, la legatura rinascimentale andò diffondendosi nei centri della cultura umanistica e raggiunse livelli d’arte difficilmente uguagliabili per stile ed eleganza, specialmente se messa a confronto con quella dei due secoli seguenti. Caratteristica di altissima qualità che ebbe anche nei modelli più semplici, come alcune legature aldine veneziane del primo Cinquecento, ornate di semplicissimi fregi a filetto e foglia stilizzati agli angoli, che ne fanno splendidi esempi di semplicità lineare e che testimoniano l’entrata e la tenuta del nuovo gusto. Basti dire che la lavorazione per la doratura a ferri caldi è rimasta identica fino al secolo scorso, quando subentrò l’uso di oro sintetico. Ai committenti più facoltosi gli artigiani combinavano la decorazione in oro con giochi di intarsi in cuoi colorati, e spesso la decorazione non si limitava al dorso e ai piatti  ma si estendeva ai tagli mediante semplice colorazione o, nelle sue forme più eleganti, a vere esecuzioni artistico-pittoriche quando non incisioni con punzoni e rotelle.
I due grandi committenti in Italia, di questo periodo, sono Jean Grolier e Tommaso Maioli (che hanno dato il loro nome a due tipi di legature). Grolier, amico di celebri letterati e dello stesso Manuzio, il più famoso editore del Rinascimento, fu colui che introdusse la legatura rinascimentale italiana in Francia.


legatura Grolier (1543 - 1547 ca.)

 
legatura Maioli, XVI secolo

Maioli, altro grande collezionista – forse segretario di Caterina de Medici alla corte di Francia – non si sa se milanese o veneziano, fece rilegare comunque solo libri italiani e latini.
Furono le legature di Grolier a introdurre la legatoria in territorio francese, che nei due secoli successivi prese il volo e superò la tradizione italiana, dove le moderne tecniche di legatura avevano avuto origine. (In Germania la rilegatura rinascimentale approdò molto tardi, solo a partire dalla metà del XVI secolo). Fu infatti in Francia che prese a diffondersi, nella seconda metà del Cinquecento, la cosiddetta legatura à la fanfare, che avrebbe avuto un gran successo nel Seicento; legatura caratterizzata da volute a tre filettature all’interno delle quali compaiono rami e fogliami, con uno spazio centrale sui piatti nel quale si collocava uno stemma o placche simboliche.


legatura parigina à la fanfare - ultimo quarto del sec. XVI

È evidente, dunque, che la tendenza del Seicento, come per le altre arti, fu un incremento della complessità dell’ornato, e il modello francese influenzò, in generale, il gusto generale. Di innovativo subentrò l’uso dei primi ferri pointillés, o a mille punti, attraverso il cui utilizzo (il disegno veniva costruito con una successione di punti) si perveniva a decorazioni simili a filigrane. Questa tipologia di legatura viene chiamata Le Gascon, dal nome dell’artigiano che meglio seppe distinguersi.


legatura a intarsi ‘à le Gascon'.
Psalmi, Proverbia, Ecclesiastes, Canticum Canticorum, Sapientia, Ecclesiasticus, Romae, sumptibus Andreae Brugiotti, apud Aeredem Bartholomei Zanetti, 1624


Le altre due tipologie di legatura di cui non si può non far menzione sono; la legatura nello stile detto Du Seuil, prendendo il nome da chi la inventò, caratterizzata da un ornato a merletto con decorazione à l’éventail (piatto ricchissimo di decorazioni esterne, con un intricato apparato di fregi minuscoli che vanno a formare al centro un rosone ripetuto in parte per quattro volte agli angoli sì da mostrare l’idea di ventagli); la legatura detta “giansenistica”, di marocchino scuro con semplici filettature ai bordi del piatto.

legatura del genere "a ventaglio", Italia, sec. XVII

Ma accanto a queste legature ricchissime e aristocratiche che raggiungevano un livello di vere e proprie opere d’arte, esistevano legature più modeste e comuni, il cui utilizzo trovò posto per molto tempo e fino all’Ottocento, almeno per quanto riguarda una caratteristica seppure riutilizzata con tecniche diverse: di aspetto serio, in pelle scura, presentava una superficie macchiata o, meglio, marmorizzata, che aveva il duplice scopo di nascondere eventuali irregolarità del pellame, oltre rendere non monotono l’aspetto estetico della legatura. I piatti erano muti e solo il dorso riportava decorazioni, con o senza titolo, situate tra le nervature in rilievo.
Il Settecento vide legature di fattura molto raffinata, anche se non uscite da botteghe di maestri. Normalmente si presentava in pelle di varie tonalità di marrone, maculata, con piatti muti e sempre i dorsi decorati con fregi che potevano essere stilizzati o floreali, a fogliame o con pigne, spesso erano inseriti anche i titoli, e spesso con caratteri che appaiono male allineati, soprattutto nel primo Settecento. Questo perché poteva capitare che l’artigiano non disponesse di tutti i caratteri e fosse costretto a incidere lettera per lettera invece che l’intera parola; d’altronde il pubblico committente cominciava ad appartenere anche al ceto medio e borghese, e la domanda si era fatta più pressante ma non tutti gli artigiani disponevano di una ricca attrezzatura come potevano, invece, avere gli artigiani che lavoravano per la classe aristocratica. Quanto al taglio, era sempre colorato, spesso rosso e/o con l’aggiunta di spruzzatura puntinata.



legatura del XVIII secolo in marocchino rosso.

La frattura del gusto corrente non fu provocata dalla Rivoluzione francese ma si produsse durante il periodo napoleonico, e sulla legatura Impero apparve una decorazione  che si ispira a motivi retour d’Egypte, con sfingi e palmizi, per altro caratteristica anche nei mobili del periodo. L’Imperatore non fu solo il committente di questa nuova moda – le legature più famose sono quelle da lui stesso commissionate, con la famosa N in evidenza – ma anche colui che impose le sue legature ad opere antiche, ahimè. Per esempio, quando requisì famosi codici in Italia, volle che fossero rivestiti con le sue legature; tanto per dire, alcune delle opere d’arte a cui fece mettere mano sono i due Virgili, il laurenziano e l’ambrosiano del Petrarca. Non fu comunque l’unico a distruggere patrimoni inestimabili: Francesco I di Francia fece sostituire con le sue insegne le legature della biblioteca viscontea-sforzesca e una parte di quella napoletana degli Aragonesi. Cosimo I di Firenze sostituì sistematicamente con sue legature quelle originali del periodo laurenziano-mediceo. E molti altri casi che non sto a dire, testimoniano una errata, o comunque invasiva, concezione della legatura quale sigillo e segno di potere.


legatura, probabilmente romana, secondo quarto del secolo XVIII, del genere "alle armi"

Nel frattempo, verso la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, cominciò ad affermarsi una novità fondamentale: il dorso staccato e piatto, privo di nervature, simile alla cosiddetta legatura greca (non approfondisco ma si riscontra un precedente antico nelle legature eseguite su manoscritti e incunabuli greci dalla fine del Medioevo quando, dopo la caduta di Costantinopoli, artigiani del luogo erano sbarcati in Italia; per qualche motivo, dunque, pur non essendo ignota e rara a vedersi, prese a diffondersi solo dopo la metà del Settecento). Novità che finì con lo soppiantare del tutto la nervatura esterna, nei tempi che seguirono.
L’altra novità fondamentale che caratterizza l’Ottocento fu l’introduzione della mezza pelle (con angoli o senza) e i piatti rivestiti di carta colorata, decorata con tecniche di vario tipo, spruzzata, macchiata, spugnata, a volte con aggiunta di oro  (prima di allora la carta colorata era utilizzata solo per formare le sguardie o per la fodera di libri non rilegati). Di apparenza molto buona e variegata, le legature di questo periodo sono naturalmente più scadenti, se non altro per la fragilità dei materiali, tenendo conto anche del fatto che la concia del pellame subisce un drastico ripiego verso una concia qualitativamente inferiore, e – non ultimo – c’è da considerare che la carta a mano fatta di stracci comincia ad essere imitata industrialmente. Il libro comincia ad essere un prodotto industriale.
Il gusto della decorazione si fa eclettico, con collegamenti al passato e recuperi che vanno a mescolarsi con contesti diversi. Tanto per fare un esempio, uno dei prodotti tipici di questo fenomeno è la legatura gotica, assimilabile al neogotico, o Gothic Revival, quando, col Romanticismo, si assistette a  una rivalutazione del Medioevo.
E comunque non si lesinò ad usare ogni tipo di decorazione conosciuta, mosaici, placche, fiori, rotelle, …


legatura neogotica, “alla cattedrale”

L’avvento dell’Art Nouveau diede l’impronta decisiva al gusto per una nuova legatura, caratterizzata da coperte interamente decorate a fogliame e piante : artisti del calibro di William Morris e Walter Crane, inglesi, le diedero un nuovo impulso, influenzando anche tutto il primo Novecento. In Francia, il maestro dello stile floreale fu Henri Marius-Michel.



legatura di Henri Marius Michel. Denis Diderot: Le neveu de Rameau; Parigi, Auguste Blaizot, 1924

legatura floreale di Charles Meunier, c. 1900

E infine, l’ultima novità, la diffusione industriale: la decorazione alla trancia, stampata su cuoio o su tela. Chi non ha visto qualche edizione originale di Verne o Salgari, almeno in fotografia?


legatura in tutta tela, con decorazione alla trancia 
Jules Verne, From the Earth to the Moon, 1874, prima ediz.


legatura in tutta tela con impressioni a col.
Ottone Penzig, Flora delle Alpi, Hoepli, 1902


legatura con piatti rigidi cartonati e decorazione in cromolitografia di Della Valle
Emilio Salgari, Il figlio del corsaro rosso; Bemporad, 1908 (prima ediz.)


Il Novecento fu, dunque, caratterizzato dallo sviluppo ulteriore della copertina industriale e della brossura decorata, la seconda delle quali avrebbe avuto sempre più fortuna e pregio in virtù della riproduzione di disegni di artisti, o di particolari impostazioni grafiche editoriali.
Il legatore finì con il trovarsi diviso tra il committente di un gusto estremamente elegante e raffinato, e un pubblico che vedeva nella rilegatura un semplice mezzo per la conservazione a un prezzo il più possibile economico (le pubblicazioni a fascicoli aiutarono). In questa sede ci interessa il primo committente, per il quale il gusto si spostò verso le avanguardie, per esempio chiedendo e dedicando veri capolavori di legatura alla corrente futurista.
I maestri dell’arte legatoria del Novecento furono i Casciani e i Glinger di Roma. A Firenze erano le botteghe di Giannini, di Cecchi e di Tartagli; di Pacchiotti, Patarchi e Vezzosi a Torino; di Binda, Torriani e Ghirlanda a Milano; di Gozzi a Modena; di De Toldo e Norza a Venezia.



legatura di genere futurista ad opera di Pio Colombo (purtroppo sono riuscita a recuperare solo una fotocopia dell’immagine originale)

Alcuni di loro tramandarono tecniche e storia della legatura mediante pubblicazioni, come il Pacchiotti con la sua biografia. Ma, a questo proposito, voglio introdurre un bell’articolo di Vittorio De Toldo, in particolare sulla legatura italiana, tratto una rivista degli anni Venti: Le Arti Decorative. La stesura del testo è stata rispettata in ogni particolare e le immagini inserite compaiono originariamente sulla rivista.
Il testo di De Toldo, più precisamente, appare nel numero 5 del mese di settembre 1923, ed è tratto dalla monografia che l’autore scrisse per gli editori Piantanida Valcarenghi (vedi L'arte italiana della legatura del libro, a cura di Vittorio De Toldo; Milano, Piantanida Valcarenghi, 1923).

Di Vittorio De Toldo, bibliofilo e legatore veneziano, se ne parlò recentemente, nel 2010, in occasione della splendida mostra fotografica tenuta al Museo Civico Medievale di Bologna: «Mémoires d’Égypte... da un Album fotografico del 1895 - Foto di Beato, Bonfils, Lekegian, Reiser», curata da Antonio Ferri, con la collaborazione scientifica di Claudio Busi e Italo Zannier e l’Associazione Culturale Bolognamondo. Fu proprio in seguito al misterioso ritrovamento di un album rilegato dal legatore veneziano, che Antonio Ferri, colui che lo recuperò da un antiquario modenese, poté mettere in mostra le bellissime fotografie ottocentesche che conserva.
Alcuni link di riferimento in proposito:
Cartoline dall’Egitto
Muto e seducente come la Sfinge il mistero dell'album ritrovato




(In concomitanza alla Prima Biennale di arte decorativa a Monza, fu pubblicata una rivista legata agli sviluppi della rassegna, il cui direttore era Guido Marangoni e il gerente responsabile, Giovanni Tedeschi; il titolo era Le Arti Decorative.
Per inciso, La Prima Mostra Biennale Internazionale delle Arti Decorative si tenne alla Villa Reale di Monza, nel maggio-ottobre 1923, a cura del Consorzio Autonomo Milano-Monza-Società Umanitaria. Fu allora che ebbero inizio le Biennali delle arti decorative a Monza e che, nel 1930, divennero Triennali. Alla quinta edizione del 1933 la Triennale fu trasferita al nuovo Palazzo dell'Arte di Milano e fu la premessa per l'attuale Triennale che ospita design contemporaneo e arte moderna.)


L'arte italiana della legatura del libro, di Vittorio De Toldo

Negli speciali riguardi della legatura italiana, nulla è da riferire anteriormente al XIV° Secolo.
In quell’epoca monaci missionari e navigatori veneziani fiorentini e genovesi cominciarono ad importare dall’oriente bellissimi esemplari di legature e cuoi decorati, facilmente riconoscibili ancor oggi per il loro carattere spiccatamente orientale.
D’allora per qualche secolo monaci specializzati nell’arte della legatura, ornaron cuoi con impressioni a secco (a freddo sulla pelle bagnata) impiegando ferri speciali di loro creazione detti “Monastici” ed ottenendo geniali composizioni che preludevano agli splendori della grande arte della legatura italiana.
Indi gli stessi monaci che arricchivano le biblioteche dei loro monasteri coi libri da loro rilegati in pelle di vitello, di scrofa o in pergamena, impressi a secco, presero ad eseguire tali decorazioni anche usando foglie d’oro battute. Nel XV° Secolo anche artefici laici si applicarono a diffondere quest’arte in molti centri della penisola.


TAVOLA I : Legatura Veneziana del Grolieri (Aldina); collez. V. De Toldo

Venezia, la regina dei mari, per le estese relazioni di commercio in oriente, importava in grande quantità esemplari di legature artistiche, dai quali i nostri artefici attingevano ispirazione e motivi.
Questa tecnica orientaleggiante si conserva per secoli nelle legature veneziane. Questo genere di legature ebbe grande incremento in seguito alla invenzione della stampa: il carattere locale (orientale veneziano) fu conservato, e vere scuole di legatori sorsero nella laguna, per merito di oblazioni, di protettori, mecenati e bibliofili. L’arte della stampa fu introdotta a Venezia nel 1469 da Giovanni da Spira, il quale morì nello stesso anno lasciando al fratello Vindelice l’incarico di seguitare l’opera sua.
Nel contempo, cioè nel 1470, Nicola Jenson, francese, arrivava a sua volta a Venezia e fondava la sua rinomata stamperia.
Altre stamperie in seguito aprivano, Gabriello da Treviso, nel 1472, il Valdarfer di Ratisbona, ed infine Aldo Pio Manuzio, il celebre letterato.
Questi, nato nel 1450 a Bassiano, in quel di Velletri, studiò lettere greco-latine in Roma, con Gaspare Veronese e con Domizio Calderini, e poi proseguì i suoi studi a Ferrara presso battista Guerrini, finchè nel 1479 si trasportò a Venezia, dove impiantò quella stamperia che fu la culla delle più splendide opere dell’arte tipografica.

TAVOLA II : Legatura Veneziana del Grolieri ad un "Vocabulario Thosco"; collez. V. De Toldo

Prime pubblicazioni di Aldo Manuzio sono: L’Erone et Leandro del Musèe (1494) ed indi la Galeomiomachia del Prodrome. Di poi il celebre tipografo pubblicò ininterrottamente, fino alla sua morte avvenuta nel 1515, quei volumi che, ancora oggi riconoscibili per la perfezione dell’esecuzione tecnica, per la scelta minuziosa dei tipi del formato e della carta, resero in tutto il mondo conosciuto e stimato il suo nome. Oggi alcune edizioni aldine hanno anche commercialmente un rilevantissimo valore.
Il Manuzio non si limitava a rivolgere le sue cure alla stampa delle proprie edizioni, ma si occupava anche delle illustrazioni, impiegando come suoi collaboratori S. Bellini e il De Barberi.
Ugual cura ed amore egli rivolgeva alla legatura, alla quale seppe imprimere un carattere personale, di squisita eleganza, che attirò subito l’attenzione e l’ammirazione degli amatori e bibliofili di quel tempo.
Così nella propria stamperia sita in San Paternian (ora Piazza Manin) il Manuzio allogò anche una vera officina di legatoria, oltre che la sede della propria accademia. Le legature aldine sono molto sobrie di decorazioni (vedi tavola I), poche linee e semplici composizioni di motivi ornamentali, motivi che il Manuzio non volle più ad arabeschi ma venne trasformando nel più puro rinascimento italiano, riproducendoli in gran porte dai fregi che ornavano la stampa delle sue opere.
Con la diffusione sempre maggiore delle sue opere Aldo Manuzio richiama su di sé l’attenzione di tutti gli amatori e i cultori dell’epoca, ed in special modo quella di Giovanni Grolieri, visconte d’Aiguisis, il quale diveniva il più efficace collaboratore del maestro tipografo.


TAVOLA III : Legatura veneziana del Maioli, 1545, come l'antecedente ad un'edizione del Poliphilo - Hypnerotomachia, Venetia, Aldo 1499; riproduz. V. De Toldo

Il Grolieri nacque a Lione nel 1479. Egli era figlio unico di Stefano Grolieri, oriundo genovese, gentiluomo della casa di Luigi duca d’Orleans, e venne in Italia nel 1510 quale tesoriere del ducato di Milano, e dipoi come ambasciatore presso la Santa Sede a Roma.
Fin da giovane egli si mostrò appassionatissimo di studi letterari e scientifici. Grande amatore e collezionista di libri si associa alla Accademia Aldina, e coopera ad essa non soltanto col proprio ingegno, ma bensì anche impiegando capitali a sviluppare la legatoria, trasformandola in una vera officina d’arte.
Il Grolieri si appassiona sempre di più all’arte della legatura e, ispirandosi ai concetti di Aldo, crea nuovi soggetti che fa eseguire agli artefici della officina, addestrandoli in modo particolare alla riproduzione delle linee curve ed a cartelle accartocciate ed intrecciate (vedi tavola II).
Il Grolieri richiamato più tardi, nel 1534, a Parigi, continua a creare, con un crescendo svariato e geniale, conservando sempre finissimo gusto italiano, composizioni originali di legature, che applica nella maggior parte dei tremila volumi che formano la sua biblioteca “Hôtel de Lion”, diffondendo in tal modo nella nobiltà francese la conoscenza delle nostre decorazioni artistiche.
Venuto Aldo Manuzio a morire nel 1515 il Grolieri continua a collaborare con i figlioli di questo, benché l’Ambasciata presso la Santa Sede gli togliesse molto tempo, ed anche dopo la sua partenza dall’Italia, continua a tener carteggio ed a incoraggiare i giovani Manuzio a proseguire nella nobile arte del padre. Quasi tutti gli esemplari del Grolieri venivano rilegati in pelle di vitello bruna, alcuni pochi in rosso, ed altri, in maggior numero, in quel marocchino di levante che i francesi si procuravano direttamente a mezzo dei mercanti di Venezia.
Rarissime sono le sue legature che non portino impresso nel piano anteriore, oltre il titolo dell’opera, la sua firma in calce: Io: Grolierii et amicorum e nel piano posteriore le sue divise: Portio mea, domine sit in terra viventium oppure: Fortuna nulli plus quam consilia non valet.
In conclusione, per quanto quasi tutti gli esemplari ideati e fatti eseguire da questo mecenate siano stati prodotti in Francia, essi sono di fattura e di esecuzione italiana, anche per la considerazione che tutti gli artefici vennero dal Grolieri fatti venire d’Italia.
Questo dicasi tanto per i legatori ed impressori quanto per gli incisori.
Eppure di tanta produzione non si conservano né in Italia né in Francia che rarissimi esemplari, perché tutta la famosissima biblioteca del Grolieri esulò in America dove ancor oggi è religiosamente conservata dalla “Grolier Society” che ne fece l’acquisto fin dal XVIII° Secolo.

TAVOLA IV : Legatura in tutto come la A ad "Al Castiglione (Bald) Il Cortigiano", Venetia 1539; riproduz. V. De Toldo

Contemporaneamente al Grolieri ed egualmente famoso è l’insigne bibliofilo Tommaso Maioli, pur questi assai colto in lettere greco-latine. Poco si conosce della sua vita, solo credesi egli provenga da ricca famiglia dell’Emilia, ed abbia compiuto i suoi studi a Fiorenze indi a Ferrara. Ciò che si conosce è che nei primi anni del XV° Secolo egli si stabiliva a Venezia consacrandosi con fervore all’arte del libro, ed in ispecie della legatura.
Il Maioli fu l’ideatore delle più splendide legature di quel secolo storico, ed addestrò artefici abilissimi a riprodurre le sue squisite creazioni. Come il Grolieri anche Il Maioli si associa all’Accademia Aldina – benchè l’Aldo Manuzio fosse già morto da parecchi anni – e coopera col Grolieri stesso allo sviluppo della medesima. I due grandi amatori costumavano scambiarsi frequentemente nuovi esemplari di legature d’arte.
A Tommaso Maioli dobbiamo la gloria di aver portato la legatura italiana al suo apogeo. Egli amava decorare le sue legature con motivi leggeri a spirale, fogliami, combinazioni di cartelle a leggeri fili, accartocciate ed intrecciate, contrastate con riporti (mosaici) in pelle sottilissima a svariati e smaglianti colori di effetto felicissimo (Tavola III e IV).
Egli riforma il Ferro Aldino pieno in quello vuoto e come già il Grolieri, applica i ferri tratteggiati che fa incidere espressamente ed in numero considerevole dal celebre incisore francese Goffredo Tory, in quel tempo residente a Bologna per perfezionarsi nell’arte italiana del libro.
Dopo il 1560 non si hanno più notizie di Tommaso Maioli, ma è certo che egli lasciò un ricco patrimonio in ferri stampi e disegni per la legatura, che, raccolti da qualche vecchio ed affezionato artefice, vennero usati per la continuazione di quella gloriosa scuola.
Altro insigne e non meno celebre bibliofilo fu il medico Demetrio Canevari. Nato a Genova nel 1559, figliolo del bibliofilo e legatore Canevari, morì nel 1625. Fu medico di Urbano V, ed in quel periodo ebbe campo di dedicarsi con grandissimo amore allo studio del libro e delle legature.


TAVOLA V : Legatura italiana di D. Canevario ad un "Ovidius Methamorpho"; conservato nella Biblioteca Reale del Castello di Windsor

In Roma stessa ebbe a far eseguire vari esemplari, e altri, credesi, a Genova, nell’officina di suo padre. Per quanto le sue legature non siano fastose come quelle del Maioli, pure nella loro semplicità denotano l’espressione più pura dell’ultimo rinascimento, e risentono, vivissima, la derivazione dai tipi di Aldo Manuzio. Così la maggior parte dei libri fatti legare dal Canevari sono esemplari aldini, e decorati a mezzo di ferri aldini, in parche disposizioni a scompartimenti ed a intrecci del contorno sulla coperta. Ma ciò che specialmente caratterizza le legature del Canevari è il cammeo inserito nel centro del piano del libro e replicato quasi sempre anche nella parte posteriore.
Questo originale cammeo, di forma ovale, rappresenta il dio Apollo sopra una biga tirata da due cavalli, uno bianco ed uno nero, che tenta di raggiungere il Pegaso affrontandolo. Tutto in giro all’ovale è una scritta in greco tracciata direttamente e non di fianco ΟΡΟΝΕ ΚΑΙ ΜΗVO∑INE ¹ (vedi tavola V).
Abbiamo parlato finora del merito che, per il rifiorire dell’arte della legatura del libro, ebbero illustri protettori amatori bibliofili e mecenati, da Carlo Magno e Mattia Corvino in poi, ma non bisogna trascurare l’oscura falange degli umili artefici che seppero interpretare le concezioni dei maestri ideatori, e realizzarle in modo veramente mirabile.
Non conserviamo quasi nessun nome di questi modesti e coscenziosi artefici che contribuirono tanto, a Firenze come a Venezia, a Milano e a Roma come a Genova Pisa e Bologna allo sviluppo della nostra nobile arte.
Solo negli inventarii conservati nella R. Biblioteca Estense di Modena troviamo qualche accenno ad artefici ferraresi dell’arte della legatura.
Il Fumagalli nella sua pubblicazione “L’arte della legatura alla Corte degli Estensi a Ferrara e in Modena dal Secolo XV al XVIII” ne documenta parecchi, in quanto la Biblioteca Estense è l’unica che abbia potuto conservare un certo numero di magnifici esemplari di legature.
Il Grolieri, come si è già detto, ritornando in Francia, portò con sé parecchi artefici con i quali fondò una vera scuola, che valse mirabilmente a diffondere l’amore dell’arte nostra, proseguita poi dal Tory, dagli Eve, le Gascon, Rouette, Boylt, De  Senil e tanti altri fino al Pandelup e Deronne nel XVIII secolo.
Anche in Inghilterra, per quanto tardi, si formaron scuole di legatori, che s’ispirarono non a motivi locali, ma prettamente italiani dapprima e francesi poi. Nella ricca raccolta di legature conservate nella Real Biblioteca del Castello di Windsor lo studioso potrà trovar la riprova del nostro asserto.
In Italia, recentemente, si è manifestato un confortante risveglio dell’arte della legatura, con un crescendo che ci fa sperare assai bene per l’avvenire.
In tal senso è doveroso citare i nomi di nuovi artefici che ripristinano nel suo splendore la nostra nobilissima arte, ispirandosi sanamente alla tradizione dei grandi maestri di nostra gente.
Così fioriscono a Roma l’Andersen, il Casciani, il Glinger e l’Angeli; a Firenze il Giannini, il Cecchi ed i Tartagli, a Torino il Pacchiotti, il Savoretti, il Borgioli, il Vezzoli, il Patarchi e la Scuola professionale “Don Bosco” che nella sezione “Scuola legatori di libri” ha per capo Pio Colombo, modesto ma colto artefice, il quale possedendo un’accurata ed importante collezione di legature classiche, pubblicò fin dal 1913, coi tipi della Salesiana, due bellissimi volumi “Il legatore di libri”. Pubblicazione questa non solo pregevole per il pratico insegnamento che offre all’allievo, ma anche utilissimo all’amatore, in quanto raccoglie luminosi particolari di storia e di stili. Termino col ricordare ancora, a Milano, il Pizzamalli ed il Ghirlanda, a Bologna il Degli Espositi, ed a Venezia finalmente Il De Toldo, lo scrivente.

Vittorio De Toldo

(Il testo e le tavole furono estratte dalla monografia che l’autore scrisse per gli Editori Piantanida Valcarenghi)





Nota 1:
Cfr. Franca Petrucci Nardelli (La legatura italiana; La Nuova Italia Scientifica, 1989). Nardelli cita così: ΟΡΘΩΣ ΚΑΙ ΜΗ ΛΟΞΙΩΣ.
Parlando, in seguito, con un amico, in merito alla placchetta della legatura Canevari, mi dice: "(...) Correttamente si scrive: ORTHOS  KAI  ME  LOXIOS, cioè DRITTO  E  NON  PIÙ OBLIQUO. Ovvero, se vuoi raggiungere un obiettivo punta dritto su quello (anche se difficile) e non prendere vie oblique per arrivarci più facilmente. Difatti l'impresa mostra Apollo che lancia i cavalli aggiogati al suo carro per salire dritto sul Parnaso e raggiungere così Pegaso, che si pavoneggia sulla cima, e ciò senza prendere vie traverse (oblique). Questo è quanto." Ma, perplesso anche lui per quel "ΛΟΞΙΩΣ", a sua volta ha interpellato un amico, docente di greco alla Statale di Milano, il quale gli ha risposto: "Il motto "orthos kai me loxios" (ὀρθῶς καὶ μὴ λοξίως) significa "in modo retto e non obliquo", anche se, a dire il vero, l'avverbio "loxios" (λοξίως) non è mai attestato nel greco classico (che ha "loxos" λοξῶς)."

Di seguito, ho riportato una riproduzione del disegno del cameo.


Schema di placchetta della legatura Canevari





« Ultima modifica: 24 Settembre 2017, 18:13:19 da Bic »
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Offline Ethan

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Ciao Bic, il tuo post trasuda di tutta la tua conoscenza e di tutto il tuo amore per i libri ed in questo caso ovviamente, intendo il libro come oggetto. C'è poco da aggiungere a quanto scrivi se non ringraziarti per la tua ricerca e per avermi fatto conoscere o meglio considerare, aspetti del quale non avevo conoscenza e su cui non mi ero posto mai domande. Mi rendo conto solo adesso del legame fra la rilegatura e l'arte dell'epoca corrispondente e addirittura la stretta relazione con la storia ed il costume. Ho sempre amato il libro vecchio e magari, antico, ma non mi ero mai soffermato oltre l'aspetto, mai mi ero posto la domanda sul perchè avesse quel particolare aspetto o quella certa rilegatura. Da ora in avanti, avró uno sguardo più attento. Articolo molto interessante e completo. Grazie
Non puoi dominare il vento, ma puoi orientare le vele...

Offline Bic

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Grazie a te, Enno. Sei sempre molto gentile nei miei riguardi  :ahsisi:
È un articolo divulgativo, d'altronde la materia è troppo vasta per poterla approfondire nell'arco di uno scritto. La difficoltà maggiore l'ho avuta nella ricerca di alcune immagini. Quella presentata come legatura à le Gascon, per esempio, non mi soddisfa pienamente ma posso sempre modificarla qualora trovassi un esempio migliore.
Ciao :ou86ch:
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Offline barabba

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In passato, per un racconto che stavo scrivendo, mi sono addentrato nei meandri tecnici e nell'evoluzione storica di quest'arte sconosciuta eppure sotto gli occhi di tutti, così visibile eppure invisibile. Arte e tecnica che si fondono insieme e compongono l'oggetto libro,  un oggetto tecnologicamente perfetto e quindi in grado di superare indenne le mode e le rivoluzioni tecnologiche che cambiano il modo in cui i dati vengono immagazzinati. Questo tuo articolo dimostra anche il perché di questo successo. La lenta e costante evoluzione e innovazione delle legature, spesso frutto di una vera e propria  trasformazione artistica, hanno conferito al libro l'aspetto che oggi conosciamo unito a una maneggevolezza e praticità insuperate e a una bellezza che lo trasformano anche in un oggetto di arredamento e in alcuni casi anche d'arte.
Grazie per avercelo ricordato con tanti dettagliati particolari.

Offline Bic

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In passato, per un racconto che stavo scrivendo, mi sono addentrato nei meandri tecnici e nell'evoluzione storica di quest'arte sconosciuta eppure sotto gli occhi di tutti, così visibile eppure invisibile. Arte e tecnica che si fondono insieme e compongono l'oggetto libro,  un oggetto tecnologicamente perfetto e quindi in grado di superare indenne le mode e le rivoluzioni tecnologiche che cambiano il modo in cui i dati vengono immagazzinati. Questo tuo articolo dimostra anche il perché di questo successo. La lenta e costante evoluzione e innovazione delle legature, spesso frutto di una vera e propria  trasformazione artistica, hanno conferito al libro l'aspetto che oggi conosciamo unito a una maneggevolezza e praticità insuperate e a una bellezza che lo trasformano anche in un oggetto di arredamento e in alcuni casi anche d'arte.
Grazie per avercelo ricordato con tanti dettagliati particolari.

Grazie, Barabba.
Curiosissima di leggere questo racconto, come puoi facilmente immaginare.
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